I referendum cancellati e la crisi della democrazia diretta: intervista a Gaetano Azzariti

Il docente di Diritto costituzionale analizza lo stop della Consulta ai referendum "più sentiti" dalla cittadinanza. E suona un allarme: "La democrazia italiana è a rischio".

Daniele Nalbone

Professor Azzariti*, vorrei partire da un momento particolare. Dalla conferenza stampa di Giuliano Amato, presidente della Corte costituzionale.
Si registra un cambio di passo per quanto riguarda la comunicazione della Consulta. Eravamo abituati ai secchi comunicati stampa e, almeno sul primo quesito respinto, quello sull’omicidio del consenziente, è stato così. Diversa è la briosa conferenza stampa del presidente Amato che pure si inserisce in una più recente tradizione della Corte, da qualche tempo più attenta ad avere rapporti con l’opinione pubblica. Ma se i video, i podcast, i “viaggi” dei giudici nelle carceri o nelle scuole, che appaiono sul sito della Corte, sono una innovazione che va positivamente assunta, almeno in termini di trasparenza e conoscenza dell’attività svolta dal giudice costituzionale, il rischio è che, di questo passo, Palazzo della Consulta si sovraesponga, diventando “troppo pop”. Non “popolare” nel senso di rivolta al popolo, bensì diventando un’icona pop, riflettendo in modo semplificato la propria immagine pubblica. Così, mi ha colpito quel tweet in cui si riportavano le dichiarazioni di Amato, il famoso “pelo nell’uovo”: un’espressione generica, priva di significato giuridico, come si è visto, infatti, non ha impedito di dichiarare inammissibili i referendum più “sentiti”. Quel tweet ha però creato false aspettative. Quanto alla conferenza stampa, il rischio è quello di esondare pur con il buon intento di comunicare l’esito delle decisioni per l’esuberanza di alcuni presidenti. Amato è evidentemente una persona brillante, abituata al dialogo. E infatti rispondendo alle domande è andato ben oltre la spiegazione delle decisioni, ha fatto valutazioni ultronee, parlando ad esempio della qualità della scrittura dei quesiti.

 I quesiti che, semplificando, chiamiamo “eutanasia legale” e “cannabis legale” erano, come ha sottolineato, i referendum più sentiti dalla cittadinanza. E sono stati respinti.
Aggiungerei quello sulla responsabilità dei giudici. Dal punto di vista sociologico, al di là delle ragioni che hanno portato alla loro inammissibilità, devo constatare come le questioni più sentite, quello sulle grandi tematiche, sono state escluse o comunque non riescono a essere sottoposte a decisione popolare. Siamo passati dai “grandi referendum”, quelli sulle scelte di civiltà – aborto, divorzio, nucleare, acqua bene comune – a quesiti dal tecnicismo esasperato e poco comprensibili ai cittadini ovvero a questioni che – penso ai quesiti su Csm, separazione delle carriere e valutazione dei magistrati – in realtà già fanno parte del pacchetto Cartabia e sono in discussione in Parlamento. Ebbene, se ancora una volta la possibilità di far esprimere la cittadinanza sulle grandi questioni è stata chiusa, il rischio che vedo è che in tal modo venga ad aumentare la distanza tra il palazzo e la piazza. Una distanza che sta diventando ormai incommutabilità.

Proprio su questo tema, la Corte ha chiamato in causa il Parlamento.
Sebbene il Parlamento non possa essere obbligato a rispondere, mi auguro che i leader politici capiscano che sono davanti al rischio di tagliare definitivamente il ramo su cui sono seduti. La delegittimazione del sistema politico nel suo complesso è ormai evidente a tutti tranne che al sistema politico stesso. Ho letto dopo la non ammissione del quesito che chiamiamo “sull’eutanasia” che questa “bocciatura” è da intendersi come una chiusura definitiva a una legge sul fine vita e sono certo che lo stesso si sentirà dire dopo l’inammissibilità del quesito sulle droghe leggere. Sarebbe terribile se ciò accadesse. Così come se non ci si ponesse più il problema di una vera riforma della giustizia affidandosi esclusivamente ai referendum ammessi, che rischiano di essere intesi solo in base ad una generica ostilità al potere giudiziario. Sarebbe terribile perché passeremmo da un sistema che utilizza i “grandi referendum” non per contrapporsi ad un potere dello stato (la magistratura in questo caso, domani magari il governo o il parlamento, chissà), ma per compiere scelte di civiltà. In ogni caso, tolto dal campo lo strumento del referendum per le questioni più sentite, ora tutto il peso e l’urgenza di affrontare le grandi tematiche civili è sulle spalle del Parlamento.

