Ricordo di un’autrice dimenticata: Milena Milani contro tutti

L’opera di Milena Milani, autrice poliedrica e contro tendenza, è stata dimenticata dai lettori italiani. I suoi testi, mai ristampati e introvabili sul mercato, raccontano di una donna che non si è mai piegata al conformismo dell’editoria.

Daniela Tani

A chiunque venga la curiosità di conoscere l’opera dell’autrice dimenticata Milena Milani,  nata nel 1917 a Savona,  e contemporanea di grandi scrittrici come Alba de Cespedes, Sibilla Aleramo, Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza, e voglia partire direttamente dai suoi testi, si troverà davanti a un muro di libri praticamente introvabili. I suoi testi, messi in commercio solo on-line categorizzati come “usati”, non sono stati mai più ristampati. I lettori possono trovare edizioni preziose carissime con la copertina originale disegnata magari da pittori famosi da lei frequentati in qualità di gallerista.
A questa scrittrice poliedrica si riconosce a più livelli un contributo fondamentale al panorama del suo tempo: l’adesione in prima persona a correnti, movimenti e alla vita artistica del secondo Novecento è attestata da documenti e da articoli apparsi su quotidiani e fotografie. Milena Milani era capace di muoversi tra scrittura, arte contemporanea, organizzazione di eventi, editoria, in tutte le forme artistiche da lei sperimentate, soprattutto in campo poetico e prosastico.  Le sue qualità da scrittrice si sono rivelate anche nel campo del giornalismo, della critica d’arte e della produzione di quadri e ceramiche-scritte grazie ai quali, fino al 2013, anno della sua scomparsa, ha ottenuto riconoscimenti internazionali.
Un successivo oscuramento è stato probabilmente dovuto ad alcune sue vicende private: da un lato, il legame con il mercante d’arte Carlo Cardazzo – all’epoca già sposato – e il comune lavoro nella Galleria del Naviglio in via Manzoni 45 a Milano e nella Galleria del Cavallino a Venezia, casa editrice e stamperia dove lei mosse i primi passi come poetessa e scrittrice. Dall’altro, lo scandalo che seguì la pubblicazione del suo più importante romanzo, in cui la narrazione di un amore omosessuale le valse la censura e un processo. Il fatto di cronaca è testimoniato in alcuni articoli dell’epoca apparsi, ad esempio, su La Stampa il 24 marzo 1966 (Milena Milani condannata a sei mesi per La ragazza di nome Giulio) e su L’Unità, con la stessa data e una deposizione di Giuseppe Ungaretti a difesa della scrittrice: “avendo una certa esperienza dell’arte posso confermare la mia convinzione (…) nell’opera di M. M. non c’è nessun tentativo di offesa al pudore. C’è solo ricerca di espressione d’arte”. Milena Milani fu assolta qualche anno dopo.
Al di là dei diversi studi sull’opera dell’autrice, riportare oggi l’attenzione sul suo lavoro significa anche insistere sulla ristampa di tutti i suoi romanzi e delle raccolte poetiche, affrontando parallelamente la biografia legata ad essi e mettendo in evidenza la sua adesione totale al senso di libertà come donna. Una libertà che si appropria di scelte sessuali estranee al moralismo del tempo, in quanto degna anticipatrice dell’avvento del femminismo.
“Sono cose della vita.
Cose che succedono a tutti, uomini e donne di questo mondo. O per lo meno, ero io che pensavo così, che credevo che anche agli altri capitasse quanto a me capitava.
In verità io non avevo dimestichezza con gli altri.
Sin da bambina la solitudine (questa inconsueta, lunga, desiderata parola) mi aveva fatto meditare. (…)
Io non la fuggo, la solitudine, e nemmeno la cerco: essa è presente nel mio modo di essere, di avere vita. (…) sono sperduta nella mia solitudine di ragazza Jules.
Perché su di me un nome, un’indicazione, una precisazione?
Perché cercare e non trovare?
Ma che cosa, infine, sto pensando di cercare?
In me, che ho raggiunto quindici anni, e che raggiungerò i successivi, ci sono impressioni che niente cancellerà mai, un fatto si accumula a un fatto, una sensazione a un’altra sensazione, una certezza a una precedente certezza, niente mi vale la verità, se verità esiste su questa terra”, da La ragazza di nome Giulio, nella  ristampa Longanesi 1968.
“Mi accorgo che di me, i critici non sanno molto. Del resto con i critici non parlo mai”, scrive nella prefazione alla riedizione di Storia di Anna Drei (Milano 1978). Milena Milani condivide questo atto d’accusa verso le dubbie modalità di un establishment letterario con altre scrittrici come, ad esempio, Sibilla Aleramo e Alba de Céspedes. Rispetto a queste modalità utilizza la perentorietà di un tono che la porta a pronunciare un vero e proprio j’accuse rivolto ai critici letterari che “non leggono, e se leggono lo fanno quando l’autore è perlomeno sindaco e parente di un grande industriale, oppure convivente dell’anziano e importante scrittore, o del critico che è anche rettore”.
Il centro del contendere delle sue vicende personali sembra essere stato proprio Storia di Anna Drei che era arrivato fra i tre finalisti al Premio Mondadori insieme a La parte difficile, di Oreste Del Buono e a In Australia con mio nonno, di Luigi Santucci. La sua fu l’unica opera selezioanta di una scrittrice, anche rispetto alle tredici scelte per l’ultima fase della selezione. Ma la valutazione doveva aver provocato aspre discussioni tra i membri della giuria al punto da portare alle dimissioni uno di questi, Virgilio Brocchi, che scriverà accorato all’amico ed editore Arnoldo nel gennaio del 1948 di aver scelto le dimissioni proprio per evitare di dare un’eccessiva pubblicità negativa alla casa editrice rendendo manifesta la sua volontà di dissociarsi dal verdetto finale. L’intreccio del romanzo che, come sottolinea la Milani, l’aveva portata a vincere su due concorrenti uomini, non le fu perdonato: “Ero e sono una donna. A quel tempo una creatura femminile che osava infrangere i tabù non aveva diritto di farlo”, e non si capisce bene se stesse parlando di Anna Drei o di sé stessa.
L’epigrafe di Ignoti furono i cieli, sua prima prova poetica, pubblicata dalla Galleria del Cavallino nel 1944, recitava così: “vi ho tutti contro | e son sola. | Io sono una donna che vive | con calma | non faccio del male a nessuno”.
Quando ho cominciato a indagare sulla sua vita e sulla sua opera, conoscevo l’autrice come l’enigmatica artista dal nome curioso per le sue assonanze e famosa per l’aver pubblicato La ragazza di nome Giulio. Cercando nella storia letteraria italiana dagli anni trenta in poi la sua presenza nei percorsi autoriali e nei dizionari letterari risulta molto scarsa. Presenza che tuttavia meriterebbe di essere approfondita nel quadro più complesso dell’integrazione delle scritture femminili nel canone storiografico. Addirittura uno dei testi più autorevoli scritti su di lei dal professor Gianfranco Barcella, Invito alla lettura di Milena Milani, uscito nel 2013 a Firenz, è consultabile solo presso la biblioteca Marucelliana, mentre il testo di Renato Missaglia Milena Milani, ricordi e incontri 1978 è consultabile solo alla Fondazione Primo Conti a Fiesole su appuntamento. 



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