Smettere di resistere significherebbe smettere di essere liberi

Sono ancora in molti nella sinistra occidentale a non sostenere la resistenza ucraina, contrapponendo a essa interessi economici locali. Una contrapposizione artificiosa che non fa che frammentare il fronte antimperialista.

Zakhar Popovych*

Alcuni partiti di sinistra dell’Unione Europea hanno recentemente rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si chiede di accelerare le forniture di armi all’Ucraina. Non c’è dubbio che lo sviluppo di un movimento internazionalista efficace sia impossibile senza un fronte unito contro l’imperialismo che contempli ogni tipo di resistenza, anche armata, all’aggressione imperialista. L’invasione russa dell’Ucraina è attualmente l’attacco imperialista più sfacciato e cinico del mondo. Nonostante l’eroica resistenza degli ucraini, l’offensiva militare della Russia continua. Mentre scrivo, le persone muoiono in massa a causa di bombardamenti e attacchi di ogni genere. L’obiettivo di fermare immediatamente l’esercito russo, cosa che può essere fatta solo con la forza militare, deve essere la priorità numero uno per tutti gli oppositori dell’imperialismo.

Una contrapposizione artificiosa
Nella sinistra occidentale però in molti ancora si oppongono al sostegno all’Ucraina facendo leva sui problemi socio-economici locali. Per esempio nel Regno Unito, alcuni che si definiscono socialisti e persino internazionalisti sono arrivati a chiedere ai sindacati di concentrarsi sul calo del tenore di vita e sull’aumento dei prezzi del riscaldamento e delle utenze, invece di mostrare solidarietà con l’Ucraina. Una contrapposizione artificiosa, e molto dannosa. È deplorevole che ancora oggi, anche dopo il brutale bombardamento di aree urbane densamente popolate e migliaia di vittime civili, ci siano persone che cercano, se non di giustificare l’aggressore, almeno di offuscarne la responsabilità chiedendo a “entrambe le parti” un cessate il fuoco.

Certo, è possibile che durante gli scontri nelle città un edificio possa essere danneggiato dal fuoco di entrambi le parti, ma è il massimo del cinismo chiedere per questo ai difensori delle città ucraine di cessare il fuoco e, si presume, di non resistere al nemico, che continuerà a uccidere persone disarmate e prigionieri. Vale forse la pena ricordare che non ci sarebbe stato nessuno scontro armato nelle aree residenziali né in generale nessuna guerra sul territorio dell’Ucraina, se le truppe russe non avessero attraversato il confine il 24 febbraio scorso e non avessero iniziato ad aggredire le città ucraine.

Una tregua al prezzo della dignità?
Fermare la resistenza per gli ucraini ora significherebbe rinunciare alla propria dignità, al diritto di essere liberi e di non riconoscersi come schiavi, il cui destino sarebbe determinato da leader nominati da Mosca. L’invasione di Putin, infatti, non solo nega pubblicamente il diritto degli ucraini a determinare il proprio destino, ma un suo successo comporterebbe anche l’eliminazione della maggior parte dei diritti democratici e sociali, come è già accaduto nelle “repubbliche popolari” di Donec’k e Luhans’k e come sta rapidamente accadendo in Russia.

È difficile immaginare come le sedicenti “sinistre” che in qualche modo giustificano la Russia in questa guerra potranno ancora mobilitare le persone a lottare per i propri diritti sociali e per una società giusta, se ora sostengono la privazione della maggior parte dei diritti per gli ucraini. Le lotte per i diritti dei lavoratori – dall’aumento dei salari al diritto di sciopero – implicano il riconoscimento della dignità dei lavoratori. Un cambiamento sociale sistemico a favore della classe operaia è possibile solo sulla base di un movimento di massa di base, proprio come la democrazia autogestita di “Majdan”, tanto odiata dalla cricca di Putin. La visione del mondo di Putin nega la possibilità stessa dell’auto-organizzazione, sostenendo che tutti i movimenti di base sono sempre pilotati da misteriosi agenti stranieri. Certo, il “Majdan” non è sempre una rivoluzione sociale, ma ogni rivoluzione sociale è prima di tutto un “Majdan”.

