L’importanza del reddito di base spiegata a chi non vuol capire

Mentre in Italia Matteo Renzi & co. parlano di abolire il reddito di cittadinanza e gli imprenditori si lamentano della mancanza di forza lavoro (sfruttabile a piacimento), in Europa ci si mobilita per una proposta di reddito di base incondizionato e nel resto del mondo si sperimentano interessanti forme di sostegno economico.

Daniele Nalbone

Iniziamo spiegando a Matteo Renzi cos’è il reddito di base. Al lettore può risultare un esercizio pedante, ma purtroppo è necessario visto che ci rivolgiamo in primis a chi si esprime così: “Voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, giocarsela. I nostri nonni hanno fatto l’Italia sudando e spaccandosi la schiena, non prendendo soldi dallo Stato”.

Perché mentre l’Italia parla di abolire il Reddito di cittadinanza (che non è un reddito di base, prevendendo per esempio l’obbligo di accettare una proposta lavorativa concedendo al massimo due rifiuti) e la politica punta il dito sui furbetti e sugli imprenditori che non riescono a trovare forza lavoro (salvo poi scoprire fatti come quelli riguardanti Grafica Veneta), in Europa ci si mobilita – nel silenzio mediatico nostrano – per obbligare la Commissione europea a presentare una proposta relativa a redditi di base incondizionati in tutta l’Unione “che riducano le disparità regionali al fine di rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale nell’Ue” e costringere l’Ue e gli Stati membri a sostenere “regimi di previdenza sociale efficienti, sostenibili ed equi per garantire un reddito di base al fine di combattere le disuguaglianze”.

Il reddito di base incondizionato è definito dai seguenti quattro criteri, ripresi dall’appello alla Commissione europea volto a introdurre redditi di cittadinanza in tutta l’Unione, sottoscritto al momento (ore 18 del 2 agosto) da 140.604 cittadini europei, 13.752 dei quali italiani. [Si può firmare qui]

1 – Universale: il reddito è versato a tutti, senza una valutazione delle risorse individuali. Non è soggetto a limiti di reddito, risparmio o patrimonio. Ogni persona, indipendentemente dall’età, dal ceto, dalla cittadinanza, dal luogo di residenza, dalla professione, eccetera, ha il diritto di ricevere tale prestazione[i].

2 – Individuale: chiunque – donna, uomo o bambino – ha diritto al reddito di base incondizionato su base individuale, poiché si tratta dell’unico modo per garantire la privacy e impedire il controllo da parte di altre persone. Il reddito di base incondizionato deve essere indipendente dallo stato civile, dalle forme di convivenza o dalla configurazione familiare, oppure dal reddito o patrimonio di altri conviventi o familiari. Ciò consente ai singoli di decidere in autonomia.

3 – Incondizionato: in quanto diritto umano e giuridico, il reddito di base incondizionato non è soggetto a nessuna condizione preliminare, che sia l’obbligo di svolgere un’attività lavorativa retribuita, di dimostrare la volontà di lavorare, di svolgere un lavoro socialmente utile o di comportarsi secondo ruoli di genere predefiniti.

4- Sufficiente: l’importo dovrebbe consentire un tenore di vita dignitoso, corrispondente alle norme sociali e culturali del Paese interessato. Dovrebbe prevenire la povertà materiale e offrire l’opportunità di partecipare alla vita sociale. Ciò significa che l’importo netto del reddito di base incondizionato dovrebbe essere almeno superiore alla soglia di povertà secondo le norme dell’UE, vale a dire corrispondere al 60% del cosiddetto reddito medio netto equivalente nazionale. Nei Paesi in cui i redditi sono per lo più bassi e, di conseguenza, anche il reddito medio non è alto, per determinare l’importo del reddito di base si dovrebbe utilizzare un valore di riferimento alternativo (ad esempio un paniere di beni e servizi), al fine di garantire una vita dignitosa, la sicurezza materiale e la piena partecipazione alla vita sociale.

Renzi parla di sofferenza e rischio, di sudore e schiene spaccate. Oltre 140mila cittadini europei di disparità e disuguaglianze, di coesione sociale. Eviteremo qui battute sul fatto che questo potrebbe spiegare perché Italia Viva sia un partito da 2%. Sarebbe una constatazione ovvia che potrebbe essere scambiata per satira politica.

