Reddito di cittadinanza e licenziamenti, Alleva: “Destre all’attacco, sinistra compresa”

I datori di lavoro che non trovano dipendenti. Gli imprenditori che non possono licenziare. Una narrazione sbilanciata sta attaccando il RdC e, in generale, i lavoratori. Perché dalle crisi si può uscire da destra e da sinistra. “E l’Italia di Draghi – analizza il giurista in un’intervista per MicroMega – ha scelto chiaramente”.

Daniele Nalbone

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I cento tavoli dell’Italia in crisi

Da un lato le polemiche sul reddito di cittadinanza, con i “poveri” imprenditori che non trovano forza lavoro sottopagata. Dall’altro, la fine del blocco dei licenziamenti con tutto quello che ne scaturirà. In mezzo, una politica sempre più attenta alle richieste di Confindustria. La nostra chiacchierata con Piergiovanni Alleva, giurista, già docente ordinario di Diritto del Lavoro all’università di Ancona, parte da una considerazione a monte – “Quella del reddito di cittadinanza è stata un delle poche riforme civile fatte in Italia” – e da una precisazione, per mettere le cose in chiaro: “Il Movimento 5 stelle non è il mio partito, ma su questo devo dire che ha lasciato il segno, al di là delle imperfezioni della legge”.

La discussione – nostra premessa, stavolta – non è incentrata sul reddito di cittadinanza in sé, ma sulle condizioni generali in cui versa il mondo del lavoro in Italia partendo dalla misura di welfare.

Professor Alleva, non possiamo non partire dalle polemiche in corso sul reddito di cittadinanza. Qual è la sua posizione su quanto si legge sui maggiori giornali italiani, con i poveri imprenditori che non riescono a trovare forza lavoro e i giovani, e in generale i percettori del Reddito di cittadinanza, che – si dice e si scrive – rifiutano offerte su offerte?

Rispondo con una battuta: anche se fosse vero, che qualcuno si stia approfittando del Reddito di Cittadinanza, non possiamo giudicare la bontà del codice della strada dal fatto che qualcuno passa con il rosso. Detto ciò, è vero che in tv e sui giornali vediamo e leggiamo di imprenditori che si lamentano perché “la gente non vuole lavorare” perché ha il Reddito di Cittadinanza. Ma la verità è che questi imprenditori vorrebbero pagare un mese di lavoro meno di mille euro, per questo quelle offerte sono in competizione con il RdC. È chiaro che se mi vuoi pagare 700-800 euro e prendo 600-700 euro senza lavorare, preferisco la seconda opzione.

E le polemiche sui furbetti? Come le bolla?

Roba da osteria. La legge che instituisce il RdC prevede la perdita del diritto all’assegno mensile dopo aver rifiutato tre offerte di lavoro congrue. Domando: è accaduto? La maggioranza dei percettori ha rifiutato tre offerte di lavoro? Non mi pare. Non ne hanno rifiutata nemmeno una perché non le hanno ricevute. Parliamo d’altro, per favore. Almeno noi.

Ritiene il Reddito di Cittadinanza un esperimento riuscito? Lo definisco esperimento solo perché è il primo tentativo di vero welfare applicato al mondo del lavoro in Italia.

Lo ritengo estremamente positivo in una nazione, come l’Italia, che ha una quantità di poveri assoluti inaccettabile e che è aumentata con la pandemia. Ed è assurdo che in una situazione come questa si voglia rimettere mano a questo strumento non ampliandolo, facendolo diventare ad esempio un vero reddito di base, ma per ridurlo o addirittura per eliminarlo. Questo è il segno della destra ormai dilagante anche a sinistra.

Lo vediamo anche sulla questione licenziamenti.

Dalle crisi si può uscire da destra o da sinistra: la destra, ovviamente, vuole uscirne da destra. Confindustria, sempre da destra: con più precariato, libertà di licenziare, niente salario minimo, niente reddito minimo. Il problema è che il centrosinistra sembra volerne uscire dallo stesso lato di Confindustria.

