Religione ed arte: una relazione abbandonata per un nuovo amante

Un grande amore, quello fra la religione e l’arte, la cui fine lascia interdetti. Fu vero amore o uno sfruttamento? E in quest’ultimo caso, chi dei due aveva iniziato a sfruttare l’altro? È stata la prima, e lungamente. Oggi la religione “teme e respinge il dialogo con gli artisti contemporanei”. Ma non con la tv, specialmente in Italia.

Massimo de Bonfils

James Elkins, docente alla School of the Art Institute of Chicago, nel suo recente libro Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea (edizioni Johan & Levi, Milano 2022) affronta un tema quasi dimenticato e afferma che oggi “l’arte occidentale non è mai stata così distante dalla religione quanto lo è l’arte contemporanea”. Nei più importanti musei è facile riconoscere come la religione si è espressa nell’arte durante i secoli passati, ma negli stessi musei è difficile individuare opere contemporanee che affrontino tematiche religiose. Ostilità? Diffidenza? O più semplicemente l’arte, come veicolo di emozioni religiose, è stata superata e sostituita da altri mezzi? Partiremo da considerazioni generali per poi osservare in particolare l’esperienza della Chiesa Cattolica in Italia.
Il desiderio che l’uomo ha di comunicare attraverso l’espressione artistica è testimoniato fin dagli albori dell’età paleolitica ove alcuni graffiti raffigurano piante, animali e cacciatori nelle grotte tra gli Urali e l’Atlantico.
In Grecia le numerose statue che ornavano i templi costituivano un esempio da imitare e diventavano una sorta di esortazione moralizzatrice.
A Roma le raffigurazioni artistiche di divinità rendevano visibile il divino con la bellezza corporea. Così diventano degli idoli: non sono considerate immagini che rimandano a un dio di una dimensione trascendente, ma diventano loro stesse divinità da adorare.
Agli ebrei fu Dio stesso a dettare tramite Mosè il divieto delle immagini: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto terra” (Deuteronomio 5,8). Il divieto dell’uso delle immagini avveniva perché Dio è puro spirito e, non avendo similitudine né un’effigie conforme a una realtà corporea, non poteva essere rappresentato dall’uomo con alcuna immagine senza cadere inevitabilmente nel peccato di idolatria.
La Cristianità, dopo un iniziale periodo di avversione iconoclasta per le immagini derivante dalla origine ebraica del loro pensiero, fu poi permeata dal gusto greco per le immagini e cedettero al loro uso, iniziando a scopo didattico. In questo è notevole la somiglianza con l’atteggiamento verso le immagini del Buddismo, così come indica Massimiliano Polichetti, responsabile del Museo dell’arte orientale Giuseppe Tucci di Roma: “Per molti secoli, nel buddismo non è stato rappresentato il creatore perché il rispetto per la sua grandezza era talmente che rendeva impossibile dargli un volto o una forma. Inoltre il Budda, per sua esplicita affermazione è ‘inesprimibile’, ciò ha generato un silenzio iconico. Ma se in origine il buddismo era una religione praticata da pochi prescelti, dopo alcuni concili la religione venne estesa ad una pratica più di massa. Da questa ’espansione’ è nata l’esigenza di utilizzare un linguaggio più riconoscibile e simbolico: la rappresentazione del Budda viene dunque ispirata all’Apollo classico. Dare forma umana alla divinità era una convenzione, ma fu necessario e l’arte sacra divenne il supporto sensibile alla spiritualità”.

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La cristianità agì in maniera simile, specie nella sua versione orientale; in occidente però andò rapidamente oltre attribuendo all’arte varie funzioni:
– contemplativa o didascalica; contemplativa è l’icona orientale, veicolo fondamentale di preghiera. La tradizione artistica occidentale invece ha lasciato più spazio all’aspetto didascalico, così l’arte diventa un mezzo di insegnamento valido a tutti i livelli. Nel VI secolo S. Gregorio Magno si pronunciò a favore delle immagini affermando che chi è senza cultura deve poter apprendere anche solo guardando le pareti se non sa leggere. Le immagini servono come libro dei poveri, Biblia Pauperum. Anche i missionari nei vari secoli, per superare le differenze di lingua e far meglio capire ciò che tentavano di spiegare a parole, mostravano spesso immagini artistiche.
– strumento di memoria, per tramandare le verità di fede, mantenendole sempre vive nel cuore di ogni fedele. Durante l’iconoclastia bizantina molti cristiani occidentali si adoperarono per difendere l’importanza delle immagini, tra cui S. Giovanni Damasceno, che sostenne come la raffigurazione della vita di Gesù, delle Sue sofferenze e dei Suoi miracoli, rammenti al fedele come sia stata provveduta la salvezza del mondo.
– decorazione; intendendo l’uso di tutto ciò che abbellisce un luogo o la situazione in cui ci si trova. L’uso di materiale pregiato – oro, argento, pietre preziose –manifesta la presenza divina tramite la ricchezza. L’arte liturgica è al servizio del culto divino e sottintende significati simbolici. L’intento già nel medioevo era evidente: impressionare il popolo dei fedeli (che spesso viveva in buie e tristi catapecchie) con enormi e altissimi edifici in pietra abbelliti con vetrate colorate, bei quadri e grandi statue che riproducevano personaggi sacri.
– motivo di lotta religiosa. Verso l’inizio del Cinquecento in Europa del nord dilaga una nuova forma di iconoclastia, a conferma dello stretto legame che c’è tra la fede e l’arte. Lutero, Calvino e Zwingli criticano con forza la Chiesa a loro contemporanea, cui rimproverano non solo il forte rilassamento spirituale, la corruzione e il mercimonio delle indulgenze, ma anche l’errato uso dell’arte viste le immagini eseguite con ricchezza e raffinatezza. Rapidamente viene saccheggiata una gran quantità di chiese e distrutte numerose opere d’arte. Come nell’iconoclastica bizantina, l’arte diventa un casus belli. La seguente riforma cattolica, codificata nel Concilio di Trento, terminato nel 1563, se ne occupa difendendola e riconfermandola quale valido strumento per diffondere e mantenere viva la fede in tutti i popoli.