La democrazia scomoda
Al netto delle carenze dell’Ucraina post-Majdan, le elezioni si sono sempre tenute regolarmente, spesso portando al potere nuovi partiti e nuovi leader contro la volontà della leadership di quel momento, a differenza della Russia, che si è sempre mossa per limitare le libertà democratiche e trasformare le elezioni in uno spettacolo con vincitori predeterminati. Gli ucraini ne erano ben consapevoli e intendevano muoversi nella direzione opposta: non volevano vivere in un regime come quello russo, e ancor meno in uno come quello di Donec’k e Luhans’k. Volevano ostinatamente decidere da soli come dovevano andare le cose. Questa è la principale “minaccia alla sicurezza della Russia”.

Ora abbiamo un’invasione su larga scala sul territorio dell’Ucraina da parte delle truppe della Federazione Russa che stanno attaccando un Paese indipendente con il quale la Russia stessa aveva precedentemente stipulato trattati di amicizia, concordato garanzie di sicurezza esprimendo sempre, cinicamente, il proprio sostegno alla sua integrità territoriale.

Anche la stessa Russia sta iniziando ad ammettere che si tratta di un’invasione su larga scala e non di un'”operazione speciale”. Persino il cautissimo Rappresentante permanente della Federazione Russa presso le Nazioni Unite ha iniziato a usare la parola “guerra” in relazione a quanto sta accadendo in Ucraina e la televisione di Stato russa ha mostrato le sue truppe all’aeroporto Hostomel’ di Kyïv vicino alla carcassa dell’aereo An-225 Mriya, a Cherson e in molti luoghi del Sud, dell’Est e del Nord dell’Ucraina. Come è ormai documentato, queste truppe non sparano solo sulle manifestazioni pacifiche contro l’occupazione russa, ma anche sui civili che semplicemente non gradiscono o che destano sospetti. Se nella piccola Buča sono già state trovate centinaia di cadaveri di civili, a Mariupol saranno senza dubbio migliaia, se non di decine di migliaia. La Russia ha annunciato ufficialmente il bombardamento di strutture in tutte le regioni dell’Ucraina. In generale, nell’ultimo mese e mezzo di guerra in Ucraina sono morte molte più persone che nei precedenti otto anni dopo Majdan. Secondo le stime delle Nazioni Unite, il numero totale di civili uccisi nel conflitto in Donbas per l’intero periodo dal 14 aprile 2014 al 30 settembre 2021 è di circa 3393 persone. Nell’ultimo mese, la sola “repubblica popolare” di Donec’k ha confermato più di 5.000 vittime che includono però sia i civili sia membri delle “milizie” mobilitate, una cifra chiaramente sottostimata.

Colpevoli di esistere
Tutto questo viene giustificato nei discorsi di Putin affermando che “gli ucraini e i russi sono un unico popolo “. Il che, nella realtà, significa la negazione del diritto degli ucraini alla propria identità distinta, del diritto di essere se stessi, del diritto di decidere da soli cosa fare, del diritto a un proprio Stato. La lettura della storia di è stato un tentativo, fatto ufficialmente dal presidente di uno Stato vicino in modo particolarmente cinico, di umiliare pubblicamente ogni singolo ucraino. Una simile retorica non poteva che unire gli ucraini contro la Russia, e quando l’esercito russo ha deciso di costringere gli ucraini ad ammettere che in realtà non esistono, la guerra si è trasformata in una guerra patriottica. Questo vale per gli ucraini di tutte le nazionalità ed etnie, sia per quelli che usano l’ucraino sia per quelli che usano principalmente il russo nella loro vita quotidiana. Putin ha negato l’esistenza non dell’etnia ucraina, ma della nazione civile multietnica ucraina e dello Stato autonomo creato da questa nazione.

L’invasione di Putin ha convinto gli ucraini che si può conservare la dignità solo sconfiggendo gli occupanti russi. Sottomettersi significherebbe diventare schiavi, dimenticare non solo la propria lingua ma anche i propri diritti, vietarsi di pensare liberamente e di decidere da soli. È così che suonano alle orecchie degli ucraini le pretese di “denazificazione” e “smilitarizzazione”, che recentemente le agenzie di stampa statali russe hanno chiarito essere in realtà pretese di “de-ucrainizzazione” dell’Ucraina. Insomma, gli ucraini erano in definitiva colpevoli di esistere.

