Ventennio fascista: ci fu chi disobbedì

Non è più il tempo delle divisioni: si superino per il bene collettivo ma senza riscritture e operazioni che spaccino la pacificazione con la parificazione. Non è giusto né storicamente né moralmente annacquare responsabilità di crimini con giustificazioni, equivalenze etiche tra chi scelse di ribellarsi e chi accettò di continuare ad essere fedele al fascismo della Repubblica di Salò, governo fantoccio nelle mani di Hitler.

Teresa Simeone

Sul manuale della III classe elementare, Era fascista, un disegno riportava il breve dialogo tra un “sapiente” e un piccolo balilla: “Quale deve essere la prima virtù del bambino?” Risposta: “L’obbedienza”. “E la seconda?” “L’obbedienza” “E la terza?” “L’obbedienza”. Si apriva così il libro di testo uguale in tutte le scuole del Regno, con un’imposizione, quella di obbedire, sempre e comunque. Ma ci fu chi non rispettò questo diktat e decise che niente avrebbe impedito a un pensiero libero di farsi largo tra le maglie strettissime del pervasivo, tenace indottrinamento che doveva rendere serve le coscienze.
Cos’è stata la Resistenza? Un gigantesco fenomeno, scriverà Norberto Bobbio, di disobbedienza civile in nome di ideali superiori come libertà, eguaglianza, giustizia, fratellanza dei popoli. Un moto di ribellione interiore che portò a dire, il giorno della liberazione, finalmente eravamo ridiventati uomini!
Non è facile scrivere di lotta di liberazione: è concreto il rischio di essere banale o di lasciarsi irretire dalla retorica. D’altronde, ciò che fino a qualche anno fa era scontato, improvvisamente è apparso revisionabile, oggetto di pericolose controletture storiche che offendono la ricerca, rovesciano i valori, inquinano i fatti, rendendoli manipolabili, fluidi, sofisticabili. Ed ecco che gli antifascisti uccisi alle Fosse ardeatine diventano semplicemente italiani, il Battaglione Bozen, formato da altoatesini che avevano scelto il nazismo e che svolgevano compiti di controllo e di repressione della lotta partigiana, è ridotto a una banda musicale di poveri pensionati e la nostra Costituzione assente di riferimenti all’antifascismo. Fu vera ignoranza? Non è dato appurarlo. E, comunque, tra il dolo e l’analfabetismo civico, non c’è un male minore da scegliere, considerando che la seconda carica dello Stato, lo Stato nato dalla Costituzione antifascista, non può, non deve ignorare la storia della Repubblica sulla cui carta fondativa ha giurato.

D’altronde, se si fa fatica a riconoscere che l’antifascismo non è scritto chiaramente in quanto è ciò che attraversa tutti gli articoli, li informa dal di dentro, li nutre e li sostanzia, perché non ci si sforza almeno di rileggere le Disposizioni transitorie e finali della Costituzione? Nella XII si troverà il divieto di riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista e nella XIII che agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. È vero che l’ultima è stata cancellata con la revisione del 2002, ma il fatto che ci fossero queste due disposizioni sta a dimostrare che i costituenti avevano indicato nel fascismo e nella monarchia le sciagure che avevano intossicato il nostro paese e che mai più sarebbero dovute tornare. Né l’uno né l’altra, com’è affermato nell’ultimo articolo, il 139, che sancisce l’impossibilità di sottoporre a revisione costituzionale la forma repubblicana.
Non è più il tempo delle divisioni: si superino per il bene collettivo ma senza riscritture e operazioni che spaccino la pacificazione con la parificazione. Non è giusto né storicamente né moralmente annacquare responsabilità di crimini con giustificazioni, equivalenze etiche tra chi scelse di ribellarsi e chi accettò di continuare ad essere fedele al fascismo della Repubblica di Salò, governo fantoccio nelle mani di Hitler. E non è accettabile nemmeno sminuirne la portata o screditarne la forza evocando lo spirito del comunismo, associato sempre più irrimediabilmente, nei racconti della destra, allo stalinismo e quindi insieme al fascismo condannabile in quanto totalitarismo. Come ha ricordato Sergio Luzzatto: “il partigiano delle Garibaldi combatteva dalla parte giusta, il ragazzo di Salò dalla parte sbagliata. […] La vittoria del comunista delle Garibaldi ha significato un’Italia libera, la vittoria del fascista di Salò avrebbe significato un’Italia schiava.” Quello che ha contato, dunque, tra repubblichini e partigiani di qualsiasi colore politico non è “l’eguaglianza nella morte, ma la diseguaglianza nella vita”, la diversità delle scelte, delle intenzioni, degli obiettivi.

