Una nuova luce storica sulla Repubblica di Weimar

Nel saggio “La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità” a cura di Christoph Cornelissen e Gabriele D’Ottavio (il Mulino) una riflessione critica sulle ragioni della crisi della prima repubblica tedesca e i complessi nessi di relazione tra questo esperimento e la storia della democrazia europea. Per gentile concessione dell'editore ne proponiamo l’introduzione.

Christoph Cornelissen Gabriele D'Ottavio

«Siamo a un punto di svolta», così scriveva il corrispondente da Berlino della «Frankfurter Zeitung» Rudolf Kircher il 1° gennaio 1933. E aggiungeva che in Germania erano in atto rivolgimenti profondi che interessavano tutti i principali ambiti della società: l’economia, la politica interna, la politica estera e più in generale lo spirito del tempo. La sua analisi portava Kircher a concludere che «niente è più sbagliato che dichiarare morto lo spirito della democrazia liberale» [1].

Le considerazioni del corrispondente della «Frankfurter Zeitung» ci fanno intendere che ancora nel gennaio 1933 i ben informati non ritenevano per nulla scontata la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti. Kircher non era l’unico a pensarla in questo modo. Alla fine del 1932, anche un influente scienziato politico come Carl Joachim Friedrich sostenne che la Germania sarebbe rimasta saldamente ancorata alla sua moderna Costituzione democratica. Del resto, in quel periodo la riflessione sulla crisi della democrazia in Europa non era focalizzata esclusivamente sul caso tedesco; semmai lo sguardo veniva puntato su altri contesti nazionali, in particolare sui Paesi dell’Europa centro-orientale e meridionale, ma anche sulla Francia e persino sul Regno Unito [2].

L’atteggiamento di apertura verso il futuro e financo l’ottimismo con cui molti contemporanei guardavano agli sviluppi politici e sociali della Repubblica di Weimar ancora nei primi anni Trenta cambiò repentinamente con l’avvento al potere di Adolf Hitler. Dopo il gennaio 1933 i nazionalsocialisti intensificarono la loro propaganda contro il «sistema» e avviarono un’incessante e pervasiva campagna di diffamazione nei confronti della Repubblica di Weimar, con effetti di lungo termine sull’immagine della prima democrazia tedesca sia in Germania sia all’estero.

Nel corso del lungo XX secolo sul ricordo negativo della Repubblica di Weimar non influirono, però, solamente la campagna di delegittimazione nazista e i tentativi successivi della classe dirigente compromessa con il regime di giustificare ex post la propria condotta. L’immagine negativa rifletteva anche le esperienze concrete che erano state maturate dalla maggioranza della popolazione tedesca. Soprattutto i cittadini della Germania occidentale, che nel secondo dopoguerra ebbero accesso a ruoli apicali nella società prima inaccessibili, ricordarono Weimar non solo a causa del suo fallimento ma anche per le molte frustrazioni che molti di loro avevano vissuto in ambito professionale negli anni Venti e Trenta.

Tuttavia, dopo il 1945 si verificò qualcosa di più. Sullo sfondo degli accesi dibattiti sulle colpe per il fallimento della democrazia e l’avvento del nazionalsocialismo, il costante richiamo all’esperienza weimariana si tramutò quasi in un’ossessione che la storiografia ha poi ridefinito come «il complesso di Weimar» [3]: i reiterati tentativi di trarre dalla sua parabola degli insegnamenti di portata generale contribuirono alla costruzione dell’identità nazionale e culturale della Germania federale all’insegna del motto «Bonn non è Weimar». Coniata dal giornalista svizzero Fritz René Allemann negli anni Cinquanta [4], questa chiave di lettura divenne ben presto una parola d’ordine che esemplificava la tendenza diffusa nella società tedesco-occidentale a elevare il fallimento della Repubblica di Weimar a modello negativo nel processo di ricostruzione della democrazia. L’esperienza e il ricordo del fallimento di Weimar finirono quindi per proiettare un’ombra lunga sugli atteggiamenti politici e sulle disposizioni culturali di gran parte della nuova classe dirigente della Germania occidentale. In un contesto del genere gli spazi per una riflessione distaccata sulla complessità, sull’apertura al futuro e sulla modernità dell’esperienza storica weimariana risultarono alquanto ridotti. La Repubblica di Weimar era diventata un argomento politico imprescindibile a cui si faceva ricorso nei dibattiti di diritto costituzionale o nelle discussioni in tema di riforme politico-istituzionali ma anche nel discorso pubblico sulle sfide poste dalla democrazia.