Il fattore NATO
I tentativi di giustificare l’aggressione con una presunta minaccia della NATO appaiono ridicoli, anche alla luce del fatto che tutti gli istruttori militari e persino i diplomatici di molti Paesi della NATO avevano lasciato l’Ucraina un mese prima dell’invasione a scopo dimostrativo. La ferma dichiarazione che i soldati dei Paesi membri della NATO non avrebbero preso parte al conflitto in nessuna circostanza può forse essere considerata una provocazione? O forse la provocazione, al contrario, era che l’Ucraina sembrava troppo accessibile?

E se consideriamo una “provocazione” il fatto che l’Ucraina ha cercato di armarsi e di aumentare la capacità di combattimento delle sue forze armate, dobbiamo ricordare che fu proprio la scarsa capacità di combattimento delle forze armate ucraine nel 2014 a consentire alle truppe russe di occupare territori ucraini e di stabilirvi regimi autoritari. In generale, il discorso sulla provocazione è una forma di colpevolizzazione delle vittime, come accusare una donna di aver provocato un tentativo di stupro facendo scorta di spray al peperoncino per autodifesa.

Certo, non avrebbe senso negare il ruolo aggressivo dei Paesi della NATO nel mondo e la rivalità globale, ma le azioni aggressive di alcuni Paesi della NATO in Medio Oriente e in America Latina non giustificano in alcun modo l’aggressione all’Ucraina. È la Russia che ha scelto la strada del non riconoscimento dell’Ucraina come soggetto di accordi, preferendo invece la coercizione e l’asservimento con la forza, se non addirittura la distruzione del Paese. È stato dopo l’annessione della Crimea e il ruolo della Russia nella guerra nel Donbas che la maggioranza della popolazione ucraina ha iniziato a pensare alla necessità di aderire alla NATO. Naturalmente, l’aggressione della Russia non annulla l’atteggiamento aggressivo della NATO e un’ulteriore escalation del conflitto che coinvolge i Paesi della NATO potrebbe senza dubbio condurre a una guerra globale con milioni di vittime. Si può speculare sulla leggenda che l'”espansione della NATO” avrebbe provocato la ritorsione dell’élite russa. Tuttavia, le azioni intraprese dalla Russia non sono state in alcun modo determinate dalle azioni di altri Paesi. Tutti i discorsi sull’aggressività generale della NATO non cambiano il fatto che attualmente c’è un solo aggressore in Ucraina, ed è la Russia.

La guerra per portare la pace?
I discorsi sulla Russia costretta a invadere l’Ucraina per porre fine alla guerra nel Donbas sono poi ancora più assurdi. Nelle prime fasi della guerra, nel 2014 e nel 2015, proprio a causa della partecipazione attiva delle forze armate russe, sono stati uccisi nel Donbas un numero significativo di civili (tra cui tutti i passeggeri del volo MH17), ma dopo l’ascesa al potere dell’attuale presidente dell’Ucraina l’intensità dei bombardamenti e delle vittime si stava avvicinando allo zero. Anche dopo l’escalation innescata artificialmente alla fine del 2021 e l’aumento dei bombardamenti, soprattutto da parte delle milizie delle “repubbliche popolari” di Donec’k e Luhans’k, ci sono state vittime civili solo isolatamente, centinaia se non migliaia di volte in meno di adesso. Pertanto, la strategia migliore per salvare vite umane nel Donbas sarebbe stata quella di congelare il conflitto e ritirare le truppe, cosa che non è avvenuta a causa della riluttanza della Russia, proprio perché l’obiettivo dei russi non era quello di fermare la guerra in Donbas, ma di ottenere il controllo sull’Ucraina.

È apparso subito chiaro a tutti che salvare le vite dei civili non era una priorità per il Cremlino. L’unica cosa che il Cremlino voleva era l’attuazione degli accordi di Minsk in modo tale che la leadership russa potesse controllare le principali decisioni politiche dell’Ucraina attraverso i leader nominati delle cosiddette “repubbliche popolari” di Donec’k e Luhans’k. In altre parole, la motivazione principale del Cremlino non era e non è la protezione dei civili, ma il diritto sovrano russo di trascurare i loro interessi a proprio piacimento. È ormai chiaro che il diritto di nominare autoritariamente parte dei leader in Ucraina è l’interesse principale di Putin, al quale non rinuncerà in nessun caso.