Tutti conosciamo gli eventi da allora sino ad oggi, ma è un fatto che dalle difficoltà che il Papato incontrò dal 1848 in avanti la ricerca di artisti per magnificare la Fede cattolica passò in secondo piano. La sconfitta dello Stato della Chiesa e la presa di Roma del 1870 ridussero ulteriormente l’interesse della Chiesa verso l’arte, tutta presa com’era dalla Questione Romana sino a tutto il Fascismo compreso.
Ritornando a Elkins, egli conclude delineando un fallimento, l’impossibilità di “mettere insieme arte e religione per lo meno dalla fine del Modernismo internazionale, quindi dal 1945 circa”. Ma mentre il suo libro ha il merito di rompere l’assordante silenzio che grava su questo tema, oggi il mondo di studiosi e critici d’arte si divide in due fazioni:
– una convinta che la religione non abbia mai smesso di accompagnare l’arte moderna, pensando che in fondo l’arte tutta sia già di per sé religiosa e l’artista nel dare vita al suo oggetto diventi quasi preda di una trascendente tensione spirituale;
– l’altra che sostiene il contrario: l’arte moderna ormai è territorio apertamente ed esclusivamente laico, dominio incontrastato della modernità.
Il romanziere americano John Updike arriva ad affermare che “l’arte moderna è una religione assemblata con i frammenti delle nostre vite quotidiane. Un modo brutale per spiegare che l’arte stia colmando il grande vuoto lasciato dal calo di spiritualità. Eppure lo storico dell’arte inglese T. J. Clark, al contrario, definisce “compiaciute sciocchezzequelle di chi propone l’arte come un surrogato della religione.

Un grande amore, quello fra la Religione e l’arte, la cui fine lascia interdetti. Fu vero amore o uno sfruttamento? E in quest’ultimo caso, chi dei due aveva iniziato a sfruttare l’altro? È stata la prima, e lungamente. Ma se ultimamente sembrerebbe il contrario, è solo perché alcuni artisti preferiscono trattare temi religiosi dissacrandoli pur di emergere sui loro colleghi. Vedi il caso di uno degli artisti citati da Elkins, un suo studente della School of the Art Institute of Chicago, che in una sua opera ritrae Elvis Presley sulla croce che indossa un perizoma con nastri e carta stagnola, intorno lucine di Natale e Mylar iridescente: Elvis non è in fondo una sorta di Santo? Per ulteriori conferme basterebbe osservare le opere dell’americano Michael Joo di origini coreane, dell’iraniana Shirin Neshat, di Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Matthew Barney, Marc Quinn, Matthew Barney e Jenny Saville. In tutti questi artisti la dissacrazione e il disprezzo per valori un tempo osannati sono divenuti l’unico mezzo per svegliare l’osservatore, quasi un elettro-shock per rianimarlo. Anche se recentemente gli artisti stanno trasformando la loro acredine verso la religione in un esercizio di rimozione e disinteresse, la loro sembra più la sottile vendetta di un amante abbandonato.