Il Reddito di Cittadinanza non è neanche una vera misura di welfare, ma è più una misura proattiva di lavoro perché punta a sostenere le persone senza reddito fino alla “conquista” di un posto.

Ecco, qui si possono muovere critiche al Reddito di Cittadinanza, ma in quanto misura proattiva, come ha giustamente detto, e non come misura di welfare. Tridico (presidente Inps, ndr) è stato coraggioso a inserire quella norma che prevede l’erogazione del Reddito di Cittadinanza in favore del datore di lavoro che assume un beneficiario della misura. Più di così non poteva fare. Ma io posso anche dare ai datori di lavoro tanti incentivi in caso di assunzione, ma se una fabbrica, un bar, un ristorante, un giornale non ha bisogno di dipendenti, o non li vuole, non assumerà mai anche se il costo è estremamente ridotto. Ed è qui che bisognerebbe intervenire.

Come?

Ad esempio, utilizzando il Reddito di Cittadinanza – per le persone ovviamente che possono essere inserite nel mercato del lavoro – per assumere i beneficiari riducendo l’orario di lavoro di chi è già assunto. E quei lavoratori compenserebbero la perdita di salario dovuta alla riduzione delle ore di lavoro ricevendo parte del Reddito di Cittadinanza spettante ai neoassunti. Sarebbe una ricompensa per il “sacrificio salariale”. Se quattro lavoratori, passando da 5 giornate lavorate a 4, perdono un 20% di salario, in media 250 euro mensili, basterebbe ridistribuire i 780 euro del Reddito di Cittadinanza e la fabbrica (o il bar, il ristorante, etc…) avrebbe le stesse ore di lavoro coperte da 5 dipendenti e non da 4. Il Reddito di Cittadinanza potrebbe creare posti di lavoro a costo zero. E si risparmierebbe anche.

Vede spazio per simile proposte “pro-attive”? E chi non può lavorare o sappiamo non troverà mai lavoro?

Parto dalla seconda parte della domanda. Per chi non può lavorare o sappiamo non troverà mai lavoro, il Reddito di Cittadinanza non scomparirebbe. Anzi, ci sarebbero i soldi per ampliare la platea e trasformare il RdC in un vero reddito di base. Per quanto riguarda quello che ha definito “spazio”, in questa Italia – oggi – è quasi impossibile e per due motivi. Il primo riguarda la classe datoriale. Un piano di ridistribuzione dell’occupazione deve passare necessariamente attraverso la formazione. Ma i datori di lavoro vogliono tutto e subito. Il secondo invece riguarda i sindacati, servirebbero accordi fabbrica per fabbrica, ufficio per ufficio, ristorante per ristorante, per inserire i lavoratori che prendono il reddito di cittadinanza in azienda riducendo l’orario dei già assunti. Dubito che i sindacati italiani oggi ne abbiano la voglia e l’interesse, ancor prima che le capacità. Poi ho un altro sospetto, diciamo così, ideologico sul fronte datori di lavoro.

Quale?

I datori di lavoro preferiscono pagare di più per ottanta lavoratori anziché averne cento con una riduzione di orario.

Perché, secondo lei?

Perché gli imprenditori hanno bisogno della disoccupazione. L’esercito industriale di riserva è funzionale. Serve. Se avessimo – con una riduzione dell’orario di lavoro – la piena occupazione e chi è fuori dal mercato del lavoro ricevesse un reddito di base, avremmo un movimento dei lavoratori forte, non ricattabile. Finirebbe il lavoro precario e i datori di lavoro dovrebbero fare i conti con dipendenti che chiedono diritti mentre oggi si accontentano di mantenere il posto di lavoro.

In chiusura, torno al tema iniziale: il Reddito di Cittadinanza. Ha immaginato cosa sarebbe accaduto se – in pandemia – non ci fosse stato?

Avremmo avuto il sangue per le strade. E non esagero.

(credit foto ANSA/ETTORE FERRARI)

I licenziatori e i loro complici



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