Riace, l’abbraccio a Mimmo Lucano: “La solidarietà non si criminalizza”

Tre europarlamentari nel comune calabrese per difendere l’ex sindaco, mentre il processo di appello entra nel vivo. Il racconto di una giornata al “Villaggio globale”.

Francesco Donnici

“Nonostante tutto, al ‘Villaggio globale’ sono rimaste almeno cento persone. Determinare processi di integrazione è una cosa abbastanza complessa, non tanto a parole o sui documenti, ma nella realtà. Soprattutto quando si agisce per recuperare terre abbandonate, in settori dove è forte la mano della criminalità organizzata”. Al calare della sera, mentre i lampioni annunciano i titoli di coda di un venerdì 3 giugno particolarmente afoso, il racconto di Mimmo Lucano sulla storia di Riace è quasi finito. “Dovremmo aver visto tutto”, dice poggiandosi sul muretto appena fuori ‘Porta dell’Acqua’, uno dei quattro punti cardinali del paesino un tempo noto come il ‘borgo dell’accoglienza’. “Ecco, in questa casa è stato Wim Wenders” indica dando alle spalle al panorama collinare che si disperde verso l’Aspromonte. Interlocutori interessati, dopo una giornata iniziata con una conferenza stampa e conclusa con un tour tra le vie e i laboratori del paese, sono gli europarlamentari Rosa d’Amato, Damien Carême e Cornelia Ernst rispettivamente del gruppo Verdi/Ale e Die Linke, in visita a Riace. Insieme a loro i rappresentanti di Ong ed associazioni come Amnesty International o Sos Mediterranee datisi appuntamento per una giornata di dibattito sul tema della “criminalizzazione della solidarietà”.

Il tema e l’omonimo rapporto portato in dote dai parlamentari europei dimostrano che tempo e luogo non sono casuali. Il 25 maggio scorso è iniziato il secondo atto della vicenda giudiziaria che ha travolto l’ex sindaco di Riace, condannato in primo grado dal tribunale di Locri a 13 anni e 2 mesi di reclusione. Associazione a delinquere, truffa aggravata, peculato, illeciti nella gestione dei progetti ci accoglienza nel periodo dal 2014 al 2017, le principali contestazioni. Il peso della sentenza del 30 settembre aleggia nei discorsi che l’altoparlante irradia da Palazzo Pinnarò, storica sede dell’associazione ‘Città Futura’ da dove tutto è iniziato dopo lo sbarco del veliero proveniente dal Kurdistan, sulle coste della Locride, nel 1998. “Non è stata solo la condanna” risponde Lucano a chi gli chiede cosa aspetti dal processo d’Appello. “Nel 2017 c’è stato l’avviso di garanzia, poi sono stato cacciato da sindaco senza poter concludere il mandato. Sono stato allontanato dal mio paese e il processo, che sembrava aver chiarito tantissime cose, invece ha avuto un epilogo devastante”. Il volto porta i segni delle emozioni degli ultimi mesi. Ma a parte quell’istantanea di umano scoramento, all’uscita dall’aula di Locri, l’ideale prima ancora dell’uomo non appare per nulla piegato. “Sono abituato al peggio, non mi impressiona più nulla, ma il mondo deve sapere che rifarei tutto da capo”. Non vuole definirsi una “vittima della criminalizzazione della solidarietà”, Lucano. “È una sorte che abbiamo subito in tanti, ma non voglio per questo avere privilegi o alibi”.

La Corte d’Appello di Reggio Calabria durante la prossima udienza, fissata per il 6 luglio, ascolterà la relazione sulla vicenda processuale dell’ex sindaco. Poi gli avvocati difensori, Andrea Daqua e Giuliano Pisapia, avanzeranno le prime richieste, tra cui la riapertura dell’istruttoria. “Ci sono delle intercettazioni da cui si evince in maniera molto chiara la liceità dell’uso delle case date ai migranti”, dice l’avvocato Daqua, fiducioso “sulla terzietà dei giudici” e sulla fondatezza del ricorso presentato a febbraio. Tante secondo lui le “incongruenze” nella sentenza redatta da Fulvio Accurso, presidente del tribunale di Locri, in larga parte fondata sulle intercettazioni di cui sarebbe stato fatto “un uso smodato e distorto”. “C’è un’intercettazione di luglio 2017 trascritta in maniera errata dal tribunale. A Lucano e Capone (all’epoca legale rappresentante di “Città Futura” condannato a 9 anni e 10 mesi di reclusione, ndr) viene messa in bocca una frase mai pronunciata”.
‘Dobbiamo dire che servono per i migranti’ è l’affermazione riferita all’acquisto di alcuni beni e finita sotto la lente degli avvocati. “Tutta la parte relativa al reato di peculato è fondata su una frase che non esiste. Questo dà in parte la dimensione dell’ingiustizia subita da Mimmo Lucano”.

