Referendum giustizia del 12 giugno: la posta in gioco

Il 12 giugno si voterà per i referendum sulla giustizia. La posta in gioco dei cinque quesiti nei commenti di autorevoli esperti.

Redazione di MicroMega

Il 12 giugno si voterà per i referendum sulla giustizia promossi da Lega e Radicali. I cinque quesiti riguardano: misure cautelari, separazione delle funzioni dei magistrati, elezione del Csm, consigli giudiziari, incandidabilità dei politici condannati.

Tre di questi cinque quesiti (quelli inerenti a consigli giudiziari, elezione del Csm e separazione delle funzioni) potrebbero essere annullati se prima della data delle elezioni venisse definitivamente approvata dal Parlamento la riforma Cartabia, che interviene sulle stesse questioni. Di seguito i commenti di autorevoli esperti sollecitati dalla redazione di MicroMega.

Domenico Gallo: referendum sulla giustizia, cinque spartiti per un unico tema
Il 12 giugno saremo chiamati a votare per i cinque referendum frutto di una campagna politica che promette ai cittadini italiani di realizzare una “giustizia giusta”. È un vecchio slogan dei radicali, a cui si sono uniti la Lega e Forza Italia. Si tratta di una coalizione culturalmente eterogenea ma unita da un comune sentimento di insofferenza per il controllo di legalità e l’indipendenza della magistratura. In realtà la raccolta delle firme non ha suscitato grandi consensi popolari, tanto che le richieste di referendum alla fine sono state presentate dalle nove Regioni governate dalla destra. I quesiti dei referendum sulla giustizia sono piuttosto oscuri per l’opinione pubblica perché non riguardano temi facilmente comprensibili, che incidono sulla vita delle persone, come potevano essere quelli sulla “cannabis libera” e sull’eutanasia. Per comprendere di che si tratta si deve necessariamente fare affidamento sul dibattito pubblico, quindi bisogna vigilare che siano fornite informazioni corrette ai cittadini, per evitare che le scelte degli elettori possano essere inquinate da slogan ingannevoli. Alcuni degli obiettivi che si sono proposti i promotori, in realtà stanno per essere raggiunti per via legislativa attraverso la tanto tormentata riforma Cartabia. Si pensi alla separazione delle carriere fra magistrati del Pubblico Ministero e magistrati giudicanti, un vecchio cavallo di battaglia della destra berlusconiana, che adesso viene sostanzialmente sancito dalla riforma Cartabia. Se la riforma Cartabia venisse approvata in tempo, due o tre referendum potrebbero essere annullati, però rimarrebbero in piedi quelli più significativi come l’abrogazione della legge Severino, odiata dal ceto politico, e la forte restrizione delle misure cautelari che avrebbe l’effetto di smantellare quasi del tutto il contrasto alle attività criminali. “Adesso la casta trema” titolò il quotidiano Libero riferendosi alla magistratura. In realtà i magistrati non hanno nulla da temere, sono i cittadini che devono cominciare a preoccuparsi.

Gaetano Azzariti: la giustizia in Italia vive il suo momento più buio
La giustizia in Italia vive il suo momento più buio. Da un lato, la crisi di immagine dei magistrati prodotta dal caso Palamara che ha mostrato il volto peggiore del sistema di autogoverno (su cui però – non bisogna dimenticare – si sostiene il sacro principio dell’indipendenza e autonomia dell’ordine); dall’altro, i mali storici di un sistema processuale italiano: lento, formalistico, appesantito da un eccesso di normazione e da una litigiosità sfrenata. C’è qualcuno che può pensare che i cinque quesiti siano in grado di risolvere qualcosa di tutto ciò? La separazione delle funzioni non credo sia una misura idonea ad affrontare il problema della scarsa cultura della giurisdizione e delle garanzie dei magistrati inquirenti, che rappresenta il vero problema delle indagini troppo spesso scarsamente attente ai diritti degli indagati. Eliminare l’obbligo per chi si vuole candidare al CSM di farsi sostenere da 25 colleghi (una misura che, in fondo, ha lo scopo non irrilevante di evitare presentazioni del tutto individuali) non è certamente in grado di contrastare le degenerazioni del correntismo. La presenza di membri laici alle deliberazioni sulle valutazioni professionali dei magistrati non varrà a migliorare la preparazione dei giudici o dei pm, semmai a inserire l’avvocatura in un circuito dal quale dovrebbe rimanere estranea. Limitare gli eccessi dei provvedimenti cautelari, misura in sé opportuna, non varrà, però, ad affrontare il drammatico problema delle carcerazioni preventive, di soggetti che rimangono per anni in attesa di un giudizio. Infine, evitare gli effetti perversi della legge Severino, cancellerà una misura poco garantista nei confronti della politica, ma non produrrà certo un chiarimento tra politica e giustizia.
I mali della giustizia non si risolvono a “colpi” di referendum, ma rilanciando la cultura della giurisdizione, del garantismo penale, della rapidità dei processi, del diritto minimo. Il 12 giugno non voteremo su questo.

Sul tema:

Referendum giustizia 12 giugno: tutti gli approfondimenti

 



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