In difesa del Reddito di cittadinanza: intervista a Chiara Saraceno

Al centro della campagna elettorale, e già da tempo nel mirino del centrodestra e di parte del centrosinistra, la misura è stata in realtà la salvezza per milioni di italiani. Eppure è raccontata come la causa di ogni male della nostra economia.

Daniele Nalbone

Un governo Meloni-Salvini si metterebbe subito al lavoro per abolire il Reddito di cittadinanza. Al suo fianco, però, il duo che tutti danno come prossima guida dell’Italia troverebbe non solo l’intero centrodestra, ma anche importanti pezzi del centro(sinistra). E in veste di alleato pesante “c’è buona parte del panorama informativo e giornalistico italiano”, che “da subito ha dato vita a una narrazione quasi esclusivamente negativa della misura”, come sottolinea in questa intervista a MicroMega Chiara Saraceno che ha guidato il Comitato scientifico sul Reddito di cittadinanza su nomina, “larga”, del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali uscente, Andrea Orlando.

Professoressa Saraceno, come giudica il dibattito sul Reddito di cittadinanza?
Si sta parlando malissimo di questa misura e la responsabilità non è solo politica, ma anche giornalistica. Il panorama informativo italiano ha messo subito nel suo mirino il Reddito di cittadinanza, fomentando una narrazione tutta schiacciata sui “furbetti”. Ma questa, almeno in parte, è responsabilità degli stessi 5 Stelle: sono loro, al momento della scrittura della misura, ad aver iniziato a parlare di “norme anti-divano”, riferendosi ai poveri come tendenzialmente imbroglioni, nullafacenti. Questa narrazione è stata poi cavalcata dalle altre forze politiche, Partito democratico in testa. E non è un caso che il Pd abbia votato contro questa norma al momento della sua nascita: potevano astenersi, ma votare contro è un segnale chiaro. Potevano lavorare subito per una riforma, ma non ne hanno avuto nemmeno l’intenzione.

Quanto è preoccupata dal clima che c’è intorno al Reddito di cittadinanza?
Molto. Oggi a difenderlo, oltre ai 5 stelle, c’è solo la società civile organizzata, dalla Caritas ad Alleanza contro la povertà. La cosa assurda è che tra chi si occupa di temi come povertà e disuguaglianze c’è un fortissimo consenso intorno all’importanza della misura, ovviamente criticabile ma con l’unico obiettivo di migliorarla. Da qui le tante proposte emerse e cadute nel vuoto. A partire dalle proposte fatte dall’Osservatorio che ho coordinato dietro mandato largo del ministro Orlando, che addirittura ci ha chiesto di scrivere un articolato di legge a riguardo, cosa che andrebbe oltre il nostro ruolo. Lo abbiamo fatto, ma anche qui il documento prodotto è stato messo in un cassetto.

Perché?
Perché l’unico obiettivo reale era la riforma degli ammortizzatori sociali. E, dall’altra parte, il Movimento 5 stelle non è mai stato intenzionato a migliorare il Reddito di cittadinanza, ma solo a difenderlo. Forse, e in questo caso potrei anche capirli, erano spaventati che potesse essere cambiato in peggio.

Anche il governo uscente non ha mai avuto in particolare simpatia questo strumento.
Basti pensare alle parole di Draghi nel suo ultimo discorso quando, forse ormai incattivito contro i 5 stelle, ha sottolineato che “quando uno strumento non funziona, significa che è cattivo”. Un conto è dire che va migliorato, un conto è bollarlo come cattivo strumento. Sono state parole violente, che hanno avallato la retorica che si fa sul Reddito. Come se i risultati prodotti non fossero significativi.

Ecco, può spiegarci brevemente – dal suo punto di vista – quali sono questi risultati e quali invece le cose che si dovrebbero migliorare?
Sicuramente il lato positivo è l’effetto di protezione nei confronti di chi non ha reddito. Quello negativo, è che questo effetto non è sufficiente: dalla misura sono state escluse molte famiglie con figli minorenni e la gran parte degli stranieri poveri.

