Regolarizzazione lavoratori stranieri, in un anno esaminate solo il 14% delle domande

Il grande flop nella lotta all’emersione del lavoro nero inserita nel decreto 'Rilancio' e salutata dalle lacrime di gioia dall’allora ministra Bellanova. A Roma rilasciati zero permessi di soggiorno. Le testimonianze dei lavoratori rimasti invisibili: “Non possiamo nemmeno vaccinarci”.

Daniele Nalbone

Su 220mila domande ne sono state esaminate solo il 14%. A un anno dall’apertura della finestra per presentare le domande, pochissimi i permessi rilasciati. Sono i numeri a mostrare il grave ritardo accumulato nell’esame delle domande di emersione e regolarizzazione avviata nel 2020 con il decreto “rilancio”. Ricorderete le lacrime dell’allora ministro Teresa Bellanova quando annunciò, davanti alle telecamere, l’accordo politico raggiunto per la regolarizzazione dei migranti. “Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili”, le sue parole. Era maggio di un anno fa. In dodici mesi, i risultati di quel decreto sono stati messi nero su bianco nel dossier pubblicato dalla campagna Ero straniero promossa da diverse realtà, dai Radicali Italiani all’ARCI, dall’ASGI al Centro Astalli, passando per A Buon Diritto, Oxfam, ActionAid, Legambiente, CGIL, Altromercato, Emergency e altre decine di associazioni.

Una campagna nata da quella che è, ancora oggi, una necessità: adottare un approccio pragmatico verso la questione migratoria tramite una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Nuove norme per la promozione del regolare permesso di soggiorno e dell’inclusione sociale e lavorativa di cittadini stranieri non comunitari”, depositata con oltre 90.000 firme alla Camera dei deputati il 27 ottobre 2017.

“Tre mesi fa – dichiarano i promotori della campagna Ero straniero – abbiamo denunciato il grave ritardo accumulato nell’esame delle domande di emersione e regolarizzazione”. A un anno dall’apertura della finestra per presentare le domande, come detto, ecco un dossier di aggiornamento della situazione nei diversi territori, sulla base dei dati raccolti dal ministero dell’interno e da prefetture e questure attraverso una serie di accessi civici.

Nel dossier, oltre all’analisi dei dati relativi allo stato delle pratiche, sono state raccolte alcune testimonianze di chi sta aspettando di sapere se avrà o meno i documenti e potrà uscire dall’invisibilità. Ma anche di tanti datori di lavoro sconcertati per i tempi lunghissimi.

Questa, ad esempio, la testimonianza di un’assistente familiare in emersione a Milano: “Ti rimandano indietro. Dicono che con permesso provvisorio l’iscrizione a Servizio Sanitario non si può fare. Ma non è vero! Io ho diritto a medico di base! Quando sarò vaccinata? Ho 55 anni, le persone della mia età a Milano possono già prenotare sull’internet. E se io mi ammalo, chi sta con la mia signora, che ha 89 anni? Mi mandano via!”.

I canali per presentare la domanda sono due, uno per i datori di lavoro, l’altro per i lavoratori. Le domande presentate tramite il primo canale sono state oltre 207mila, quelle tramite il secondo quasi 13mila. Nell’85 per cento dei casi le domande presentate dai datori di lavoro riguardano soprattutto il lavoro domestico e l’assistenza alla persona, il restante 15 percento il lavoro subordinato, soprattutto in agricoltura.

A che punto siamo con le domande a un anno dalla “sanatoria”?

Secondo i dati ottenuti dal ministero dell’interno tramite accesso agli atti, per quanto riguarda il primo canale di accesso alla regolarizzazione, al 15 aprile 2021, delle oltre 207.000 domande presentate in tutt’Italia, sono stati rilasciati 5.603 permessi di soggiorno per lavoro, il 2,7 percento del totale. Quanto al secondo canale di accesso, che prevedeva che fosse il lavoratore a chiedere direttamente alla questura, con una procedura molto veloce, un permesso di soggiorno temporaneo, la situazione è decisamente migliore: al 15 aprile 2021, su 12.986 domande presentate, sono 9.329 i permessi di soggiorno temporanei rilasciati, e cioè il 71,8 percento. Di questi permessi temporanei, 5.290 sono stati successivamente convertiti in permessi di soggiorno per lavoro.

