Referendum, la “strana coppia” Radicali/Lega

Obiettivi e contraddizioni dell’iniziativa radical/leghista sulla giustizia.

Renato Fioretti

La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomiglia molto alla prima”.

Confesso che quest’amara considerazione, evidente frutto di un raro momento di autoanalisi da parte dell’ex Presidente/attore Ronald Wilson Reagan, mi è tornata alla mente appena appreso che Salvini e i radicali, con la presentazione dei quesiti in Cassazione, hanno avviato il percorso per ben sei referendum sulla giustizia.

In effetti, quella costituita tra radicali e leghisti – laddove ci si proponesse l’obiettivo di ricercare posizioni politiche, assonanze sociali e, soprattutto, percorsi e motivazioni ideali comuni ai due schieramenti – non potrebbe che essere definita “una strana coppia”, al limite della logica; se non addirittura “contro natura”.

In questo senso, anche al più superficiale e distratto, tra gli osservatori politici e tra chi, in sostanza, un “po’ di politica la mastica”, non possono sfuggire le dissonanze e, direi, le contraddizioni esistenti tra gli eredi di una politica di carattere transnazionale e di impegno civile per l’emancipazione e l’affermazione di diritti universali – i radicali – e un movimento leghista – quello di Salvini, al pari della versione bossiana – che ancora fa del gretto separatismo padano una bandiera, insieme a inaccettabili posizioni omofobe, xenofobe e razziste.

Senza contare il mai sopito tentativo – da parte di Salvini e soci – di rimettere in discussione i capisaldi di conquiste sociali e civili cui, proprio i radicali, hanno dedicato tanta parte della loro esistenza: dal divorzio, all’aborto, dall’eutanasia alla fecondazione assistita e alla tolleranza sessuale.

Eppure, ancora una volta, agli occhi degli italiani pare essere tutto in regola e – così come verificatosi con “la grande ammucchiata” del governo Draghi – la politica o, per meglio dire, i suoi squallidi esecutori mettono a segno l’ennesimo “coup de theatre!

Naturalmente, come ai promotori ben noto, il complesso iter procedurale affinché si giunga alla consultazione popolare richiede tempi certi e abbastanza lunghi.

Secondo quanto previsto dalle vigenti disposizioni, i quesiti e le firme vanno depositati entro il 30 settembre di ciascuno anno. La Cassazione, entro il 15 dicembre (dello stesso anno) procede al vaglio di regolarità e legittimità dei quesiti (con il potere di integrarli, rettificarli e, in presenza di analoghe iniziative, concentrarli). La stessa li trasmette alla Corte Costituzionale che, entro il 10 febbraio dell’anno successivo, emette di giudizio di ammissibilità. Solo a questo punto, per i quesiti ammessi, il percorso si conclude con l’indicazione, da parte del governo, della data della consultazione.

Abbastanza scontato ipotizzare, quindi, che i cittadini saranno chiamati ad esprimersi sui sei referendum proposti dalla “strana coppia” non prima della primavera 2022.

Il tutto si realizzerà a meno che, nel frattempo, le disposizioni cui fanno riferimento i referendum abrogativi non dovessero cambiare a seguito di interventi legislativi. In quel caso non ci sarà ricorso alle urne.

Questo è, al momento, uno scenario da non escludere.

Infatti, come abbastanza noto, uno dei punti dirimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è rappresentato dalla necessità di rispondere alla richiesta dell’Ue rispetto all’esigenza di predisporre semplificazioni amministrative e giurisdizionali al fine di rendere i tempi della giustizia compatibili con le esigenze dell’economia [1].

Anche se, in effetti, rispetto alle riforme “in essere” – relativamente alle quali la Ministra Cartabia ha l’arduo compito di mettere insieme e coniugare le divergenze che, rispetto al tema della giustizia, caratterizzano l’ammucchiata presieduta da Draghi – solo in un paio di casi i quesiti referendari sono più o meno sovrapponibili.

Detto questo, appare lecito chiedersi il perché dell’iniziativa radical/leghista.

A sentire l’ineffabile capo delle Lega, il tutto sembrerebbe dettato dalla volontà di non aggiungere ulteriori incombenze ai già gravosi compiti cui deve fare fronte la Cartabia: dalla spinosa questione della “Prescrizione”, alla riforma complessiva dell’ex Bonafede.

La mia sensazione, è che, invece, come da consolidata prassi, il capo leghista intenda fare anche della Giustizia un tema “popolare” ed emotivamente coinvolgente tra l’opinione pubblica; fino al punto di “oscurare” le questioni di merito e ridurre il tutto a una sorta di plebiscito pro o contro la Magistratura [2].

Le ragioni dei radicali hanno, invece, lontane origini rispetto alle quali, in verità, ho spesso avuto motivi di dissenso. Motivazioni, di carattere personale e politico, che esulano dalla stessa frequenza con la quale gli eredi di Pannella continuano ad affidarsi al referendum quale strumento di “democrazia diretta” e sono riconducibili, piuttosto, a posizioni che considero frutto di un eccessivo e, talvolta, malinteso principio libertario.

Ma a cosa tendono i quesiti radical/leghisti?

Come già detto, i tempi a disposizione per affrontare, nello specifico, i sei quesiti referendari sono molto ampi e non mi sottrarrò al compito di valutarne aspetti e conseguenze.

In questa occasione, mi limiterò a offrirne una sintetica panoramica.

  • Responsabilità diretta dei magistrati”: attraverso il quale il cittadino avrebbe la possibilità di chiedere il risarcimento danni direttamente al magistrato, piuttosto che allo Stato.
  • “Separazione delle carriere”: i magistrati dovrebbero scegliere, a inizio carriera, se fare parte della magistratura inquirente o di quella giudicante.
  • Limiti alla custodia cautelare”: l’obiettivo è quello di limitare il carcere preventivo.
  • “Elezioni del Csm”: il fine è quello di abolire l’attuale sistema che, per la candidatura al Csm, prevede il sostanziale obbligo di aderire ad una delle correnti della magistratura.
  • Valutazione di professionalità dei magistrati”: lo scopo è quello di allargare agli avvocati la possibilità di partecipare a tali valutazioni.
  • Abolizione della legge Severino”: tornerebbe ai giudici la facoltà di decidere la c.d. “Interdizione dai pubblici uffici”.

Concludo rinviando (a breve) specifiche considerazioni e valutazioni di merito rispetto a ciascuno dei sei quesiti.

Per il momento, ritengo opportuno limitarmi ad anticipare di essere assolutamente contrario – e, all’occorrenza, suggerirò di votare “NO” – ai quesiti nr. 1, 2, 3 e 6.

Disponibilissimo ad approfondire e valutare possibili soluzioni alle problematiche poste dai restanti due. Ferma restando la sempre attuale validità di ciò che sosteneva un certo Albert Einstein:” Quando avete un problema e contate sulla classe politica per risolverlo, voi avete due problemi. Perché non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”.



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