Reporter senza frontiere: libertà di stampa sempre più ridotta. Italia al 41° posto

Secondo l’ultimo dossier di Reporter senza frontiere, il 73% dei Paesi del mondo presenta, sotto il profilo dell’informazione, una situazione che può essere definita nel migliore dei casi problematica. E anche l’Italia è tra quelli che hanno visto un aumento della violenza contro i giornalisti.

Ingrid Colanicchia

Nella stragrande maggioranza del mondo la libertà di stampa subisce pesanti limitazioni e in alcuni Stati è completamente inesistente: solo 12 Paesi sui 180 monitorati (vale a dire il 7%) possono vantare un ambiente favorevole allo svolgimento del lavoro giornalistico mentre circa il 73% presenta una situazione che può essere definita nel migliore dei casi problematica.

A denunciarlo il dossier diffuso nei giorni scorsi da Reporters Sans Frontières che, come ogni anno, offre una dettagliata mappa del mondo sotto il profilo della libertà d’informazione.

Ai primi posti della classifica la Norvegia, che si conferma capofila per il quinto anno consecutivo; la Finlandia, che ha mantenuto la sua posizione al secondo posto; la Svezia, che ha recuperato il terzo posto che aveva ceduto l’anno scorso alla Danimarca (attualmente al 4° posto); e il Costa Rica che ha scalzato i Paesi Bassi dal quinto posto.

Europa e Americhe continuano a essere i continenti più favorevoli alla libertà di stampa, anche se entrambi hanno registrato deterioramenti. L’Europa ha visto atti di violenza più che raddoppiati: in particolare gli attacchi contro i giornalisti e gli arresti arbitrari sono aumentati in Germania (13°), Francia (34°), Italia (41°), Polonia (64°), Grecia (70°), Serbia (93°) e Bulgaria (112°).

Negli Stati Uniti (scesi dal 43° al 44° posto) la situazione è considerata “abbastanza buona”, anche se l’ultimo anno di Donald Trump alla Casa Bianca è stato segnato da un numero record di aggressioni contro i giornalisti (circa 400) e arresti di rappresentati dei media (130). Altrettanto non si può dire del Brasile (sceso dal 107° al 111° posto) dove, denuncia il rapporto, “l’umiliazione pubblica dei giornalisti è diventata marchio di fabbrica del presidente Bolsonaro”: il Paese latinoamericano è infatti fonte di grosse preoccupazioni, così come Nicaragua (121°), Colombia (134°), India (142°), Messico (143°), Pakistan (145°), Venezuela (148°), Russia (150°), Turchia (153°) e – purtroppo – molti altri Paesi, per i quali la situazione è definita “difficile”. Alle ultime posizioni, tra gli Stati per cui si può parlare di situazione gravissima, si segnalano tra gli altri Eritrea (180°), Nord Korea (179°), Cina (177°), Iran (174°).

 

 

L’Italia si conferma per il secondo anno consecutivo al 41°. Nel nostro Paese ci sono circa 20 giornalisti sotto scorta 24 ore su 24 a causa delle minacce di morte e degli attacchi di cui sono stati fatti oggetto, soprattutto da parte di organizzazioni criminali e reti mafiose. Il rapporto denuncia un innalzamento del livello di violenza, soprattutto a Roma e nella regione circostante, e al Sud. A Roma, in particolare, alcuni giornalisti sono stati aggrediti fisicamente nel corso del loro lavoro da membri di gruppi neofascisti e attaccati verbalmente, durante alcune manifestazioni, da appartenenti al Movimento Cinque Stelle. Altra sfida (e non solo per l’Italia) è stata la pandemia: nel complesso, i media italiani hanno potuto continuare a lavorare liberamente, il problema principale è stato costituito dai negazionisti che in più di una occasione hanno minacciato e aggredito fisicamente i giornalisti, in particolare quelli che hanno coperto l’ondata di proteste di ottobre e novembre 2020.

 

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