Lettera sulla vita, sui sogni, su una società che ci appartiene

Rosella Postorino, editor Einaudi ma soprattutto autrice conosciuta anche all’estero per “Le assaggiatrici” (Einaudi), il romanzo con cui ha vinto il Premio Campiello (e molti altri riconoscimenti), è appena uscita con il libro “Io, mio padre e le formiche. Lettera ai ragazzi sui desideri e sul domani”, edito da Salani.

Marilù Oliva

«Lo scopo di chi ha il privilegio di studiare è impegnarsi affinché quel privilegio si tramuti in diritto, esteso all’intera collettività, all’intera comunità umana. E lottare contro chi cerca di sminuirlo, di banalizzarlo, deriderlo, censurarlo o addirittura condannarlo».

Rosella Postorino, editor Einaudi ma soprattutto autrice conosciuta anche all’estero per “Le assaggiatrici” (Einaudi), il romanzo con cui ha vinto il Premio Campiello (e molti altri riconoscimenti), è appena uscita con il libro “Io, mio padre e le formiche. Lettera ai ragazzi sui desideri e sul domani”, edito da Salani.

Un centinaio di pagine rivolte ai giovani, ma il destinatario è universale: la prima parte è un discorso d’augurio letta tra anni fa ai neolaureati dell’Università di Siena, nella seconda parte proseguono le riflessioni. Ogni pagina si amplia a pensieri che puntano sulla presa di coscienza, sulla responsabilizzazione, sulla gratitudine, sull’approfondimento della complessità che ci circonda, sui punti oscuri e su quelli lucenti. Ma non solo. In questa lettera aperta, l’autrice regala stralci di suoi ricordi fondanti, parla di vulnerabilità, di ambivalenze, di contraddizioni dell’esistenza e, se da un lato incita affinché ogni ostacolo non sia un muro considerato insuperabile, dall’altro sfata la retorica che inneggia al vincente, quella del “farcela a tutti i costi”.

La Postorino non esita a svelare la sua esperienza, il suo desiderio atavico di diventare scrittrice: desiderio che si è però in parte scontrato con la sua classe di provenienza. Ha coltivato la sua passione in segreto, quasi fosse un tabù, una “attività carbonara” in cui si sentiva quasi un’imbucata e questo senso di disagio raddoppiava in quanto donna.

I passaggi sul femminismo andrebbero letti con attenzione, magari proposti alle scuole. Perché l’autrice, con tanto di ragionamenti, argomentazioni – procedendo cioè con un metodo scientifico – e cooperative learning, parte da un luogo comune che una volta l’ha colpita (una ragazza riteneva che le donne che scrivono anche d’amore producano automaticamente romance) per sfatare una serie di pregiudizi. Spiega, con tanto di esempi e suon di logica, che non esistono questioni da uomini e questioni da donne, ma situazioni e problemi che ci riguardano tutti, indistintamente. Dimostra che chiunque abbia senso della giustizia è femminista, perché gli stereotipi imprigionano la società intera, non soltanto le donne.

Poi vi è la questione del dolore, della fatica, del sacrificio e l’autrice non indora la pillola, dal momento che si sta rivolgendo a dei giovani che a breve si butteranno nel mondo. Non li prende in giro, con delle soluzioni di facile consumo, eppure non nasconde nemmeno la potenza di sentimenti belli come la gioia, la commozione, la solidarietà, la cura verso l’altro. Piuttosto incammina i lettori e le lettrici lungo una strada forse più impegnativa, ma certo più solida:

«Fidatevi della conoscenza, per favore. Fidatevi del cammino che avete fatto fino ad oggi. Coltivate dubbi. Sentitevi in difetto di conoscenza. Non perdete la curiosità che di solito accompagna la giovinezza, non trascurate la voglia di esplorare, di approfondire, di capire anche ciò che sembra incomprensibile».



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