Del resto dopo il 1945 nemmeno la storiografia fu risparmiata dal contagioso «complesso di Weimar». Molti storici cedettero alla tentazione e ai condizionamenti di un diffuso determinismo retrospettivo, interpretando la Repubblica di Weimar come un esperimento democratico sostanzialmente destinato al fallimento sin dalla sua nascita [5]. Inoltre, a causa del suo esito tragico la riflessione storiografica introiettò nei suoi assunti epistemologici l’orizzonte problematico di una «cultura del ricordo» (Erinnerungskultur) negativamente connotata e con essa un uso irriflesso dell’argomento politico Weimar. Come constatarono Eberhard Kolb e Dirk Schumann in un importante studio sulla Repubblica di Weimar pubblicato per la prima volta a metà degli anni Ottanta, «poche fasi della storia tedesca pongono gli storici dinanzi a problemi di interpretazione e di valutazione come l’epoca della Repubblica di Weimar. Tutte le interpretazioni sono all’ombra di ciò che segue» [6].

Tuttavia, non si può sorvolare sul fatto che già a partire dagli anni Settanta la ricerca storica cominciò ad affrancarsi dal «complesso di Weimar». La tesi sul momento rivoluzionario che iscriveva la nascita e il fallimento della repubblica all’interno di una scelta inevitabile e senza alternative tra democrazia parlamentare e repubblica socialista fu messa in discussione e, a seguire, anche le controversie storico-politiche sulle origini e sulla fine di Weimar iniziarono a perdere d’intensità. L’attenzione si focalizzò invece sulla società e sulla cultura della Repubblica di Weimar, cosicché anche il periodo successivo alla fase costituente, compreso tra lo scoppio dell’iperinflazione nel 1923 e la crisi economica mondiale del 1929, iniziò a essere oggetto di studi più approfonditi. Al centro della riflessione storiografica finirono il consumismo moderno e i fenomeni della cultura di massa nei contesti urbani, che, insieme all’arte figurativa, alla musica e alla letteratura, restituivano un’immagine più vivida della cultura di Weimar. Già nel 1968 lo storico tedesco-americano Peter Gay la definì come una «cultura di epigoni» [7] e sulla scia dei lavori pionieristici di Wolfgang J. Mommsen [8] e dello stesso Gay una crescente attenzione venne rivolta anche ai molti intellettuali e scienziati sociali ‘avanguardisti’ dell’epoca, i quali, non essendo riusciti ad affermare la moderna razionalità scientifica della politica democratica nell’era delle tirannie, negli anni Trenta erano stati costretti a espatriare o all’esilio interiore [9].