E non si rivelarono, ovviamente, ininfluenti nel destino dell’Italia queste scelte né di scarsa entità. Se è vero che i partigiani furono pochi ebbero, tuttavia, l’appoggio di molti. Accanto al valore di una Resistenza armata, emerge sempre più quello della Resistenza disarmata di numerose persone che aiutarono con l’occultamento, la complicità, il silenzio, la rete di protezione, partigiani, ebrei, dissidenti politici. È la resistenza civile che si espresse nell’aiuto delle donne che nascosero, vestirono e sfamarono soldati in fuga; nel rifiuto degli Internati Militari Italiani di collaborare con i tedeschi e di aderire alla Repubblica Sociale Italiana; negli scioperi che furono organizzati nelle fabbriche dagli operai.
Anche i nostri soldati, rastrellati subito dopo l’armistizio e deportati in Germania, ebbero una sorte difficile: costretti in lager, i vari Stalag disseminati su suolo controllato dai nazisti, e impegnati in lavori forzati, furono inquadrati come Internati Militari e non prigionieri di guerra, sottratti, così, alla possibilità di controllo della Croce Rossa Internazionale e privati della tutela della Convenzione di Ginevra. Molti di loro morirono nei campi, per la fame, il freddo, i maltrattamenti e non fecero mai più ritorno in patria.
Gli Internati avevano la possibilità più volte offerta di scegliere se rimanere fedeli al Regno del Sud o arruolarsi nell’esercito di Salò o del Terzo Reich: secondo studi recenti su circa 810.000 militari fatti prigionieri, la nettissima maggioranza (624.000) si oppose alla collaborazione con i nazi-fascisti. Per lungo tempo ci si è dimenticati di loro, forse perché erano stati soldati dell’esercito fascista o forse perché ormai nella condizione poco eroica di vinti; fatto sta che anche la loro è stata una Resistenza, una Resistenza non armata che va ad aggiungersi alle altre forme di resistenza, come quella, ad esempio della divisione Acqui di stanza a Cefalonia dove, in seguito all’armistizio, per essersi opposti all’ordine di disarmo dei tedeschi e consegnarsi a loro, furono massacrati migliaia di soldati italiani. “A Cefalonia non deve essere fatto alcun prigioniero italiano a causa dell’insolente e proditorio contegno da essi tenuto”, fu l’ordine impartito dall’Oberkommando Wehrmacht, il 18 settembre 1943. E il massacrò continuò, anche dopo la resa finale. Perché quei soldati si opposero ai tedeschi sapendo di andare a morte certa? Ancora molte sono le domande.
Spetta agli storici recuperare la piena memoria di quei fatti, far luce su eventi e numero preciso delle vittime e riportarla all’attenzione del Paese. La ricerca storica non finisce mai: è uno studio instancabile che continua nel tempo e che fa chiarezza e attiva consapevolezze, aiutando a inserire gli avvenimenti importanti nella giusta cornice, nel calendario civile della nostra Repubblica. Altro, perciò, che festa retorica e superflua! Il 25 aprile non si limita a ricordare ciò che è stato ma, rilanciando questioni e stimolando riflessioni, continua dal passato ad aprire orizzonti sul futuro.

 

Foto: I funerali dei partigiani di Asiago – 29 maggio 1945



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