Referendum, non c’è nessuna congiura del silenzio

Nonostante la narrazione leghista, i giornali hanno dedicato paginate per illustrare i contenuti dei cinque referendum.

Mauro Barberis

Il vicepresidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, ha dichiarato «faccio lo sciopero della fame perché è sceso il muro del silenzio sul referendum sulla giustizia. Due terzi degli italiani non sa nemmeno che si vota il 12 giugno, figuriamoci se conoscono i quesiti». Nella stessa conferenza stampa, tenuta nella sede del Partito Radicale – originario promotore di questi referendum, che la Lega ha solo cavalcato – Calderoli ha anche denunciato  «una sorta di emergenza democratica»: il governo ha circoscritto le votazioni a una sola giornata, la domenica seguente alla chiusura delle scuole.

Calderoli fa benissimo ad attirare l’attenzione del pubblico ricorrendo agli strumenti tipici dei Radicali. Già che c’era s’è anche imbavagliato come Pannella, ma con del nastro adesivo, perché non si confondesse con la mascherina anti-Covid. Certo, i sondaggi non lasciano molte speranze ai radical-leghisti: per la validità dei referendum occorre che voti il cinquanta per cento più uno degli elettori, e siamo lontanissimi. La settimana scorsa gli intervistati oscillavano fra i due terzi e il quaranta per cento di insipienti totali: chi non sa che ci sono i referendum, né su cosa si vota. Questa settimana si attestano sul cinquanta per cento: che resta comunque una cifra da urlo.

Con la sua solita rude schiettezza, Calderoli solleva un problema reale: solo, indica le ragioni sbagliate. Intanto, non c’è alcuna congiura del silenzio: anche questo mio intervento ne è un minuscolo esempio. I giornali hanno dedicato paginate a illustrare i contenuti dei cinque referendum, e anche le tv pubbliche private, specie se più vicine alla galassia leghista, hanno fatto il loro dovere. Soprattutto, mentre ai tempi di Pannella per pubblicizzare un referendum occorreva far scandalo in televisione, oggi ci sono tali e tanti modi di informarsi, vedi internet, che se uno non li usa vuol proprio dire che non ne vuole sapere.

Poi, accusare il governo, nel caso la solita ministra degli Interni Lamorgese, di aver limitato le votazioni a una sola giornata, strategicamente fissata per farle andare deserte, è come minimo ingeneroso. Governo e  Parlamento hanno pure loro fatto il proprio dovere, il secondo calendarizzando a dopo il referendum la discussione sulla legge Cartabia, che rischiava di cambiare le norme sottoposte a referendum facendone saltare due su cinque. E poi accorpare i referendum alle amministrative non sembra proprio un sabotaggio: per eleggere i sindaci sono comunque chiamati al voto nove milioni di elettori.

Se proprio uno vuole lamentarsi del fatto di non essere riuscito a mobilitare i cittadini – perché è questo il vero problema, comune ai referendum e alla disaffezione politica in generale – allora se la prenda con la Corte costituzionale. Questa ha effettivamente bocciato i quesiti più importanti, su responsabilità civile dei magistrati, cannabis ed eutanasia: sugli ultimi due dei quali, però, i Leghisti erano contrari. Ma anche lì, le ragioni sono altre. Come ha osservato Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte, i referendum si chiedono su grandi questioni secche, divorzio sì oppure no, aborto sì o no, non su temi al contempo minuti e complessi come questi. C’è un livello di specificità o di complessità oltre il quale la comunicazione politica non può andare: è l’informazione, bellezza. E poi, per dirla con Lenin, i cittadini hanno anche diritto di votare con i piedi. Beninteso, nel senso di andare o non andare a votare (cosiddetto foot voting): cosa avevate capito?

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