Referendum eutanasia: la decisione della Corte non sia una scusa

Senza questa occasione la società civile dovrà trovare altri strumenti per far sì che l’Italia entri finalmente nel novero dei Paesi civili.

Cinzia Sciuto

Diciamocelo chiaramente: anche se il quesito referendario fosse stato ammesso e avessero vinto i sì, non avremmo comunque avuto in Italia una legge sul fine vita degna di un Paese civile. Sarebbe stata una pezza, necessaria ma sempre una pezza, su un vuoto legislativo ormai intollerabile. Il nostro ordinamento, si sa, non prevede referendum propositivi ma solo abrogativi, il che costringe a complicate acrobazie giuridiche chi voglia introdurre in esso dei cambiamenti significativi. L’iniziativa dei Radicali, sostenuta da una valanga di firme raccolte in pochissimo tempo, era una evidente risposta all’inerzia di un parlamento che non riesce a legiferare su un tema su cui, peraltro, godrebbe del larghissimo sostegno della popolazione.

Si spera che adesso (speranza che già alcune prime reazioni sul fronte cattolico lasciano intravedere come vana) non si strumentalizzi questa decisione della Corte per mettere la parola fine a un dibattito pubblico che ahimè non è mai neanche iniziato. La Corte, infatti, non ha affatto bocciato l’eutanasia, ha solo dichiarato inammissibile un quesito referendario che interveniva non già su una legge sull’eutanasia (che appunto in Italia non c’è) quanto su un articolo del Codice penale relativo all’omicidio del consenziente. Quell’articolo in base al quale oggi, in assenza appunto di una legge sul fine vita e l’eutanasia, il medico che decida di aiutare un malato a porre fine alla sua vita può essere perseguibile penalmente.

Si spera dunque che non si faccia finta di non sapere che la Corte costituzionale che ieri ha dichiarato inammissibile questo quesito è la medesima Corte che nel 2019 ha dichiarato “costituzionalmente illegittimo” l’articolo 580 del Codice penale (quello relativo all’istigazione al suicidio, di cui era stato accusato Marco Cappato in relazione alla vicenda di Dj Fabo) “nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola il proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Un intervento molto chiaro, a cui la Corte era giunta dopo aver inutilmente invitato il parlamento a colmare questo vuoto legislativo.

La campagna referendaria avrebbe creato l’occasione per un dibattito ampio, pubblico, plurale sul tema, riuscendo forse laddove le sentenze della Corte costituzionale non erano riuscite: imporre al Parlamento di legiferare per consentire a chi voglia porre fine alla propria vita di sofferenza di farlo con dignità e senza andare incontro a una sofferenza ulteriore. Senza questa occasione sarà necessario che la società civile trovi altri strumenti per fare pressioni affinché l’Italia entri finalmente nel novero dei Paesi civili.

Credit foto: Jessica Pasqualon/ANSA



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