La Repubblica di Weimar veniva compresa sempre più spesso come culmine e come crisi di una «modernità classica» che aveva avuto inizio nell’ultimo trentennio del XIX secolo. Lo storico Detlev J. Peukert espresse in modo originale la nuova prospettiva in una trattazione generale pubblicata in tedesco nel 1987 e successivamente tradotta in molte lingue [10]. In questo studio Peukert chiariva che «Weimar non si risolve nel suo inizio e nella sua fine»; inoltre, egli collocava nel periodo weimariano «gli anni di crisi della modernità classica» a cui era possibile ricondurre le «affascinanti e fatali opportunità» di una visione del mondo ancora attuale. L’opera di Peukert si allontanava dall’impostazione focalizzata sulla dimensione socio-economica che era stata privilegiata negli studi precedenti per dare maggiore risalto all’ambivalenza delle esperienze e dei punti di vista che aveva caratterizzato il periodo weimariano. Successivamente anche lo storico americano Eric D. Weitz enfatizzò la rilevanza della dimensione culturale dell’esperienza storica di Weimar con un volume pubblicato per la prima volta nel 2007. In questo studio, accanto alla creatività artistica e al potenziale emancipatorio della cultura weimariana, venivano tematizzate anche le trasformazioni della cultura del corpo e nei rapporti di genere e interpretate come evidenze dell’avvento di una nuova epoca [11].

La storia politica ha comunque continuato a esercitare un ruolo prevalente nella produzione storiografica su Weimar, anche grazie a un ampliamento dell’orizzonte tematico che negli ultimi due decenni ha portato a rivedere in maniera più sistematica tutte le sfaccettature delle culture politiche. In questo contesto, gli studi di Thomas Mergel sul parlamentarismo weimariano [12] e quelli di Dominik Graf e Moritz Föllmer sul discorso della crisi condotto negli anni Venti e Trenta [13], così come le ricerche sulla militarizzazione della società [14] e sulla memoria della Prima guerra mondiale [15] hanno portato a una sostanziale ridefinizione del perimetro storiografico. Anche i rivolgimenti del biennio 1918-1919 della cosiddetta «rivoluzione dimenticata» hanno ricevuto più attenzione rispetto al passato [16]. Nel frattempo alle prospettive di storia sociale e di storia culturale si è aggiunta e in parte sovrapposta anche una maggiore considerazione per la dimensione transnazionale della storia di Weimar e in particolare per l’ambito del diritto internazionale e per la transizione post-imperiale della Germania del dopoguerra [17]. Inoltre, negli studi giuridici e politologici si può osservare già da diversi anni un rinnovato interesse per la fase costituente e per la cultura costituzionale dell’epoca weimariana. Specialmente i lavori di Christoph Gusy, Horst Dreier e Christian Waldhoff hanno sottolineato la modernità della Costituzione di Weimar [18]. Il giudizio di Waldhoff, in particolare, è inequivocabile: «la Repubblica di Weimar è fallita a causa della difficile situazione generale e dell’azione concomitante di numerosi fattori, ma certo non a causa della sua Costituzione, che ha continuato a risplendere fino ad oggi: una Costituzione notevolmente moderna e innovativa» [19].

La formulazione di tesi categoriche di questo tipo ha certamente contribuito in maniera determinante a rilanciare la ricerca storica su Weimar. D’altra parte, non vi è dubbio che la riscoperta dell’interesse per i temi weimariani sia stata almeno in parte ispirata anche da alcune dinamiche politiche recenti. Fenomeni che si sono verificati su scala internazionale, come l’affermazione del populismo di destra e la perdita di attrattiva della democrazia rappresentativa e dei suoi valori liberali di riferimento, la crisi dei partiti tradizionali e la correlata ascesa di movimenti sociali portatori di nuove istanze, sono tutti segnali della nuova crisi della democrazia che caratterizza gli anni Venti del XXI secolo [20]. Nemmeno il superamento del «complesso di Weimar» ha quindi impedito la riproposizione, anche negli ultimi anni, di una letteratura storica preoccupata soprattutto di sottoporre a verifica l’immagine stereotipata di Weimar quale metafora delle fragilità della democrazia ovvero delle aberrazioni della modernità [21].

