Recovery Planet. L’alternativa partecipata al piano del governo

Più di mille tra realtà associative e singole persone hanno lavorato per settimane a un piano alternativo al Recovery Plan del governo. Ne è nato un documento di indirizzo politico che gli organizzatori vogliono portare all’attenzione delle istituzioni. Parola d’ordine: la cura di sé, degli altri, dell'ambiente e delle generazioni che verranno.

Ingrid Colanicchia

Un piano ecofemminista per la gestione dei fondi europei per la ripresa, che fa tesoro dell’esperienza della pandemia (e non solo) ponendo al centro la medicina territoriale integrata, l’agricoltura agro-ecologica e solidale, la riduzione delle emissioni di tutti i gas climalteranti, la tutela della biodiversità, un ripensamento del Welfare…

No, non è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza revisionato dal gigante mondiale della consulenza McKinsey, che il ministero dell’Economia ha arruolato per rivedere il Piano elaborato dal governo Conte. No. Non ancora almeno.

Si tratta del Recovery Planet, il piano alternativo cui più di mille tra realtà associative e singole persone hanno lavorato per settimane e che è stato presentato online il 6 marzo in vista di una giornata di mobilitazione nazionale per il prossimo 10 aprile.

«Il Recovery Planet è l’esito di un grande processo partecipato iniziato lo scorso anno durante gli Stati generali di Villa Pamphili», racconta Monica Di Sisto (Fairwatch), una delle facilitatrici di questo percorso. «In quell’occasione, con diverse realtà, alcune delle quali invitate a partecipare agli Stati generali, abbiamo cominciato a pensare all’idea di un “luogo” di condivisione e convergenza di istanze e di lotte. La risposta è stata sin da subito molto forte e dopo qualche mese ha dato i suoi primi frutti: un manifesto, che è un po’ la nostra cornice di senso; una sorta di manovra di bilancio, con tutte le priorità sulle quali il Paese dovrebbe investire; e infine il Recovery Planet, risultato del lavoro di 14 gruppi tematici a ognuno dei quali ha partecipato da un minimo di 40 a un massimo di 80 persone, tra lavoratori, sindacalisti, attivisti…».

Un documento che, fatte proprie tutte le lezioni delle crisi degli ultimi anni (da quella economica a quella ambientale passando per quella democratica), mira alla costruzione di un altro modello di convivenza: una società della cura (e “Società della cura” è anche il nome che si è dato questo percorso), che sia cura di sé, delle altre e degli altri, dell’ambiente e delle generazioni che verranno.

«Se dovessi indicare come prioritaria una tra tutte le questioni che il nostro documento tocca direi senz’altro la democrazia», spiega Di Sisto. «Perché la prima crisi che vedo è quella democratica (che è poi trasversale a tutte le altre questioni): basti pensare alla privatizzazione della partecipazione simboleggiata dal ricorso a McKinsey per la valutazione del Recovery Plan… E poi la crisi ambientale che amplifica quella sociale ed economica».

Una prospettiva che gli organizzatori hanno tutta l’intenzione di presentare a governo, Parlamento e autorità locali. «Per il 10 aprile, oltre a una giornata di mobilitazione con iniziative diffuse sul territorio, chiederemo audizioni a tutti i livelli delle istituzioni, a partire da Roma fino a tutte le città che riusciremo a raggiungere e incontreremo chi speriamo avrà la lungimiranza di ascoltarci», annuncia Di Sisto. «L’obiettivo è lasciarci alle spalle i criteri che ci hanno condotto alla situazione in cui ci troviamo: crescita, concorrenza e competizione. Un compito arduo, a quanto pare: nonostante la pandemia ci abbia messo di fronte alla stretta connessione esistente tra antropizzazione del territorio e diffusione dei virus, ancora si fa fatica ad anteporre la preservazione dell’ambiente agli interessi delle imprese… Mentre la presa in carico della situazione richiede il coraggio di ridurre i margini di profitto dei privati e una gestione pubblica trasparente ed efficace».

Quello del 10 aprile non è l’unico appuntamento cui guardano le realtà riunite nella Società della cura. «In questo 2021 ricorrono i 20 anni dal Forum sociale di Genova. Vogliamo incontrarci per fare il punto, per guardarci indietro e vedere cosa è successo in questi due decenni dal punto di vista ambientale, sociale, economico. Non solo per constatare che avevamo ragione e per avvertire tutta l’infelicità di non essere riusciti a sovvertire ciò che non funzionava. Ma anche per rinnovare l’impegno a lavorare per quell’alternativa che già allora avevamo cominciato a tracciare».

 

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