Il raffinato interprete del conservatorismo insito nella Chiesa

Con Ratzinger scompare una delle più grandi figure della contemporaneità. Con la sua finezza intellettuale ha rappresentato nel modo più profondo l'unico carattere possibile della Chiesa: il conservatorismo.

Marco Marzano

Joseph Ratzinger è stata una delle più grandi figure del nostro tempo. Le dimensioni della sua eredità pastorale e spirituale sono notevoli e sono in state in larga misura già indagate in profondità al momento delle sue clamorose dimissioni quasi un decennio orsono.Tra le sue qualità vi erano una particolare finezza intellettuale e la capacità di dar voce e di esprimere in modo chiaro e articolato (non semplicemente per slogan banali) concetti e visioni molto significativi per i membri della Chiesa Cattolica e per gli osservatori delle sue vicende.
Tra i suoi tanti discorsi importanti (spesso simili a delle vere e proprie lezioni) vorrei, nel giorno della sua scomparsa, ricordarne uno: quello rivolto ai membri della Curia romana in occasione dei primi auguri di Natale da pontefice, nel dicembre del 2005. Dopo la citazione di alcuni eventi ecclesiali e soprattutto dopo il lungo e affettuoso ricordo del suo predecessore e grande sponsor Giovanni Paolo II, Ratzinger si premurò di offrire una sua limpidissima interpretazione del Concilio Vaticano II e più in generale della storia della Chiesa Cattolica.

Il papa tedesco contrappose tra loro due “ermeneutiche”, due grandi letture del Concilio conclusosi quarant’anni prima: quella della continuità e quella della discontinuità o della rottura. Quest’ultima è quella che più incontra il favore dei media e di molti teologi. Essa predica l’esistenza di uno “spirito del Concilio” che andrebbe molto al di là della lettera dei testi approvati in quell’assemblea considerati frutto di dolorosi compromessi al ribasso. Secondo questa interpretazione, il Concilio consisterebbe nell’inizio di una svolta radicale, di una discontinuità assoluta che condurrebbe la Chiesa a rinnegare il proprio recente passato e dunque la sua compromissione con la premodernità e con molti valori e istituti provenienti dalla sua tradizione. Visto da questa prospettiva, il Concilio è stato, diceva Ratzinger, una sorta di “momento costituente”, un evento palingenetico e catartico che ha segnato l’avvio di una stagione interamente nuova nella storia della Chiesa, una svolta epocale. Per il pontefice tedesco, che al Concilio partecipò in qualità di teologo, questa visione del Vaticano Secondo è fonte di una grave confusione, di un preoccupante fraintendimento. Prima di tutto perché i Padri conciliari non hanno mai ricevuto il mandato di cambiare la Chiesa e non lo hanno mai ricevuto semplicemente perché non lo potevano ricevere, dato che, sono parole di Ratzinger, “la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso”. Il ruolo storico delle gerarchie ecclesiastiche è semmai quello di amministrare fedelmente quel dono, valorizzandolo e facendolo fruttare senza mai stravolgerlo o mutilarlo. E quindi di assecondare l’altra ermeneutica del Concilio: quella del “rinnovamento nella continuità” o della riforma. È questo che hanno fatto in modo esemplare, secondo Ratzinger, Giovanni XXIII e Paolo VI. Costoro si sono preoccupati di aggiornare non il messaggio della Chiesa ma il modo in cui esso viene comunicato al mondo, avendo a cuore soprattutto la sua capacità di toccare gli animi degli uomini. Tanto più che quell’ideologia della modernità che i sostenitori della discontinuità vorrebbero tanto abbracciare si sta rivelando fragilissima e vulnerabile. Le certezze dell’illuminismo e del razionalismo si stanno sgretolando, osservava il pontefice scomparso e anche molte forze politiche importanti stanno scoprendo la validità della dottrina sociale della Chiesa e l’importanza dei valori religiosi per la legittimità dell’ordine politico.  Il Concilio Vaticano II, visto in questa prospettiva, ha rappresentato null’altro che il tentativo più recente di trovare quell’equilibrio tra fede e ragione che impegna i cristiani dall’inizio dei tempi, da quando, disse Ratzinger diciassette anni fa in quel memorabile discorso, “San Pietro, nella sua prima lettera, aveva esortato i cristiani ad essere sempre pronti a dar risposta (apo-logia) a chiunque avesse loro chiesto il logos, la ragione della loro fede”.Il testo contiene molti altri passaggi degni di nota, ma la sostanza è quella che ho illustrato: una difesa appassionata e convinta dell’intera tradizione ecclesiale cattolica contro ogni tentazione radicale di ammodernamento rivoluzionario.Quel discorso natalizio ha rappresentato indiscutibilmente una sorta di manifesto del conservatorismo cattolico e un ceffone violento per il cattolicesimo progressista. Io penso che però contenga molti elementi di verità che anche che chi guarda alla Chiesa senza particolare affetto, diciamo con lo sguardo dell’analista, può e deve riconoscere: la Chiesa Cattolica trae la sua forza dalla sua formidabile continuità istituzionale, dal suo legame con un passato che essa cerca di rendere ogni giorno presente. Le fratture, le svolte, le discontinuità, gli strappi non le appartengono. Così come fondamentalmente ad essa estranee sono l’umanesimo laico e la cultura dei diritti e delle libertà. Questa è la sua forza e questo è il suo limite. Chi si è illuso del contrario, di poter, dall’interno, trasformarla e stravolgerla o di farne, dall’esterno, una protagonista dei processi di liberazione ed emancipazione dell’umanità ha preso una solenne cantonata e in qualche caso ha finito, senza accorgersene, per farsi servo di un pensiero intrinsecamente reazionario. L’epilogo del papato di Francesco testimonia questa verità in modo inequivocabile. Rileggere oggi, nel giorno della sua morte, le parole di Benedetto ci aiuta ad accettarla speriamo una volta per tutte.



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