“Qui è vietato sfamare i profughi”

Le voci dei migranti afghani intrappolati in Bosnia, tra abitazioni di fortuna a cento metri del confine con la Croazia e la minaccia di finire nel campo-prigione di Lipa. Così l’Europa si prepara a respingere chi sta fuggendo dall’Afghanistan.

Valerio Nicolosi

“Avete delle medicine contro il dolore? Mia mamma non cammina bene, ha molti dolori alla gamba sinistra e alla schiena. Sono stati i bombardamenti in Afghanistan, hanno distrutto la nostra casa e siamo scappati. Per fortuna siamo tutti vivi”. Kala ha poco meno di venti anni e ha passato gli ultimi cinque in viaggio dall’Afghanistan verso l’Europa insieme alla sua famiglia e da quattro mesi si trova bloccata in Bosnia. “Per un ragazzo solo è più facile provare il game ma per una famiglia è difficile, abbiamo figli piccoli e mia moglie che cammina male, la polizia croata ci trova con grande facilità” ci dice Ahmad, il padre di Kala, mentre visitiamo lo scheletro della casa che hanno momentaneamente occupato a Bojna, a poco meno di 150 metri dal confine con la Croazia.
Le tende riempiono la gran parte degli spazi, dentro ci sono coperte rimediate e un po’ di cibo organizzato in alcune cassette, ma non basta per tutti e comprarlo è un problema da quando i talebani hanno preso nuovamente il potere in Afghanistan: le società di money transfer sono chiuse e nessun parente gli può inviare dei soldi per mangiare e comprare il necessario per provare il game, il tentativo di passare il confine tra Bosnia e Croazia e da lì puntare dritto verso Trieste, tappa intermedia verso il Nord Europa.
“La polizia croata mi ha picchiata con il manganello e poi con il teaser mi hanno dato le scosse sulla gamba e sul collo. Vedete, non riesco a muoverlo” racconta Nura, la sorella minore di Kala, che, come la mamma, avrebbe bisogno di un antidolorifico. Da due giorni, da quando la polizia croata li ha fermati, picchiati e respinti, si muove a fatica.

Come raccontano migliaia di altre testimonianze, questi respingimenti avvengono di solito dopo appena un giorno di cammino in Croazia, quando la polizia intercetta queste persone, le picchia, toglie telefoni, soldi, giacche e scarpe e le rimanda indietro nei boschi che separano i due Paesi dell’ex Jugoslavia. A questo va aggiunto che Bojna, il piccolo villaggio dove si trovano in questo momento, ha ancora degli abitanti serbi infastiditi dal fatto che le famiglie afghane si accampino qui in attesa di riprovare il game. Uno di loro, alcune settimane fa, ha sparato con un fucile a una troupe televisiva slovena e gli attivisti delle associazioni che supportano i profughi hanno ricevuto diverse minacce, tanto che le autorità bosniache hanno colto la palla al balzo stabilendo il divieto di dare da mangiare ai profughi, accompagnarli in macchina al paese vicino per fare la spesa e aiutarli in qualsiasi modo.

“Se ci potete aiutare, oltre al cibo e alle medicina avremmo bisogno di zaini piccoli, ma non quelli da trekking, più da ragazze alla moda, così se ci vedono gli abitanti croati magari ci scambiano per turisti” ci dice Kala che oltre a parlare un ottimo inglese ha un aspetto molto curato, un golf di lana alla moda, jeans e scarpe da ginnastica. “Sono regali delle ragazze che abitano qui vicino, non tutti ci odiano e io sono giovane e ci tengo” dice quasi a giustificare il suo abbigliamento, sicuramente diverso dagli altri che racconta una cura necessaria a non abbrutirsi negli anni di viaggio verso quel sogno Europeo che sistematicamente si infrange contro la Fortezza Europa.
Molte famiglie sono partite nei giorni scorsi per il game lasciando quel poco che avevano per essere più leggeri: portano cioccolata, energy drink, pane e frutta secca dentro lo zaino per affrontare le due settimane di cammino verso Trieste. L’effetto che si ha girando tra le tende di chi è partito è quello di una fuga improvvisa, con vestiti appesi, buste di merendine in terra e anche un peluche.
Chi si trova qui riproverà il game “appena passerà il dolore”. Sono due i fattori che oggi incombono sulla loro condizione di profughi in transito. Il primo: le temperature si sono abbassate e nei Balcani è arrivata un anticipo dell’autunno. Il secondo: l’apertura del campo di Lipa, andato a fuoco lo scorso dicembre e oggi pronto all’inaugurazione dopo i lavori di ristrutturazione: è un passaggio importante nella gestione della frontiera europea su questo lato del confine. Dall’emergenza che dal 2018 ha portato all’apertura temporanea di diversi campi sparsi in città come Bihac e Velika Kladusa, tutti sotto la gestione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il nuovo corso di questa gestione sarà tutto sotto il controllo governativo e centralizzato nel campo di Lipa, totalmente isolato da ogni centro abitato, come a nascondere i profughi dai bosniaci.

“Qui la vita è dura, ma nel campo di Lipa lo è ancora di più: non hai autonomia su nulla e la polizia lo gestisce come se fosse un carcere” ci racconta Amrullah, afghano del Panjshir in viaggio da sei anni con sua moglie e i suoi due figli di 11 e 13 anni. Lui vive nell’ultima casa di Bojna, prima del confine. L’Europa si trova a meno di cento metri e da un anno prova a raggiungerla con la sua famiglia: sistematicamente viene rimandato indietro. La sua casa è meglio organizzata delle altre, ha tutti i muri e anche le finestre, nel bagno ha costruito anche un piccolo sistema di scarico e la parte dove ci offre tè e pane è pulita e ordinata. “Qui abbiamo trovato una piccola stabilità, ogni tanto lavoro per le ONG che hanno bisogno di traduzioni in inglese, ma la Bosnia non ci dà opportunità di lavoro vero, io vorrei che i miei figli le avessero”.
Il modello turco e libico sull’esternalizzazione della frontiera ai governi di Paesi terzi è arrivato anche nei Balcani, soprattutto in previsione di una probabile ondata di afghani in fuga dai talebani per i quali non ci saranno ponti aerei ed evacuazioni ma muri, torture e respingimenti organizzati dalla Fortezza Europa.



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