Conoscere un nemico: l’estrema destra islamista e il suo contesto politico-culturale

In “Daesh. Viaggio nella banalità del male” (Meltemi) Sara Montinaro analizza la sharia e i movimenti che ne vorrebbero oggi restaurare l’applicazione.

Davide Grasso

A partire dal primo maggio le truppe internazionali che hanno occupato l’Afghanistan nel 2001 inizieranno il loro ritiro. La prospettiva probabile è che, nel giro di pochi mesi, i Talebani riconquisteranno il potere perduto, vent’anni fa, a causa dell’intervento straniero. In questi due decenni molte cose sono cambiate in quel paese e nel mondo – e in peggio. Sempre più le rivendicazioni per una vita migliore sul piano economico, sociale o delle relazioni identitarie e di genere sono represse da stati e proprietà multinazionali, ma anche da movimenti sociali che intendono restaurare tradizioni locali incompatibili con il benessere, il rispetto reciproco, l’uguaglianza sociale e la ricerca del piacere e del sapere. Ho saputo pochi giorni fa che un’amica afghana, da anni in prima linea nel paese per la liberazione nazionale e anche per quella delle donne (e per questo fiera oppositrice dei Talebani) è stata costretta ad entrare in una sorta di clandestinità preventiva. Persone come lei hanno sempre rischiato la vita, combattenti per la libertà sempre più solitarie; la situazione sta precipitando, e quella metà di afghani che vorrebbe poter scegliere come vivere sceglierà invece in gran parte l’emigrazione.

I Talebani non dovranno probabilmente fronteggiare l’opposizione di queste sensibilità, ad oggi in tutto il mondo quasi prive della capacità o possibilità di organizzarsi. Dovrà affrontare quella del suo alter ego, che nel 2001 non esisteva: l’Isis. Può stupire, perché siamo abituati a concepire l’estrema destra islamica come un unico magma, ma i sostenitori afghani dei Talebani devono la loro misoginia e ristrettezza mentale a consuetudini millenarie, preesistenti la conquista islamica medievale. L’Isis è il genere di movimento islamista che considera tali connotazioni specifiche e locali del credo islamico devianti. La stessa interpretazione della sharia prevalente in Afghanistan, quella hanafita, è considerata da gruppi come l’Isis fuorviante se non barbarica, benché costituisca una delle quattro scuole di diritto islamico certificate come legittime fin dal basso Medioevo. L’Isis e Al-Qaeda prediligono un’altra scuola, detta hanbalita, che esclude l’interpretazione analogica dei testi sacri. Forse la parte più ragionevole del popolo afghano (ogni popolo è politicamente diviso) non avrebbe dovuto subire le conseguenze di tali questioni se una setta islamica del tutto marginale, detta wahabita, non fosse stata elevata dagli Stati Uniti d’America a dottrina assoluta nel primo paese produttore di petrolio al mondo (l’Arabia, grazie ai Saud) e la rivendicazione di una superiorità della scuola hanbalita non si fosse quindi anche per questo trasformata in missione mediatica o violenta di proselitismo internazionale.

La reazione più comune a queste analisi è che sono troppo intricate: questioni “per specialisti”. Una consapevolezza politica al passo con i tempi passa invece per la coscienza che in un mondo globale l’azione politica e la conoscenza dei contesti è globale. Chi intende trasformare un mondo interconnesso non può non fare propria la conoscenza prodotta dagli specialisti di ogni paese sulle consuetudini afghane, l’Isis o le scuole della legge islamica. La tendenza oggi dominante, più tra noi “occidentali” che tra i musulmani a dire il vero, è credere sia sufficiente conoscere soltanto il proprio contesto politico e la propria tradizione culturale. Non sto dicendo che bisogna “accettare” o “apprezzare” acriticamente questa o quella tradizione, nostra o “altrui”: al contrario. Dico che per combattere il regresso sociale globale non serve seguire alla moviola la conferenza “turca” di Draghi o le sortite “arabe” di Renzi, senza poi preoccuparci di conoscere in profondità la politica oltre il Mediterraneo.