Al di là delle valutazioni che si possono fare in merito al reddito di base così disegnato dall’appello di cui sopra, per fornire al dibattito la giusta cornice è utile portare i numeri italiani in materia di povertà, che dovrebbero preoccupare Renzi e che meriterebbero politiche serie e urgenti (che vadano anche oltre il Reddito di cittadinanza).

1 – Nel 2020, sono in condizione di povertà assoluta[ii] più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%).

2 – L’incidenza di povertà assoluta raggiunge l’11,3% (oltre 1 milione 127mila individui) fra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

3 – La povertà assoluta in Italia colpisce 1 milione 337mila minori.

4 – Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono circa di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019) per un totale di circa 8 milioni di individui (13,5%).

I dati Istat sulla povertà 2020 mostrano un Paese nel baratro più profondo. Matteo Renzi pensa davvero che l’Italia da qui a un tot anni (dia lui il numero) sia in grado di creare posti di lavoro stabili e dignitosi – o trovare una soluzione in termini di welfare – a 3,5 milioni di persone, che diventano 11,5 milioni considerando quelle in povertà relativa che sono toccate solo marginalmente dal Reddito di cittadinanza?

Ma la vera domanda che vorremo fare a Renzi e, in generale, a tutti i detrattori del Reddito di cittadinanza è un’altra: possibile che il livello di discussione in Italia sul welfare sia così basso e, soprattutto, il tema osservato sempre e soltanto dal punto di vista, diciamo così, imprenditoriale?

Crediamo che l’Italia si meriti altro, una discussione che si avvicini almeno al livello di quella statunitense. Mentre qui i vari Meloni, Salvini, Renzi, De Luca (altro elenco che interrompiamo perché sarebbe lunghissimo) parlano di divani e schiene che devono spaccarsi, negli Stati Uniti è nata una coalizione di 51 “Sindaci per il reddito garantito”, Mayors for a guaranteed income, che hanno messo al centro della propria iniziativa politica progetti pilota, sperimentazioni di un reddito di base incondizionato. Ne abbiamo parlato in maniera approfondita su MicroMega+ nella prima puntata della “serie” sulle sperimentazioni di reddito di base nel mondo.

Perché mentre in Italia un ex sindaco, ex premier, ex un po’ tutto, parla di schiene che devono tornare a spaccarsi, negli Usa Bill Peduto, sindaco di una delle città simbolo dell’industria a stelle e strisce – Pittsburgh – sostiene che “il modo migliore per spezzare i cicli della povertà è dare soldi alle persone”. Mentre in Italia la classe imprenditoriale piange per mancanza di forza lavoro sfruttabile causa Reddito di cittadinanza, negli Usa Jack Dorsey (fondatore di Twitter) ha messo sul piatto 15 milioni di dollari destinati a sostenere l’introduzione di un reddito di base nelle città americane e Andrew Yang, tra i candidati alla nomination democratica alle ultime presidenziali e candidato sindaco di New York ha fatto del Freedom Dividend (un reddito di base per tutti i cittadini adulti) il tema centrale del suo programma politico incassando il sostegno economico della fondazione Economic Security Project, fondata da Chris Hughes, uno degli ex fondatori di Facebook. Mondi lontani anni luce. A livello di dibattito e di classe politica e imprenditoriale.

Vabbè, potrebbe pensare Renzi, quelli sono gli Usa. E allora lo invitiamo a dare un’occhiata a quanto accade in Brasile e in Sudamerica. O in Africa. O in Asia, in particolare in Corea del Sud. Purtroppo, invece, siamo in Italia. E abbiamo politici come Matteo Renzi.


[i] La ratio è basata sull’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia (…)”.

[ii] Quando si parla di “povertà assoluta” si fa riferimento alla sopravvivenza, cioè al livello di vita ritenuto minimo indispensabile. La povertà relativa è un parametro che esprime la difficoltà nella fruizione di beni e servizi, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione. Chi si trova in povertà relativa, quindi, potrebbe comunque avere il minimo necessario per la sopravvivenza ma non usufruire di tutte le possibilità e i servizi disponibili in un Paese.



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