Un Parlamento che non sembra certo pronto a sobbarcarsi questo peso.
Torno su una vicenda nota. Se sul fine vita siamo arrivati a questo punto è perché il Parlamento non ha risposto proprio alla Corte dopo l’ordinanza del 2018 (in seguito al caso di Dj Fabo, ndr). Quell’ordinanza dava un anno di tempo al Parlamento per legiferare, cosa che non è accaduta. La Corte costituzionale è così dovuta intervenire con la “sentenza Cappato” un anno dopo, nel 2019, che accertò la parziale incostituzionalità dell’articolo 580 sull’aiuto al suicidio, emanando una sentenza normativa che non è nelle corde della Consulta. Di fatto, ha – in supplenza – ricoperto il ruolo lasciato vacante dal Parlamento. Ma la “sentenza Cappato” non è una legge, da qui le difficoltà che registriamo oggi su casi simili (a quello di Dj Fabo, ndr). Ora siamo davanti a un bivio: il rischio è che in Parlamento continui nella sua inerzia ovvero faccia una legge che non risponda all’esigenza, lasciando la situazione nell’incertezza, se non nel vuoto normativo. Sull’eutanasia la Corte s’è abbondantemente pronunciata, individuando – nella “sentenza Cappato” – quattro limitazioni di circostanza (che il paziente sia in grado di intendere e volere; che sia affetto da una malattia non reversibile; che abbia sofferenze psichiche o fisiche intollerabili; che dipenda da presidi vitali, ndr) – andare oltre questa soglia, introducendo ulteriori limitazioni, puntando ad esempio tutto e solo sulle cure palliative, finirebbe per negare il diritto che va garantito: il rispetto della volontà di chi rifiuta le cure.

In piena crisi della rappresentanza e conseguente crisi della partecipazione, una scossa referendaria sarebbe stata utile alla democrazia italiana.
Faccio una riflessione fredda e non sentimentale, evitando auspici individuali. La certezza è che non ci sarà una stagione referendaria, che manca nel nostro Paese ormai dal 2011, quando si ottenne una straordinaria vittoria sul “acqua bene comune” e nucleare. Una vittoria che però – ahinoi – non ha avuto decisive conseguenze: il no al nucleare è stato rimesso in discussione proprio in questi giorni, come leggiamo su tutti i giornali, mentre la vittoria sull’acqua bene comune è stata contrastata appena un mese dopo con un decreto che si proponeva di far venire meno gli effetti di quel referendum e dando origine ad una vicenda assai controversa e non ancora conclusa.
Ora la Corte costituzionale ha eliminato i referendum più sentiti, lasciando irrisolto un annoso problema: la difficile collocazione degli istituti di democrazia partecipativa all’interno della forma di governo parlamentare. In parole povere: il rapporto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Se, come io credo, le decisioni prese della Corte esasperano le responsabilità del Parlamento, essendo ora questo l’unico luogo rimasto di rappresentanza politica del popolo, chiuse le ambizioni referendarie, sarebbe necessario che quest’organo dimostrasse di saper rispondere alle esigenze sociali che si sono manifestate con chiarezza. Se invece il Parlamento continuerà a non muoversi, alla crisi della democrazia diretta si sommerà quella della democrazia rappresentativa, e per l’Italia sarà definitivamente crisi della democrazia tout court.

*Gaetano Azzariti è docente di Diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma, dove insegna anche Istituzioni di Diritto Pubblico. È inoltre Prorettore per gli affari e le relazioni istituzionali dell’Ateneo.

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CREDIT FOTO: ANSA/FABIO FRUSTACI



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