Referendum Cannabis, tra ostacoli e prospettive

Intervista a Marco Perduca, presidente del Comitato promotore, dopo il successo della raccolta firme (digitali): “Dalla gioia siamo passati alla preoccupazione. I comuni non stanno inviando i certificati elettorali dei firmatari, necessari per completare la documentazione”. Sul futuro: “Questo referendum sarà fondamentale per dare un duro colpo alla criminalità e svuotare tribunali e carceri”.

Redazione

Per arrivare al referendum sulla cannabis il primo scoglio è stato superato: raccogliere almeno mezzo milione di firme. Ora, prima di poter consegnare quelli che una volta avremmo chiamato “scatoloni” e che invece oggi chiameremo “file pdf” alla Corte costituzionale e alla Cassazione per la validazione, c’è da superare un ostacolo ben più duro della raccolta: ottenere dai comuni i certificati elettorali dei firmatari. Il tutto entro 48 ore dalla richiesta inviata. Mentre scriviamo – ore 16 del 23 settembre – solo 40mila certificati elettorali sui 580mila richiesti sono arrivati nella casella mail del comitato promotore.

“Circa il 10 per cento”, spiega a MicroMega Marco Perduca, presidente del Comitato promotore. Da qui “la tensione che si respira all’interno del comitato” che per questo ha dato vita, il 24 settembre, a un presidio davanti al ministero della Giustizia “perché l’ingorgo è lì”. Obiettivo della mobilitazione: “Chiedere al governo di prorogare dal 30 settembre al 30 ottobre la consegna della documentazione”. Perché “noi le firme le abbiamo, ma sono i comuni che non ci stanno inviando quanto dovuto per completare le operazioni”. I certificati elettorali, ci spiega, “vanno infatti recuperati tramite pec. Quindi va aperto ogni singolo pdf per creare un unico documento elettronico contenente la firma digitale del cittadino e il suo certificato elettorale”. Evidentemente, quella politica che tanto si vanta dell’ingresso dell’Italia nella “Spid democracy” non ha fatto i conti con i tempi della Pubblica Amministrazione. “Vorremmo evitare di dover ricorrere a diffide e denunce”. Per questo, spiega Perduca a MicroMega, “chiediamo un rinvio e, contestualmente, che i comuni si dotino della giusta forza lavoro, che potenzino i loro sistemi”.

Questo momento di tensione non può però intaccare il risultato politico della raccolta firme. Come comitato promotore vi aspettavate di riuscire a tagliare il traguardo del mezzo milione di firme in meno di una settimana?
Sinceramente: siamo partiti con la certezza di farcela. Una certezza dovuta alla popolarità della questione. Negli ultimi tempi anche i contrari alla legalizzazione della cannabis hanno fatto un passo indietro, almeno a livello mediatico. Non siamo più negli anni d’oro del proibizionismo. Sfido chiunque a essere, oggi, a favore del carcere per chi coltiva cannabis. Oggi la strada scelta è di modificare il Testo Unico del 1990 depenalizzando la coltivazione di cannabis, eliminando la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa – escludendo ovviamente il traffico – e, sul piano amministrativo, eliminando la sanzione della sospensione della patente di guida per chi viene trovato in possesso di cannabis. Ovviamente, se la persona venisse fermata alla guida sotto effetto della sostanza resterebbe in vigore quanto previsto dal codice della strada.

Per qualche domanda farò l’avvocato del diavolo. Prima: era proprio necessario questo referendum?
Il parlamento ha bloccato, intralciato o semplicemente non preso in considerazione tutte le proposte avanzate negli ultimi anni. Siamo arrivati fino alla presentazione di una legge di iniziativa popolare, e non è mai successo nulla. Al momento del bisogno – di un voto favorevole, per esempio – il Partito democratico si è sempre tirato indietro e non per motivi di merito, bensì per dinamiche interne alle varie coalizioni di governo. Questo referendum è un po’ un atto di disobbedienza civile, l’ultima arma rimasta in mano a una cittadinanza che ha deciso di mobilitarsi sulla base delle consapevolezze emerse in anni di lotte.

