Il Reddito di cittadinanza è da cambiare. Ma in meglio

Mentre diversi esponenti politici e quel pezzo del sistema mediatico a caccia di clic e “lettori-spettatori di pancia” continua ad attaccare la misura di Welfare, l’Osservatorio scientifico guidato da Chiara Saraceno ha pubblicato l’attesa relazione sul RdC. I dati parlano chiaro: questo tipo di welfare non solo è necessario ma è da incrementare, non certo da tagliare.

Daniele Nalbone

“Non servono commenti”, twitta Antonio Tajani pubblicando l’immagine di una schermata del Televideo che recita: “Reddito, truffa da 60 milioni e 9 mila denunce”. Perché, lo abbiamo raccontato più volte, il problema del Reddito di cittadinanza è un problema prettamente politico, e quando un problema è politico, si usa ogni mezzo, in questo caso l’informazione, ovviamente in maniera strumentale, per attaccare.
Così la notizia non è il sistema criminale che è stato messo in piedi per truffare le casse pubbliche, ma il reddito di cittadinanza che darebbe il via alle truffe. Come dire che il problema delle rapine alle poste sono che le poste hanno i soldi in cassa e quindi attaccare l’intero sistema, dagli addetti allo sportello fino ai vertici dell’azienda, perché Poste non esista più.

Perché Tajani (stavolta mettiamo lui come esempio, visto che dei Renzi, dei Salvini, dei Meloni, di alcuni esponenti del centrosinistra abbiamo già parlato diffusamente) non ha però dato lo stesso risalto a un’altra notizia riguardante il Reddito di Cittadinanza di appena 48 ore prima? La notizia è la relazione del Comitato Scientifico sul Reddito di Cittadinanza guidata da Chiara Saraceno che è stata presentata il 9 novembre alla presenza del ministro del Lavoro, Andrea Orlando. Una relazione fortemente attesa soprattutto dal mondo accademico per quanto riguarda i risultati della misura, evidentemente meno attesa dal mondo dell’informazione, più interessato a sapere se anche oggi qualche furbetto è stato beccato a percepire in maniera indebita l’assegno.

“Con l’introduzione del ReI prima e del Reddito di cittadinanza poi”, si legge nell’introduzione alla relazione, “l’Italia si è allineata agli altri Paesi europei (e ad altri extraeuropei) nel fornire insieme una garanzia di reddito minimo a chi ne è privo e opportunità e strumenti di inclusione sociale e di sostegno alle capacità tramite la formazione, il coinvolgimento in attività di utilità sociale, il rafforzamento delle caratteristiche di occupabilità per chi è in età lavorativa, l’inserimento nel mercato del lavoro per chi non ha un’occupazione”. Si tratta, spiega la squadra guidata da Chiara Saraceno, “di una misura complessa, che ha l’obiettivo di contrasto alla povertà e di riconoscimento del diritto di chi si trova in povertà ad una vita dignitosa tramite una pluralità integrata ed insieme personalizzata di interventi, che devono tener conto delle caratteristiche degli individui e delle famiglie cui sono rivolte e delle loro specifiche circostanze, rispettandone la dignità come persone e cittadini”.

Non solo. Secondo l’Osservatorio il Reddito di Cittadinanza “può anche costituire uno strumento di contrasto al lavoro nero e alle diverse forme di caporalato che tuttora esistono nel nostro Paese, non solo perché offre la possibilità di non sottostare a forme di sfruttamento inaccettabili, ma perché i controlli sistematici operati sui percettori di RdC e la penalizzazione che segue alla scoperta che lavorano in nero costituiscono un deterrente, asciugando la platea dei potenziali lavoratori in nero, favorendo viceversa l’emersione”.