Come ricordano anche alcuni autori dei saggi qui pubblicati, il valore paradigmatico dell’esperienza weimariana come monito generale sui rischi di tenuta della democrazia è indubbio e ancora oggi uno sguardo informato sugli anni 1919-1933 in Germania può contribuire a gettare luce su aspetti improvvisamente tornati d’attualità. Ad esempio, guardare alle trasformazioni della cultura politica tedesca negli anni Venti e Trenta può aiutare a comprendere meglio i meccanismi che portano al potere formazioni politiche cosiddette populiste, ostili all’establishment e capaci di speculare su pulsioni identitarie e nazionaliste regressive. L’analisi di una congiuntura storica come quella segnata dalla Grande Depressione della fine degli anni Venti, ancorché irripetibile e non accostabile nei suoi esiti alla crisi finanziaria ed economica dell’inizio del XXI secolo, può essere considerata istruttiva per comprendere le improvvise contrazioni degli spazi della politica provocate da fattori esogeni. Ancora, lo studio del rapporto tra politica e carta stampata e dei linguaggi mediatici della Germania degli anni Venti aiuta a capire come la crisi di una democrazia può essere acuita in situazioni caratterizzate da una compresenza di assetti mediatici molto frammentati e diffusi sentimenti antidemocratici. Inoltre, per spiegare i comportamenti di voto che di recente hanno premiato formazioni di destra radicale può essere di una qualche utilità analizzare i flussi elettorali e le disposizioni culturali che all’inizio degli anni Trenta furono determinanti per l’affermazione del partito nazionalsocialista (NSDAP). La lezione di Weimar aiuta infine anche a comprendere il ruolo decisivo che un ordine internazionale delegittimato e privo di garanti credibili possa avere per le sorti di una democrazia [22].

Su questo sfondo si può certamente spiegare «l’urgenza intellettuale e editoriale di tornare … a discutere di e su Weimar» [23].

Occorre però evitare che questa discussione di e su Weimar finisca per essere schiacciata sulle esigenze del presente. La recente commemorazione del centenario, ad esempio, è stata l’occasione per provare a correggere nel discorso pubblico e ufficiale l’immagine negativa della Repubblica di Weimar come trampolino di lancio del Terzo Reich, allo scopo di rinsaldare il ruolo della democrazia nella cultura del ricordo dei tedeschi [24]. Questo tipo di operazioni possono essere facilmente foriere di distorsioni prospettiche. Non solo il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo, ma anche quello di un’eccessiva linearità interpretativa corroborata da approcci, schemi di lettura e narrazioni teleologiche che non rendono giustizia alla complessità della realtà storica [25].

Muovendo dalle considerazioni sopra ricordate, abbiamo ritenuto opportuno valorizzare una prospettiva storiografica capace di riempire di nuovi contenuti le tesi che Detlev J. Peukert aveva formulato già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Il volume intende quindi offrire al lettore italiano uno spaccato della riflessione storiografica critica sulla Repubblica di Weimar e contribuire a problematizzare l’esperienza di Weimar come parte integrante della storia della democrazia e della modernità in Germania, illustrandone le molte sfaccettature. L’orizzonte problematico del «complesso di Weimar» è presente nella maggior parte dei saggi del volume, ma prevalentemente nella forma di filtro interpretativo attraverso cui far emergere la mancata o non perfetta corrispondenza tra le molte rielaborazioni successive che nel corso del tempo hanno alimentato una cultura del ricordo di segno negativo e l’affascinante complessità dell’esperimento weimariano. Le molte sfaccettature dell’esperienza weimariana indagate sono invece indicate da alcune coppie concettuali o parole chiave su cui le autrici e gli autori sono stati invitati a focalizzare i loro contributi: «Costituzione e rivoluzione», «società postbellica e cultura politica», «crisi economica e crisi sociale», «aspirazioni individuali e diritti collettivi», «dimensione globale e prospettiva europea», «eredità e attualità». Si tratta di diadi che rimandano sia ai concetti fondamentali dell’esperienza storica di Weimar, sia ai principali canoni interpretativi che permettono di decostruire i molteplici processi di risignificazione dell’immagine storica di Weimar. I saggi qui raccolti danno conto di un complessivo mutamento di prospettiva che ha portato la ricerca storica a prendere nettamente le distanze dalle narrazioni teleologiche e a riconsiderare le ragioni della crisi della prima repubblica tedesca: la cesura della guerra mondiale, le fratture sociali prodotte dal capitalismo, le trasformazioni delle culture politiche, le implicazioni della globalizzazione e i condizionamenti del contesto europeo e internazionale.