Ma le firme sono state raccolte in maniera digitale. Facile rispetto a mobilitarsi e fare banchetti in strada. Cosa risponde?
Attenzione: mezzo milione di firme in cinque giorni. Lo Spid semplifica tutto, non c’è dubbio. Ma sono pronto a sfidare chiunque a raccogliere così tante firme in così poco tempo per un referendum, anche se per firmare basta accendere un pc. Rispondo con i dati delle firme arrivate, equamente distribuite tra nord, centro e sud, tra grandi città e piccoli comuni. Metà delle firme raccolte sono di under 25, l’80 per cento di under 40. A questo risultato siamo arrivati con determinazione e non per grazia divina. Certo, abbiamo colto il momento giusto, sfruttando l’onda di entusiasmo per la raccolta firme per l’eutanasia legale, anticipando l’entrata in vigore della firma digitale. Ma perché lo abbiamo voluto e abbiamo avuto nel ministro Colao (Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, ndr) una spalla. La piattaforma ufficiale del governo, però, sarebbe stata pronta non prima di dicembre. Noi abbiamo creato una nostra piattaforma, certificata dall’agenzia Italia Digitale, e ci siamo assunti i costi economici di questo. Ogni firma ci è costata 1,5 euro. Non ci è stato concesso niente. E a chi dice che il successo del referendum sulla cannabis è merito di quello sull’eutanasia legale, ricordo che solo 105 mila persone hanno firmato per entrambi, che non abbiamo inviato mail a chi ha lasciato i dati dopo aver firmato per l’eutanasia e che non abbiamo fatto banchetti per non creare confusione.

Con Vasco Rossi, Fedez, Ghali e via dicendo sono capaci tutti.
Nessuno nega che la discesa in campo degli “influencer” sia servita. Le personalità citate – e aggiungo anche Beppe Grillo – hanno sicuramente garantito visibilità, ma dopo i loro messaggi non c’è mai stato un picco di firme. Di contatti sul sito, sì. Ma abbiamo sempre viaggiato a una media di diecimila firme all’ora, dalle sei di mattina all’una di notte.

Con la raccolta firme si indebolisce la “politica di piazza”?
Premessa. Il Partito democratico di oggi – quello che ci ha mosso questo tipo di critica – non ha niente a che vedere con le case del popolo. Ormai la comunicazione social sovrasta quella politica e pensare che i banchetti siano l’unico modo di fare politica è anacronistico. Possiamo accettare critiche dai partiti di sinistra, da Sinistra Italiana in poi, ma dal Partito democratico proprio no. E poi parliamo di parlamentari il cui unico lavoro, ormai da anni, è convertire i decreti in leggi. Parlamentari delegittimati. E da trent’anni.

Smetto i panni dell’avvocato del diavolo. Due referendum, due successi. Politicamente, cosa significa?
I nostri avversari si sono interessati ai due referendum solo a fatti compiuti. La Chiesa si è svegliata quando ormai eravamo a seicentomila firme. Ora ci attaccano sulla “Spid Democracy” a mezzo milione raggiunto. Sono i colpi di coda di chi vede che ormai il vaso di pandora è rotto. Sono bei segnali.
Dall’altra parte, il Movimento 5 stelle – che tramite il presidente della Camera, Roberto Fico, ci “ringrazia” – è stato messo all’angolo. Con questi due referendum i cittadini stanno facendo ciò che loro avevano promesso in campagna elettorale. Si sono ripresi la voce. E ora tutti hanno il terrore che l’opinione pubblica possa prevalere sulle rigide strutture di partito.
Altro elemento: sull’eutanasia è stato relativamente facile contare sull’appoggio di diversi esponenti di partito. Qui sappiamo che qualche deputata del Pd ha firmato, ma dall’altra parte il segretario Letta si è limitato a un “ora ragioneremo”, mentre Walter Verini si è addirittura lanciato in un anacronistico “no alla cultura dello sballo”.

Questo referendum, qualora vinto, che partita aprirebbe?
I consumatori di cannabis in Italia sono sei milioni, non seicentomila: non è un fenomeno di nicchia. La nostra battaglia, oggi, è volta a depenalizzare la coltivazione, lo scambio, l’uso quotidiano. Detto ciò, sono i numeri dei consumatori a mostrare la necessità di un cambio culturale, ma prima bisogna aprire un dibattito pubblico. Noi vogliamo togliere dall’incertezza della qualità chi va a comprare cannabis, colpire la criminalità organizzata sottraendogli un bancomat da 8 miliardi di euro l’anno. Lo chiamo “bancomat” perché parliamo di denaro cash, di piccolo taglio, fatto di cifre modeste che si sommano.
La sfida, a referendum vinto, sarà normare produzione e commercio. A regime, questo fenomeno potrebbe creare un volume di affari di 12 miliardi l’anno. Poi potremo fare calcoli anche sui posti di lavoro, visto – faccio un esempio – i tanti shop nati con la cannabis light. Ma c’è un altro conto economico che in pochi considerano: con la cannabis legale, quanto risparmieremmo per tutta quella filiera di sorveglianza, controllo e sanzione che inizia con le pattuglie in giro per le città e finisce nelle carceri, passando per le aule di tribunale?



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