Il credo per la società civile del generale dalla Chiesa

Un uomo dello Stato che seppe scegliere come stare dalla parte giusta, credendo nella democrazia. Un ricordo di Carlo Alberto dalla Chiesa nel 40° anniversario della strage di via Carini.

Maurizio Delli Santi

Si dice che il 3 settembre 1982 non fu solo la mafia a uccidere il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la giovane consorte Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Le ricostruzioni del figlio Nando, sociologo della criminalità organizzata all’Università di Milano e autore del sofferto Delitto imperfetto, e di storici della mafia come Attilio Bolzoni e Saverio Lodato hanno tratteggiato il contesto. Nella lotta al terrorismo Dalla Chiesa aveva avuto modo di fidarsi del potere politico, quando nel 1974 ottenne il sostegno del Ministro dell’Interno Taviani per costituire il “Nucleo Speciale Antiterrorismo”. Dopo averlo sconfitto di fatto coordinando le forze di polizia e l’ intelligence e promuovendo la legislazione premiale sui pentiti, pensò che fosse giunto il momento di lanciare anche la lotta alla mafia, ricorrendo agli stessi strumenti. Nel 1982, al Generale parve possibile che anche stavolta le rassicurazioni del Ministro Rognoni gli garantivano di ritrovarsi a Palermo come rappresentante del Governo, e non con i “poteri del Prefetto di Forlì”.

Dalla Chiesa non era un neofita nella lotta alle consorterie mafiose: dopo avere combattuto nella Resistenza, si era ritrovato a Palermo nel Corpo Forze Repressione Banditismo e aveva firmato il rapporto che individuava gli autori dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, rapito e ucciso nel 1948. Dal 1966 al 1973, da Colonnello era poi tornato a Palermo con l’incarico di Comandante della Legione e qui aveva concepito la prima mappa delle “famiglie di mafia” che controllavano la Sicilia. Fu uno degli artefici del “Rapporto dei 114” del giugno 1971, frutto d’indagini di Carabinieri e Polizia, in cui si denunciavano centinaia di mafiosi, fra cui Stefano BontateGaetano BadalamentiGiuseppe CalderoneGerlando Alberti e Gaetano Fidanzati. In quegli anni si pose come importante punto di riferimento della Commissione parlamentare antimafia: vi partecipò con numerose audizioni e presentando sempre rapporti documentati, con schede informative sui mafiosi. É in quel contesto che dalla Chiesa si fece conoscere dalla politica e insistette per evitare che i boss sottoposti a misure di sicurezza non fossero più mandati nelle periferie delle grandi città del Nord Italia, dove esportavano le mafie.

Ma nonostante le rassicurazioni del ministro Rognoni, una parte influente del partito di governo e di altre componenti, condizionate dalle consorterie mafiose per interessi elettorali e non solo, non vollero invece concedergli i poteri che aspettava. Gli stessi che aveva avuto nella lotta al terrorismo: il coordinamento degli organi investigativi e una legislazione speciale più incisiva.

Come ricorda Lodato, «Dalla Chiesa morì privo di poteri. Da Generale senza gradi, senza mostrine, senza truppe al seguito».

Il clima che si respirava in Sicilia lo ricorda Bolzoni. La tenuta di un mafioso di spicco era frequentata dal presidente della corte d’appello, e il prefetto di Catania si recava all’inaugurazione di una concessionaria d’auto di proprietà del capo di un potente clan mafioso. Il presidente della Regione insisteva sull’articolo 31 dello Statuto della Regione Autonoma: «Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il Presidente della Regione a mezzo della polizia dello Stato».

Il 30 aprile 1982 viene ucciso Pio La Torre, deputato regionale del Partito comunista, già parlamentare e membro della Commissione Antimafia, che pare avesse suggerito la nomina del Generale a Prefetto di Palermo.

Dalla Chiesa fu purtroppo circondato da invidie e inimicizie, negli stessi apparati dello Stato, in cui molti erano gelosi della sua fama e refrattari a cedere poteri. Persino Prefetti come quello di Napoli non lo sostennero pubblicamente e nei rapporti con il ministro dell’Interno. Nel tentativo di smuovere la classe politica e quelle componenti della società civile che in passato gli erano stati vicini nella lotta al terrorismo, dalla Chiesa sollecitò un’ intervista con Giorgio Bocca. Nel suo stile misurato ma fermo, il Generale indicò che le mafie di Palermo e Catania stavano alleandosi per condurre nuovi affari con il mondo dell’imprenditoria e delle banche, e lanciò il segnale: si può uccidere chi rimane isolato. Il prefetto di Catania reagì piccato dichiarando che in quella città «la mafia non c’è». Il 3 settembre si compie l’eccidio di via Carini. Il giorno dopo vi compare un cartello con la scritta: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.

L’Italia è scossa, il Parlamento vara la legge Rognoni-La Torre che introduce l’articolo 416 bis del codice penale – ove finalmente si tipicizza l’ “associazione per delinquere di stampo mafioso” – e nuove norme sulla confisca dei proventi criminali: da qui partono i grandi processi alle nuove mafie.

Cosa ci rimane di dalla Chiesa? L’eredità morale di un uomo dello Stato che lavorava per la società civile, di un vero Carabiniere, che dai tempi della Resistenza seppe scegliere come stare dalla parte giusta, credendo nella democrazia. Se oggi ancora in molti, specie quelli che in qualunque funzione pubblica giurano fedeltà alla Repubblica, si riconoscono nei Suoi valori, vuol dire che in via Carini non è affatto morta “la speranza degli italiani”.



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