NOTE

1. R. KIRCHER, Ein Jahr deutscher Politik, in «Frankfurter Zeitung», 1° gennaio 1933, pp. 1 s.

2. C.J. FRIEDRICH, The Development of Executive Power in Germany, in «American Political Science Review», 27, 1933, pp. 185-233; H.J. LASKI, Democracy in Crisis, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1933. Per le citazioni si veda T.B. MÜLLER, Die Weimarer Demokratie und die europäische Demokratie, in M. DREYER A. BRAUNE (edd), Weimar als Herausforderung. Die Weimarer Republik und die Demokratie im 21. Jahrhundert, Stuttgart, Franz Steiner, 2018, pp. 57-78, qui p. 58; C. GUSY (ed), Demokratie in der Krise: Europa in der Zwischenkriegszeit, Baden Baden, Nomos, 2008.

3. S. ULLRICH, Der Weimarer Komplex. Das Scheitern der ersten deutschen Demokratie und die politische Kultur der frühen Bundesrepublik 1945-1959, Göttingen, Wallstein, 2009.

4. F.R. ALLEMANN, Bonn ist nicht Weimar, Köln, Kiepenhauer & Witsch, 1956.

5. O. HAARDT C. CLARK, Die Weimarer Reichsverfassung als Moment in der Geschichte, in H. DREIER C. WALDHOFF (edd), Das Wagnis der Demokratie. Eine Anatomie der Weimarer Reichsverfassung, München, C.H. Beck, 2018, pp. 9-44.

6. E. KOLB D. SCHUMANN, Die Weimarer Republik, München, Oldenbourg, 20138, p. 155 (ed. orig. 1984).

7. P. GAY, Weimar Culture: The Outisder as Insider, New York, Harper & Row, 1968.

8. W.J. MOMMSEN, Max Weber und die deutsche Politik 1890-1920, Tübingen, Mohr, 1959 (trad. it. Max Weber e la politica tedesca, Bologna, Il Mulino, 1993).

9. R. BLOMERT, Intellektuelle im Aufbruch. Karl Mannheim, Alfred Weber, Norbert Elias und die Heidelberger Sozialwissenschaften der Zwischenkriegszeit, München, Hanser, 1999.

10. D.J.K. PEUKERT, La Repubblica di Weimar. Anni di crisi della modernità classica, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 10 (ed. orig. 1987).

11. E.D. WEITZ, Weimar Germany. Promise and Tragedy, Princeton NJ, Princeton University Press, 2013.

12. T. MERGEL, Parlamentarische Kultur in der Weimarer Republik: Politische Kommunikation, symbolische Politik und Öffentlichkeit im Reichstag, Düsseldorf, Droste, 2002; D. SCHUMANN et al. (edd), Weimar Publics/Weimar Subjects: Rethinking the Political Culture of Germany in the 1920s, New York, Berghahn, 2010.

13. M. FÖLLMER D. GRAF (edd), Die Krise der Weimarer Republik: Zur Kritik eines Deutungsmusters, Frankfurt a.M., Campus, 2005.

14. D. SCHUMANN, Politische Gewalt in der Weimarer Republik 1918-1933: Kampf um die Straße und Furcht vor dem Bürgerkrieg, Essen, Klartext, 2001; B. ZIEMANN, Violence and the Soldier in the First World War. Killing, Dying, Surviving, London, Bloomsbury Academic, 2017.

15. R. BESSEL, Germany After the First World War, Oxford, Clarendon, 1995; C. CORNELISSEN A. WEINRICH (edd), Writing the Great War. The Historiography of World War I from 1918 to the Present, New York, Berghahn, 2021.

