Нет Войне. La resistenza delle femministe russe

Più la repressione dell’apparato statale si fa sentire, più le femministe russe si ingegnano per trovare nuove forme di protesta, nuovi modi di dire “Нет Войне”, no alla guerra.

Ingrid Colanicchia

Volantini, scritte su banconote, monete ed etichette dei prezzi, graffiti, adesivi, performance, azioni sui social media: più la repressione dell’apparato statale si fa sentire, più le femministe russe si ingegnano per trovare nuove forme di protesta, nuovi modi di dire “Нет Войне”, no alla guerra.
Dal manifesto diffuso a pochi giorni dall’inizio dell’invasione e tradotto in moltissime lingue, il Feminist Anti-War Movement (gruppo auto-organizzato e decentralizzato in contatto con circa 45 organizzazioni femministe sparse in tutto il Paese, che attualmente conta sul proprio canale Telegram più di 30 mila iscritte) non si è fermato un attimo.

«Gli atti di resistenza quotidiani non hanno lo scopo di attirare l’attenzione dei media: sono progettati per attrarre direttamente il pubblico», spiega Maria Silina, storica dell’arte sovietica ed esperta della scena artistica russa contemporanea. Gli adesivi “No alla guerra” sono molto diffusi, racconta, ma ci sono anche altre tattiche di “infiltrazione artistica”: per esempio i manifesti che, imitando lo stile delle affissioni municipali ufficiali, sembrano a un primo sguardo manifesti di persone scomparse ma in realtà contengono informazioni sui soldati russi che sono stati uccisi o sono scomparsi, e invitano a opporsi alla guerra. Oppure i messaggi di pace scritti su banconote e monete nell’idea che gli anziani, principali fruitori di denaro contante, siano i più colpiti dalla propaganda ufficiale e che questo approccio possa sensibilizzarli. O ancora le performance, come quelle delle “donne in nero”, fino all’espressione in pubblico di dolore: «Piangere sui mezzi pubblici – spiega Silina – consente ai passeggeri di assistere a emozioni che sono in gran parte represse e censurate dalla propaganda apertamente militarista».

Azioni (sul canale Telegram del movimento è possibile farsi un’idea più precisa della mole di gesti di protesta) che vanno incontro a tutti i rischi derivanti dalle repressive leggi volute da Putin all’indomani dell’invasione, che impongono pene detentive fino a 15 anni per coloro che denunciano la guerra e i crimini della Russia. A metà aprile Amnesty riportava come, stando ai dati forniti dal Feminist Anti-War Movement, fossero almeno 100 le attiviste arrestate, perquisite o minacciate. Tra loro l’artista Aleksandra Skochilenko arrestata l’11 aprile con l’accusa di “discredito delle forze armate russe”: avrebbe sostituito i cartellini dei prezzi sugli scaffali di un supermercato con scritte contro la guerra. Il 13 aprile un tribunale di San Pietroburgo ha ordinato la sua detenzione preventiva, almeno fino al 1° giugno. «Le autorità russe continuano a dichiarare guerra ai diritti umani del popolo russo», ha denunciato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale. «Tutti gli attivisti detenuti per aver partecipato pacificamente ad atti di dissenso contro la guerra devono essere rilasciati immediatamente e incondizionatamente. La repressione di questo movimento contro la guerra guidato dalle femministe rappresenta l’ennesimo disperato tentativo di mettere a tacere le critiche all’invasione russa dell’Ucraina».

Ella Rossman, una delle portavoci del Feminist Anti-War Movement, parlando da Londra ha precisato che nelle proteste sono coinvolti, ovviamente, anche uomini, ma le donne sono predominanti. Cosa che, sottolinea l’attivista, ha comportato anche una nuova idea di agency delle donne. «Anche se le donne in Russia sono politicamente attive da anni – pensiamo al Comitato delle madri dei soldati – c’è un nuovo modo di guardare loro. Il posto di una donna non è solo la cucina. Le donne possono e devono essere socialmente e politicamente attive».

Ma come mai, in Russia, in prima linea nel movimento contro la guerra ci sono proprio le femministe? Sasha, attivista di Feminist Anti-War Movement, lo spiega facendo riferimento direttamente al contesto russo: «A lungo il movimento femminista non è stato visto come un movimento politico e non ha sperimentato la repressione che ha colpito altri movimenti. Le femministe non erano prese sul serio dal governo. Se si guarda al panorama politico si nota che molti altri gruppi politici da tempo subiscono una forte repressione: gli anarchici, i sostenitori di Navalny eccetera. Noi femministe eravamo viste dal governo come delle ragazze bizzarre che facevano delle performance oppure organizzavano conferenze e festival. Forse hanno pensato che le Pussy Riot fossero abbastanza. Per essere chiari, la repressione ha colpito anche le femministe (Yulia Tsvetkova rischia il carcere per i suoi disegni, siamo state molestate dalla polizia tantissime volte), ma probabilmente non siamo mai state un vero obiettivo. Prima che organizzassimo la resistenza contro la guerra, il movimento femminista non era molto strutturato. C’erano gruppi femministi in tutto il Paese, ma collaboravano a malapena tra di loro. Il movimento non era unito come oggi, anche se c’erano molte persone attive in diversi gruppi. L’autonomia dei gruppi femministi sparsi in tutto il Paese è la forza di questa resistenza femminista contro la guerra perché rende più difficile capire chi sta agendo».