Tra i molti strumenti possibili per iniziare c’è un libro da poco uscito per Meltemi, “Daes. Viaggio nella banalità del male” di Sara Montinaro (158 pp., 14 euro): breve e incalzante, è utile per rendersi conto che è possibile, oltre che doveroso, comprendere ciò che ci è familiare e ignoto a un tempo iniziando a metterlo nel suo contesto, che non conosciamo non perché inattingibile, ma perché non lo spiegano, ad oggi (sbagliando), né la televisione né la scuola. La prima parte del libro è proprio un’introduzione a che cos’è la sharia, a quali sono le scuole della sua interpretazione prevalente e i principali movimenti organizzati che, in varie forme, ne vorrebbero oggi restaurare l’applicazione. Uno di questi è proprio l’Isis o Daesh, che nel secondo capitolo è spiegato – cosa non frequente – non solo come movimento, ma anche come (ex) stato.

Consigli e uffici per la legge islamica e per i tribunali, per l’ordine interno, per le tasse e il proselitismo, varie forze di polizia (quella ufficiale, hisba, ma anche quella segreta, amni) sono descritti con un taglio non esoterico ma che non si vuole “per dummies” ed anzi può però interessare anche gli esperti, essendo basato anche su quel genere di ricerche sul campo cui solo la militanza politica dà talvolta accesso. L’aneddotica ha spesso avuto il sopravvento riguardo ai gruppi islamisti, oppure certa – spesso trita – speculazione geopolitica. La volontà e capacità degli islamisti, anche violenti ed estremi, di costruire istituzioni è stata meno considerata, per non parlare della necessità di offrire uno studio equilibrato di fenomeni approcciati da non pochi media con rivoltante attitudine scandalistica. È il caso delle militanti donne di Daesh, protagoniste della terza e ultima sezione del libro, descritte sulla base di interviste dirette realizzate nei campi in cui sono prigioniere in Siria.

Se il testo si concentra su una delle organizzazioni maggiormente violente, ma anche più potenti nel mondo, non tralascia varianti islamiste diverse, come quella dei Fratelli musulmani (spesso indebitamente ignorata, se non in casi estremi coccolata, dalla critica politica della sinistra europea). Montinaro è una giurista e comprende la centralità della norma e dello scontro sul criterio normativo all’interno dell’agone sociale mondiale, ma è anche da una persona che ha viaggiato in quei territori con un’attitudine all’iniziativa e all’azione, sul versante sia sanitario che politico. Anche per questo ha potuto intervistare estensivamente miliziani dell’Isis (donne e uomini) siriani e soprattutto internazionali.

Non si è limitata a questo: la conclusione, con un’intonazione alternativa e propositiva, è dedicata al racconto dell’islam “democratico”, proposto dalle istituzioni confederali della Siria del nord-est (spesso detta, anche se in modo da tempo limitante, Rojava): un progetto religioso e politico animato da imam che non disdegnano una visione storica e sociale del messaggio coranico, in appoggio a militanti, soprattutto donne, che intendono mettere i discussione tanto il dominio patriarcale “dottrinale” (invocato ossessivamente dall’Isis) quanto quello “tradizionale” (che garantisce il successo dei Talebani in Afghanistan ma anche, in un contesto del tutto diverso, l’impunità di tante violenze e femminicidi in Italia e in Europa).

Dentro e oltre la pandemia l’Europa non può essere il nostro unico focus. In Afghanistan come in Mali, in Burkina Faso come in Mozambico l’uso della religione per giustificare forme di subordinazione è ancora in ascesa, benché l’assenza di attentati in occidente mal consigli l’informazione nostrana a tacere su questi fenomeni – per adesso. Alla lettura di questo libro può essere allora utile far seguire la visione online (4 euro) di un cortometraggio da poco girato a Raqqa da Benedetta Argentieri, dove prendono parola le donne arabe e curde che, nell’ex capitale dello “Stato islamico”, costruiscono oggi, tra le rovine della guerra, l’organizzazione autonoma, le prospettive di vita e la forza politica collettiva di cui sentono di avere bisogno (Blooming in the Desert, Banos-OpenDdb-Possibile 2020, 30’).



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