16. A. GALLUS (ed), Die vergessene Revolution von 1918/19, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2010.

17. Si veda C. CORNELISSEN D. VAN LAAK (edd), Weimar und die Welt: Globale Verflechtungen der ersten deutschen Republik, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2020; A. BRAUNE M. DREYER (edd), Weimar und die Neuordnung der Welt: Politik, Wirtschaft, Völkerrecht nach 1918, Stuttgart, Franz Steiner, 2020.

18. C. GUSY, 100 Jahre Weimarer Verfassung. Eine gute Verfassung in schlechter Zeit, Tübingen, Mohr Siebeck, 2018; T. KLEINLEIN C. OHLER (edd), Weimar international. Kontext und Rezeption der Verfassung von 1919, Tübingen, Mohr Siebeck, 2020.

19. H. DREIER C. WALDHOFF (edd), Das Wagnis der Demokratie, p. 7; C. GUSY, 100 Jahre Weimarer Verfassung; M. DREYER, Hugo Preuß. Biografie eines Demokraten, Stuttgart, Franz Steiner, 2018.

20. Cfr. H. HOCHMUTH M. SABROW T. SIEBENEICHNER (edd), Weimars Wirkung: Das Nachleben der ersten deutschen Republik, Göttingen, Wallstein, 2020.

21. J. HACKE, Existenzkrise der Demokratie. Zur politischen Theorie des Liberalismus in der Zwischenkriegszeit, Berlin, Suhrkamp, 2018.

22. Per una riflessione sull’attualizzazione della storia di Weimar si veda anche A. WIRSCHING B. KOHLER U. WILHELM (edd), Weimarer Verhältnisse? Historische Lektionen für unsere Demokratie, Ditzingen, Reclam, 2018.

23. A. BOLAFFI, Prefazione, in A. WIRSCHING, Weimar, cent’anni dopo, Roma, Donzelli, 2019, pp. 3-16, qui pp. 4-5. La stessa casa editrice Donzelli nel 1998 aveva pubblicato la monumentale opera di Heinrich August Winkler (La Repubblica di Weimar 1918-1933: storia della prima democrazia tedesca), che si aggiungeva così alla traduzione dell’altro studio classico di Hagen Schulze (La Repubblica di Weimar. La Germania dal 1918 al 1933) pubblicato da Il Mulino nel 1993. A ridosso del centenario della nascita della Repubblica di Weimar, oltre a Donzelli anche altre case editrici italiane hanno deciso di dare alle stampe delle riedizioni o dei nuovi saggi sulla storia di Weimar. Cfr. per esempio, D. WEITZ, La Germania di Weimar, Torino, Einaudi, 2019; D.J.K. PEUKERT, La Repubblica di Weimar e G. CORNI, Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Roma, Carocci, 2020. Si veda anche il numero speciale curato da R. GHERARDI, La Repubblica di Weimar come esperienza, come laboratorio e come paradigma, in «Il pensiero politico», 52, 2019, 2, e quello curato da C. GALLI sul tema Ordoliberalismo, in «Filosofia politica», 33, 2019, 1.

24. Cfr. il discorso del presidente federale Frank-Walter Steinmeier in occasione della cerimonia commemorativa del 9 novembre 1918 al Bundestag (Berlino), https://www.bundestag.de/resource/blob/577898/1fabb911443e3 8b78dc622d2b7d1aee6/Rede_BPraes_09November2018-data.pdf.

25. Cfr. M. JONES, Am Anfang war Gewalt. Die deutsche Revolution 1918/1919 und der Beginn der Weimarer Republik, Berlin, Propyläen, 2017; W. NIESS, Die Revolution von 1918/1919. Der wahre Beginn unserer Demokratie, Berlin, Europaverlag, 2017.

(copyright 2021 Il Mulino editore)



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