Veniamo ai dati. Secondo l’Osservatorio INPS sul Reddito e la pensione di cittadinanza, nei primi nove mesi del 2021, i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC sono stati 1.686.416, per un totale di 3.790.744 di persone coinvolte. C’è stato in aumento rispetto ai 12 mesi dello scorso anno, pure caratterizzato dall’impatto della pandemia, quando i nuclei coinvolti erano stati 1.576.258, per un totale di 3.697.531 individui. Sempre nei primi 9 mesi di quest’anno, il beneficio è stato revocato a 89.956 nuclei, mentre sono decaduti dal diritto 243.845 nuclei. L’importo medio del beneficio è di 577,33 euro per il RdC e 273,53 euro per la PC.

Passando alle criticà, alcune sono dovute “alla mancata, o insufficiente, implementazione di alcuni aspetti importanti, alla non sempre adeguata, ed eterogenea, qualità ed efficacia dei servizi che dovrebbero integrare la dimensione monetaria e alla mancata riforma dei centri per l’impiego”. L’aver iniziato l’erogazione monetaria “senza aver prima provveduto a mettere in grado i servizi – centri per l’impiego, servizi sociali territoriali – di far fronte ai nuovi compiti loro assegnati ha avuto le sue buone motivazioni nel desiderio di non tardare oltre a far fronte ai bisogni materiali di chi si trovava in povertà. Ma ha fortemente disallineato sostegno monetario e iniziative di attivazione, una situazione ulteriormente peggiorata con la pandemia”. Occorre, quindi, “tener conto che la misura non è ancora andata a regime nella sua completezza, anche nella sua componente relativa ai controlli. Alcune criticità sono tuttavia la conseguenza di specifici, e cruciali, aspetti del disegno della misura”.

Sulla base dei dati, delle audizioni effettuate con ricercatori e operatori sul territorio e dell’insieme delle ricerche disponibili, la commissione in questa prima fase di lavoro ha rilevato quindi cinque tipi di criticità “che meritano di essere affrontate per rendere il RdC insieme più equo e più efficace”:
– i criteri di accesso alla misura;
– la difformità nel grado di sostegno al reddito a seconda dell’ampiezza e composizione per età della famiglia;
– la valutazione, per chi ha i requisiti, delle risorse disponibili (reddito, ricchezza mobiliare e immobiliare) ai fini della determinazione dell’entità del sostegno;
– l’implementazione dei patti per il lavoro;
– l’implementazione dei patti per l’inclusione sociale.

E proprio per contrastare queste criticità che l’Osservatorio ha presentato dieci proposte per rafforzare il Reddito di Cittadinanza, che nel documento viene più volte definito come una “misura indispensabile”. Riportiamo qui quelle più significative.

Aumentare la platea dei beneficiari riducendo la soglia di partenza per i nuclei di una persona da 6000 a 5400 euro e, per gli stranieri, dimezzare, da 10 a 5 anni, il periodo di residenza in Italia per aver diritto alla misura.

Non punire tutta la famiglia. In caso di decadenza dal diritto al beneficio a causa di non ottemperanza agli obblighi da parte di un componente della famiglia, la decadenza valga solo per questi, quindi per la sua quota, non per l’intero nucleo.

Non penalizzare chi lavora. Nella determinazione del reddito ai fini del calcolo dell’importo del RdC considerare, per chi inizia a lavorare o è già occupato, il reddito da lavoro solo per il 60%, senza limiti di tempo, ma fino a quando viene raggiunto il reddito esente da imposizione fiscale (nel 2021, 8174 euro per i redditi da lavoro dipendente e 4800 per i lavoratori autonomi), considerando al 100% la parte eccedente tale soglia.