L’autoritarismo delle “repubbliche popolari” di Donec’k e Luhans’k, così come la natura fantoccio della loro leadership nominata dal Cremlino, era evidente e riconosciuta anche da molti di coloro che nel 2014 ne avevano sostenuto la creazione. Le cosiddette “elezioni” dei “parlamenti” delle “repubbliche popolari” di Donec’k e Luhans’k sono state uno zimbello che persino i “deputati” di questi organismi si vergognavano di menzionare. Anche chi ha intravisto elementi di rivolta popolare e di guerra civile nel Donbas nel 2014 è stato costretto ad ammettere che questi regimi, almeno dopo il 2015, sono dittature militari che si reggono solo grazie alle armi russe. Nel Donbas occupato dai russi non ci sono state elezioni né vera vita politica, e questo è stato molto chiaro agli ucraini di entrambi gli schieramenti.

Il destino di Zelens’kyj nelle mani dei suoi elettori
La vita politica in Ucraina aveva certo i suoi problemi. In particolare, la politica di “decomunistizzazione” è chiaramente dannosa e non soddisfa in alcun modo gli standard democratici. L’inserimento nella Costituzione di una clausola sull’adesione alla NATO e l’evidente campagna nazionalista di destra su “lingua e religione” hanno indubbiamente danneggiato molto il Paese. Ma allo stesso tempo, l’Ucraina ha sempre mantenuto un sistema politico pluralistico e, grazie a un meticoloso controllo reciproco delle forze politiche, si sono tenute regolari elezioni i cui risultati non sono stati determinati da frodi, ma sono stati reali, veritieri e accurati.

In Ucraina, i presidenti e la composizione del parlamento sono cambiati nel tempo. Nel 2019 gli ucraini hanno eletto un uomo semplice di origine ebraica, proveniente da una città per lo più operaia, che non è stato solo un attore di talento, ma anche un grande leader che ha saputo unire gli ucraini come nessun altro per difendersi dall’invasione. Che piaccia o no, gli ucraini rispettano se stessi, le proprie scelte e la capacità di decidere liberamente, di assumersi la responsabilità e, se necessario, di cambiare idea.

Certo, Volodymyr Zelens’kyj è in primo luogo un rappresentante della borghesia e, a parte alcuni elementi positivi nella politica anticorruzione, stava portando avanti riforme per limitare i diritti dei lavoratori e restringere le garanzie sociali degli ucraini. Ma è stato comunque eletto dai lavoratori ucraini e spettava a loro, e solo a loro, giudicarlo e decidere se eleggerlo per un secondo mandato o meno. Zelens’kyj sa bene che deve agire nell’interesse dei suoi elettori e che sono loro, e non altri Stati, a dover decidere del suo futuro politico. Nelle dure condizioni di guerra, sembra comportarsi esattamente come la maggior parte degli elettori si aspettava che facesse, e i suoi indici di gradimento e le sue possibilità di rielezione sono in aumento.

Difendere l’Ucraina è interesse di tutti
Non sostenere l’Ucraina oggi significa abbandonare tutte le speranze di giustizia e democrazia, depredare la dignità umana di base, senza la quale ogni lotta per il socialismo è impossibile. E sostenere l’Ucraina significa, in particolare, fornire armi alle forze armate e alle Unità di difesa territoriale, soprattutto dopo che il mondo intero ha visto le conseguenze dell’occupazione russa nella città di Buča. È ovvio che più efficace sarà la difesa ucraina, meno vittime civili, meno uccisioni, meno torture e meno sepolture di massa in fosse comuni ci saranno. Anche gli analisti governativi russi cominciano a capire che è impossibile occupare e tenere l’Ucraina senza un significativo aumento dell’impegno militare e che gli ucraini non intendono sottomettersi alla volontà di Mosca.

Pertanto, prima Mosca sarà sconfitta in modo decisivo in questa guerra, più vite saranno salvate, e meglio sarà alla fine anche per i russi stessi, perché meno crimini significherà più possibilità di riconciliarsi e ripristinare un giorno una relazione con i russi.*

(traduzione dall’inglese di Cinzia Sciuto)

* L’autore è un esponente di Sotsialnyi Rukh (SR), un partito socialista ucraino.  Questo testo è uscito originariamente con il titolo “Right to weapons. How can leftists support Ukraine?” su sul sito di SR, 20 maggio 2022.

Credit Image: © Sergei Chuzavkov/SOPA Images via ZUMA Press Wire



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