Perché allora questa narrazione “anti Reddito di cittadinanza”?
Penso che il problema sia dovuto anche al fatto che sia stata raccontata come misura di politica attiva del lavoro, quando il suo principale scopo era quello di proteggere dalla povertà.

Quindi ha funzionato?
Non del tutto, ma dire che non ha funzionato è decisamente sbagliato: anche l’Istat ha sottolineato come questa misura abbia salvato più di un milione di persone dalla povertà. Il problema, ma questo non viene raccontato, è che dalla misura sono stati tenuti fuori la metà dei poveri assoluti a causa delle scale di equivalenza che hanno svantaggiato le famiglie con minorenni e, come detto, per il requisito di residenza degli stranieri che è non solo contro ogni norma europea, ma contro la Costituzione italiana.
Andrebbe quindi migliorato in un’ottica più inclusiva. Ma, ripeto, gli attacchi mossi sono strumentali e causati anche da una narrazione sbagliata da chi ha creato lo strumento: non è però colpa dei percettori se nessuno offre loro attività di inclusione; non è colpa del Reddito di cittadinanza se le politiche attive del lavoro in Italia non esistono.

A chi si rivolge quindi il Reddito di cittadinanza? Sembra una domanda banale, ma alla luce di come lo strumento viene raccontato e analizzato dalla politica credo sia necessario porla.
A chi ha poche possibilità di essere occupato, a chi ha una bassa istruzione, a chi – in generale – è lontano dal mercato del lavoro. Ma non solo. Tra i percettori del Reddito ci sono molti lavoratori poveri, chi lavora sei mesi all’anno, chi ha bassi salari. Persone che per l’Inps sono “lavoratori” ma solo perché hanno un qualche tipo di contratto regolare. Non parliamo quindi di nullafacenti, ma di chi non riesce a trovare un lavoro che dia un reddito sufficiente per vivere e per uscire dalla povertà. Non dimentichiamo che in Italia il 13 per cento delle famiglie è in povertà assoluta, non relativa: significa che non è in grado di soddisfare i propri bisogni primari. Lavoro povero, bassi salari, contratti “legali” che creano solo il cosiddetto “part time involontario”. Ma in Italia l’unico problema sembra essere il Reddito di cittadinanza.

Ultima domanda: cosa pensa delle polemiche che leggiamo praticamente ogni giorno sull’imprenditore “x” o il ristoratore “y” che non trova lavoratori “per colpa del Reddito di cittadinanza”?
Si tratta di un problema culturale che viene da lontano. Quando, a metà degli anni Novanta, proponemmo alla Commissione di indagine sulla povertà e l’emarginazione guidata da Pierre Carniti uno strumento che sarebbe poi diventato il “reddito di inserimento sperimentale”, ricordo che l’allora segretario della Cgil, Bruno Trentin, coniò lo slogan “non una lira senza un’ora di lavoro”. E questa è la cultura “di sinistra”. Altro aneddoto, che ben spiega la cultura di destra: ricordo che una volta parlai in Confindustria e un mio interlocutore – di cui ora non ricordo il nome – disse senza problema che “i poveri o lavorano, o possono dormire sotto i ponti”. E oggi, che siamo nel 2022, siamo al “dovete essere grati a quegli imprenditori che offrono lavoro” o al “io – detto da un imprenditore o un ristoratore diverso ogni volta – lavoravo anche gratis pur di fare esperienza”.

Per concludere: come vorrebbe che si parlasse del Reddito di cittadinanza da parte della classe politica?
Come di uno strumento necessario e positivo da riformare spostando l’attenzione da quello che va fatto per impedire imbrogli e nullafacenza a quello che serve per renderlo equo ed efficace. Uno strumento contro la povertà e le disuguaglianze.

 



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