Considerare il patrimonio in modo flessibile. Utilizzare il criterio della soglia fissa (6.000 euro in caso di famiglia con un solo componente) fa sì che chi ha un patrimonio anche di pochissimo sopra la soglia venga totalmente escluso dal RdC anche se il reddito è nullo o molto inferiore alla soglia; inoltre, siccome il patrimonio non influisce sull’entità del contributo, quest’ultimo viene modulato sulla base del solo reddito, creando forti iniquità fra i percettori. La proposta consiste quindi nel considerare il patrimonio mobiliare come una delle tre fonti – insieme a reddito familiare e RdC – che, in quanto liquidabile, contribuisce a determinare la capacità di spesa (potere di acquisto) di una famiglia; prevedere che una parte del patrimonio mobiliare non sia liquidabile in quanto costituisce un cuscinetto riserva per le famiglie, per un ammontare di 4.000 euro (nel caso di famiglia con un solo componente); calcolare l’entità del RdC dovuto come la differenza tra la soglia di reddito complessivo che il RdC intende garantire e la somma del reddito disponibile e della quota di patrimonio liquidabile. Ciò permetterebbe di modulare il contributo del RdC in modo molto più flessibile, evitando le esclusioni e i salti provocati dalle attuali previsioni normative.

Il “lavoro congruo” che non c’è. I beneficiari di RdC, anche quando teoricamente “occupabili”, spesso non hanno una esperienza recente di lavoro ed hanno qualifiche molto basse. Inoltre, i settori in cui potrebbero trovare un’occupazione – edilizia, turismo, ristorazione, logistica – sono spesso caratterizzati da una forte stagionalità. I criteri attualmente utilizzati per definire congrua, e quindi non rifiutabile, un’offerta di lavoro non tengono conto adeguatamente di questi aspetti. Occorre introdurre criteri che, salvaguardando la dignità delle persone e il diritto ad un equo compenso, siano più coerenti con le caratteristiche dei beneficiari e con l’obiettivo di favorirne la costruzione di un’esperienza lavorativa.
La proposta, per un problema così articolato, è molto dettagliata. Nella considerazione dell’entità minima della retribuzione accettabile, rimodularla in base all’orario di lavoro per tenere conto anche di occupazioni part time; considerare, almeno temporaneamente, congrui non solo contratti di lavoro che abbiano una durata minima non inferiore a tre mesi, ma anche contratti di lavoro per un tempo più breve, purché non inferiori al mese, per incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza; eliminare le severe disposizioni che, ai fini della congruità dell’offerta lavorativa, fissano, dopo la prima offerta, il distanziamento del luogo di lavoro entro 250 chilometri dal luogo di residenza, ovvero su tutto il territorio nazionale, disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive per lavori spesso a tempo parziale e con compensi modesti.

Superare le distorsioni. Le attuali regole sulle modalità di utilizzo del RdC provocano alcune distorsioni. Da una parte, è obbligatorio spendere l’intero contributo economico entro il mese successivo alla sua erogazione, per non incorrere in decurtazioni. Dall’altra, la Carta RdC, oltre a limitare l’utilizzo all’acquisto di certi beni, fissa la possibilità di prelievi in contante a un limite mensile di 100 Euro per un singolo, moltiplicato per la scala di equivalenza nel caso di famigli con più membri.
L’obbligo di spendere l’intero importo del RdC entro il mese successivo alla sua erogazione impedisce alle famiglie di risparmiare, anche a scopo precauzionale, in vista di spese future. Ciò è in contrasto con ogni principio di saggia gestione del proprio bilancio. I vincoli all’utilizzo della carta, inoltre, non solo limitano di fatto la libertà delle persone, ledendo il loro status di cittadini adulti e responsabili. Suggerisce anche una visione dei beneficiari come potenzialmente incapaci o irresponsabili solo perché poveri.
Da qui, quella che – per motivi di dignità della persona – sembra essere la misura più urgente per migliorare il Reddito di Cittadinanza: “Abolire l’obbligo di spendere l’intero contributo economico entro una scadenza predefinita; ridurre i vincoli sull’utilizzo”. Iniziare a considerare, insomma, i percettori del Reddito di Cittadinanza come “persone” e non più come “percettori”.

Sul tema, leggi anche: 

Come finanziare un vero reddito di base e lo scenario italiano

 



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