Nel frattempo la religione ha smesso di sfruttare l’arte per propri fini di marketing e ha cercato altrove forme di comunicazione più efficienti, scoprendo che la tv e il web funzionano molto meglio di una tela o di un pezzo di marmo. In termini di immagine, infatti, rendono di più film e serie televisive perché offrono una immagine preconfezionata di religiosi simpatici e dinamici (interpretati da attori accuratamente scelti) purché riescano ad eclissare i fatti di cronaca che invece raccontano di realtà infamanti ad opera dei religiosi autentici.
Esaminiamo il caso italiano: la recente tesi di dottorato di Sergio Perugini all’Università di Roma 3 tratta il tema “La miniserie religiosa italiana: il singolare successo della fiction religiosa anni Novanta e Duemila: storie di santi, papi e preti esemplari”. Fra le tante, meritano di essere citate: il Progetto Bibbia (La creazione e il diluvio, Mosè, Geremia, Jesus, San Paolo, L’apocalisse di San Giovanni), le storie di santi e beati popolari della Chiesa Cattolica (Rita da Cascia, Francesco, Padre Pio, Giuseppe Moscati, Chiara e Francesco, Bakhita, Sant’Agostino), dei papi del XX secolo (Papa Giovanni, Il Papa buono, Papa Luciani. Il sorriso di Dio, Paolo VI. Un Papa nella tempesta, Karol. Un uomo diventato Papa, Karol. Un Papa rimasto uomo, Giovanni Paolo II), nonché di preti dalle vite esemplari (Don Milani. Il priore di Barbiana, Don Bosco, Don Gnocchi. L’angelo dei bambini, La buona battaglia. Don Pietro Pappagallo, L’uomo della carità. Don Luigi Di Liegro, Don Zeno. L’uomo di Nomadelfia), della serie all’italiana (Dio vede e provvede, Un prete tra noi, Casa famiglia, Don Matteo, Padre Pio, Papa Giovanni, Don Bosco), e della sit-com (Don Fumino, Don Luca-Don Luca c’è). Inoltre non devono sfuggirci i 148 canali radio e televisivi allestiti ad hoc solo in Italia da Radio Maria a TV2000.

È una immensa offensiva mediatica, una gigantesca opera di marketing religioso che non sembra tanto invocato a gran voce dal pubblico, quanto allestito dalla Chiesa con un preciso scopo: riguadagnare le posizioni di popolarità perdute per i troppi avvenimenti corrosivi della credibilità della religione in generale e della Chiesa Cattolica in particolare, come i numerosi sacerdoti arrestati per detenzione di materiale pedopornografico in Italia, lo scandalo della pedofilia praticata da sacerdoti in ogni nazione ove si è indagato (Germania, Austria, Belgio, Irlanda, Italia, Stati Uniti, Canada, Australia ecc.), lo scandalo dello Ior, del cardinale Marcinkus e del Banco Ambrosiano, il delinquente Enrico De Pedis – detto Renatino – omaggiato della tumulazione nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare, la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, l’omicidio di Elisa Claps e il suo cadavere nascosto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, lo scandalo del cardinale Giovanni Angelo Becciu e l’uso dell’obolo di San Pietro – destinato ai bisognosi – per speculazioni edilizie di lusso a Londra, lo scandalo degli abusi sui cantori del coro di Ratisbona o sui “chierichetti del Papa” iscritti al Pre-Seminario Pio X in Vaticano, e così via.
Armando Fumagalli, docente di Semiotica, docente di Storia e linguaggi del cinema internazionale e Direttore del Master in International Screenwriting and Production presso l’Università Cattolica di Milano, osserva: ”Tutti coloro che si occupano di televisione sanno che le fiction a contenuto religioso sono prodotti che di solito ottengono un grande successo. L’accoglienza riservata a queste fiction è uno dei veri fenomeni della televisione italiana degli ultimi quindici anni e, fra l’altro, è un fatto abbastanza specifico del nostro paese, che non ha equivalenti di questo rilievo in altre nazioni europee […] L’idea che le fiction religiose siano facilmente apprezzate dal pubblico ha fatto sì che si lanciassero su questo genere negli ultimi anni anche produttori e in generale professionisti che hanno un’ispirazione religiosa che a essere generosi potremmo definire generica o tiepida“. Magnifico: gli attori non sono neppure dei devoti credenti ma vanno benissimo lo stesso, purché veicolino il personaggio in modo efficace verso il pubblico.

Tornando all’arte, ormai non è più il mezzo preferito per impressionare le masse proprio perché serve una cura urto, la religiosità popolare è decaduta e si rischia il fallimento. Ecco quindi dei nuovi mezzi più capillari, pervasivi e persuasivi: offrire volti graditi che sappiano fingere efficacemente una religiosità che sappia ricondurre il gregge fra le braccia della religione. L’arte ormai è lontana: oggigiorno si producono un’infinità di oggetti religiosi che nulla hanno a che fare sia con l’arte che col sacro. Il direttore del Museo San Fedele di Milano, il gesuita Andrea Dall’Asta, osserva: “L’immaginario sacro medievale erano le figure di Giotto, Duccio e Simone Martini; quello rinascimentale Leonardo, Michelangelo e Raffaello…Oggi l’immaginario popolare è fatto di figure devozionali, santini e statuette di plastica perché la Chiesa… ha temuto e respinto il dialogo con gli artisti contemporanei… Il punto critico è che l’immagine rivela la nostra sensibilità di fede, il nostro modo di essere cristiano. Statuette e santini kitsch rimandano a una spiritualità evanescente, consolatoria, che promette un mondo di pace e riconciliazione zuccherosa quando la realtà è invece fatta di ambiguità, contraddizioni, assunzioni di responsabilità…” (fonte: Jesus, novembre 2017).
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Leggi anche Guerra e/o pace: il dilemma della religione di Massimo de Bonfils

CREDITI FOTOT Flickr | Larry Lamsa 



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