Sasha racconta che in questa lotta non sono sole. «Alcuni gruppi professionali, che in passato non hanno mai rilasciato alcuna dichiarazione politica, quando è iniziata la guerra si sono attivati. Ci sono state molte petizioni da parte di diversi gruppi professionali: registi, giornalisti, insegnanti, architetti, scienziati, informatici, musicisti, eccetera. Purtroppo, con l’intensificarsi della censura queste iniziative non sono più state visibili. Quando tutti questi gruppi sono scomparsi, è rimasta la Confederazione del Lavoro della Russia (KTR), e il sindacato Teacher, la cui petizione è stata firmata da migliaia di insegnanti. Questo è un fenomeno unico nella storia recente russa: gli insegnanti sono un gruppo molto vulnerabile perché la maggior parte delle scuole sono statali. Un altro gruppo molto attivo è quello degli studenti: stanno portando avanti numerose iniziative e hanno cercato di sostenere quelle di gruppi di lavoratori, come il recente sciopero dei tassisti».

Tra gli studenti che non hanno perso occasione per denunciare la criminale guerra di Putin ci sono i redattori di Doxa, giornale studentesco della Higher School of Economics di Mosca. Il 1° aprile, un tribunale della capitale ha discusso il caso che vede imputati i quattro (Armen Aramyan, Alla Gutnikova, Natalia Tyshkevich e Vladimir Metelkin) con l’accusa di coinvolgimento di minori in atti pericolosi per la loro vita (per il rischio di contrarre il Covid) per aver pubblicato un video in cui affermavano che è illegale espellere e intimidire gli studenti per la loro partecipazione a proteste e manifestazioni. All’udienza del 1° aprile, il procuratore ha chiesto che gli accusati fossero condannati a due anni di servizi sociali (è stato accontentato). Durante l’udienza gli imputati hanno rilasciato le loro dichiarazioni finali. Armen Aramyan ha concluso la sua con queste parole: «Il nostro Stato non è più un poliziotto fannullone che fa girare la sua mazza, ora è una vera e propria dittatura. È un criminale di guerra. È riuscito a intimidire molte persone, costringendole al silenzio, a non parlare in alcun modo di questa guerra. L’unica cosa a cui riesco a pensare in questi giorni è come prendere posizione contro una paura così forte. Come continuare ad agire e sostenere le altre persone quando tutti vogliamo scappare, nasconderci in un bozzolo o fingere che tutto questo non esista. I cittadini russi non sostengono la guerra. Sono così fortemente contrari a questa guerra che alcuni di loro non riescono nemmeno a credere che stia avvenendo proprio davanti ai loro occhi. […]. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a tanti esempi di eroismo, giovani, spesso giovani donne, che continuano a scendere in piazza e a protestare contro la guerra, nonostante decine di migliaia di arresti e perquisizioni. Persone torturate nelle nostre stazioni di polizia, ma che non si arrendono e continuano a combattere. Oggi non abbiamo il diritto morale di fermarci, o arrenderci, o spaventarci. Ogni parola deve essere abbastanza forte da fermare i proiettili».

Intanto per il 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra la vittoria sul nazismo, il Feminist Anti-War Movement ha organizzato tre diverse forme di protesta: 1) “Day of Trouble”, una variante dell’azione #women_in_black (uscire tra le 13 e le 14 in abiti neri e legare nastri neri nello spazio cittadino); 2) “Death Regiment”, una variante dell’azione commemorativa #Mariupol5000 (installare nei cortili delle città memoriali autocostruiti dedicati agli ucraini assassinati); 3) “Blood Parade action”, «per coloro che vogliono mostrare non lutto, ma rabbia in questo giorno», «nella notte tra l’8 e il 9 maggio o durante il 9 maggio, versa della vernice rossa su quegli oggetti che lo meritano, come la lettera Z, lascia una pozza di vernice rossa vicino alle attrezzature militari, sui gradini degli uffici di arruolamento, lungo le strade per le quali passeranno i cortei di Stato. La Russia è annegata nel sangue degli ucraini, lascia che questo sangue appaia visivamente sulla superficie della città».

Credit immagine: adesivi auto-prodotti contro la guerra; fonte: canale Telegram Feminist Anti-War Resistance.



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