“Portare solidarietà a Mimmo Lucano è come portarla a noi stessi. Se perde lui, perdono tutti quelli che hanno l’idea di una società più accogliente, inclusiva, più bella per tutti”, dice a MicroMega Corrado Mandreoli, presidente di ‘ResQ – People saving peole’. Nel 2020 l’avvio di una raccolta fondi per l’acquisto di una nave. Salpata ad agosto 2021, in due missioni ha salvato oltre 220 persone. “Se perde Mimmo – rimarca – l’idea che si apre è che c’è posto per società che escludono i più deboli e sono attraversate dall’odio e dal pregiudizio”. Da qui si giunge alla criminalizzazione delle politiche di accoglienza e delle operazioni di soccorso in mare. “Il tema non è tanto quello della condanna a chi aiuta venendo immediatamente associato ai trafficanti, ma la tutela del lavoro di accoglienza, di soccorso, che è un paradigma che va assolutamente cambiato rispetto alla normalità”.
Per Mandreoli è necessario tutelare la controinformazione da chi “vuole spegnere le luci su quello che succede nel Mediterraneo così come a Riace. Per questo le ong sono presenti. Affinché un domani, quando in Parlamento verrà chiesto un nuovo finanziamento alla Guardia costiera libica, le mani che si alzeranno per dire di no siano molte di più rispetto ad oggi”.

Una manciata di giorni addietro, il ministro Lamorgese, in trasferta a Reggio Calabria, parlando dell’incremento degli arrivi sulle coste calabresi e delle “nuove rotte” che conducono persone soprattutto dall’Afghanistan via Turchia, ha parlato di “un incontro ad Ankara” per avere “rassicurazioni”. Atteggiamento che appare in linea con la politica del respingimento per conto di terzi messo nero su bianco con la Libia. Ecco perché l’analisi dei lavori sul Regolamento di Dublino esposta dagli europarlamentari a Riace non fa ben sperare. “Da parte delle istituzioni europee – dice Carême – c’è una solidarietà negativa, tesa ad aiutare i Paesi a sbarazzarsi dei migranti anziché ad accogliere. Non possiamo continuare a scaricare la responsabilità sui Paesi di ‘primo approdo’ e pagare Paesi terzi per respingere continuando a fare accordi con Turchia o Libia”. Passano anche da qui i capisaldi del rapporto presentato dal gruppo Verdi/Ale, uno studio su oltre cento casi di persone criminalizzate per aver prestato assistenza ai migranti. In calce, non solo la proposta di prevenire “la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria”, ma anche la tendenza a “promuovere e diffondere una politica migratoria dell’Ue più equilibrata, in linea con i valori europei” che rischiano altrimenti di diventare “carta straccia”. “Se vogliamo realizzare qualcosa in Italia, Riace è il luogo adatto”, scandisce d’Amato. “Solo attraverso il riconoscimento dell’integrazione possiamo costruire una società fondata sui diritti umani”.

Cornelia Ernst ha negli occhi ancora le pagine le pagine dei quotidiani tedeschi del 2017 dove Riace veniva definita “la capitale dell’accoglienza”. Se per alcuni il borgo è divenuto presidio di resistenza, per lei rimane “luogo di speranza” dacché “qui a Riace si è riuscito a dare tanto con poco”.
Aspetto che, nel tempo, ha ispirato molti. Il “modello Riace” è divenuto esempio di scuola sebbene con peculiarità difficili da replicare nelle persone e nei mezzi. Una mano importate sarebbe potuta arrivare dalla legge regionale calabrese 18 del 2009, approvata durante il mandato di Agazio Loiero e denominata proprio “modello Riace”. L’allora vicepresidente e docente dell’Università della Calabria, Mimmo Cersosimo, – come ricorda ancora oggi lo stesso Lucano – fu tra gli architetti di quella legge. “Forse l’espressione sembrerà esagerata – dice nel suo intervento durante il panel pomeridiano sull’esperienza del borgo calabrese – ma Riace ha messo in qualche modo in discussione il sistema capitalista con la forza dell’irriverenza”. Un aspetto trasfuso dalla sentenza di Locri, sanzione di una mentalità antisistema prima ancora che di condotte presunte penalmente rilevanti. Cersosimo dice di più, toccando la ferita ancora fresca impressa al cuore di quello che definisce “triplete neoliberista” fatto di “politiche indifferenziate” e “metrofilia” guardandosi alle città come “unico modello di agglomerazione possibile”.
Riace dal canto suo stava dimostrando che “dal margine è più facile costruire, creare sviluppo e rendere le persone capaci in tutte le dimensioni della vita, non solo nella dimensione dell’ospite, creando convenienze reciproche”.

Alcuni anziani cittadini seduti alla porta del bar si interrogano sulla più stretta attualità: “Avevo sentito che dovevano arrivare le famiglie ucraine, ma il sindaco attuale non le ha volute”. Nel frattempo, alcuni bambini, immigrati di seconda generazione, nati e cresciuti a Riace, giocano a nascondino in una viuzza poco distante. “Altrove sono scomparsi i ragazzi, mentre Riace diventava uno dei paesi più giovani in Calabria” conclude Cersosimo. “Anche per questo siamo chiamati a ribellarci: al freddo economismo delle norme, agli espropriatori di speranze che redigono certe sentenze e al formalismo burocratico stupido e decontestualizzato. Il modello è sempre stato il mezzo, non il fine. Il fine è quello di una società più coesa”.

CREDIT FOTO: FRANCESCO DONNICI



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