Considerando entrambe le procedure, dunque, al 15 aprile solo il 5 percento di chi ha fatto richiesta aveva in mano un permesso di soggiorno per lavoro e quasi duecentomila persone erano ancora in attesa di avere un documento e di avere notizie sull’esito della propria domanda. Al 20 maggio, un mese dopo, risultano per il primo canale di accesso altri 20mila permessi di soggiorno in via di rilascio e quasi 3mila domande rigettate. A un anno dall’avvio della procedura di emersione, dunque, solo il 14 percento delle pratiche è arrivato alla fase conclusiva della procedura.

A livello territoriale, i dati peggiori si registrano nelle grandi città.

A Roma, su un totale di 16.187 domande ricevute, solo due pratiche sono arrivate alla fase conclusiva della firma del contratto di soggiorno e non è stato ancora rilasciato alcun permesso di soggiorno. A Milano, su oltre 26mila istanze ricevute in totale, sono 441 i permessi di soggiorno rilasciati e sono state fissate 536 convocazione negli uffici della prefettura. A Torino, su circa 5.500 domande presentate, sono 191 i permessi di soggiorno rilasciati e 780 gli appuntamenti fissati per la stipula del contratto. Ci vorranno anni, evidentemente, per portare a termine le decine di migliaia di pratiche da parte di queste prefetture.

I lunghissimi tempi di attesa hanno molteplici ragioni: dal numero insufficiente di personale dedicato all’esame delle pratiche, con la tardiva attivazione dei lavoratori interinali, alla procedura stessa che è a dir poco labirintica, oltre all’impatto della pandemia sull’organizzazione degli uffici. Tra l’altro, tempi così lunghi non sono dovuti alla scelta di mandare avanti altre pratiche. In tutti i territori osservati, presso prefetture e questure risultano bloccati o ingolfati anche i procedimenti di ricongiungimento familiare e i rinnovi dei permessi di soggiorno, con attese, in alcuni casi, di oltre un anno. I costi di tali ritardi sono altissimi per le persone che vivono sospese, in attesa di avere una risposta e un documento, come raccontano le testimonianze che abbiamo raccolto.

Alcune testimonianze

“L’altro giorno è venuto un ragazzo ivoriano allo sportello, che ha presentato domanda l’estate scorsa, e ha cominciato a gridare che si voleva ammazzare. Sono assolutamente disperati. Molti di loro, a causa del COVID, non lavorano da mesi neanche al nero, per mangiare devono appoggiarsi agli aiuti delle associazioni. Per loro la sanatoria rappresentava una speranza di sopravvivenza, non solo di regolarità” (M., attivista, Napoli).

“Questa attesa è logorantissima. Sanno di avere ragione, ma nessuno li ascolta. Sono esasperati” (R., operatrice, Milano).

“Io sono furioso. Sono nove mesi che non sappiamo niente. Ma si possono lasciare le famiglie appese così?” (A., datore di lavoro di assistente familiare in emersione, Bologna).

“Niente sappiamo, niente. Siamo disperati. E cosa possiamo fare? Solo aspettare. Noi non contiamo niente, siamo nelle loro mani” (S., Colombia, assistente familiare in emersione, Roma).

Gli effetti collaterali

Il ritardo enorme con cui sta procedendo l’esame delle domande di emersione si sta traducendo nell’impossibilità, di fatto, per decine di migliaia di persone di accedere pienamente ai servizi, alle prestazioni sociali, alle tutele e ai diritti previsti per chi lavora in Italia. “Ricordiamo” spiegano i promotori della campagna Ero straniero, “che le persone che hanno presentato domanda di regolarizzazione sono – nelle more della procedura – regolarmente soggiornanti sul territorio e hanno diritto a godere della parità di trattamento nell’accesso ai beni e servizi rispetto agli stranieri titolari di permesso per motivi di lavoro, hanno diritto all’iscrizione al servizio sanitario nazionale e possono aprire un conto corrente in banca”.

Per quanto riguarda il diritto all’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, la Circolare del Ministero della Salute di luglio 2020 chiarisce che i cittadini stranieri “in emersione” hanno l’obbligo di iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale. “Nonostante alcune prefetture abbiano ulteriormente chiarito che per il rilascio della tessera sanitaria è sufficiente una dichiarazione di assunzione che contenga i dati della domanda di emersione e il codice fiscale provvisorio, molte strutture sanitarie rifiutano l’iscrizione in mancanza della dimostrazione dell’avvenuto versamento dei contributi da parte del datore di lavoro. Diventa quindi estremamente difficile rientrare nella campagna vaccinale anti-COVID in corso”.



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