Trafficanti di rifiuti

I trafficanti sono oggi dei veri e propri mediatori tra domanda e offerta nell’ambito dei mercati di riferimento, sia pubblico che privato: il modus operandi dei nuovi modelli ecocriminali raccontato e analizzato a partire dagli ultimi casi di cronaca.

Antonio Pergolizzi

L’8 marzo scorso, giornata internazionale dei diritti delle donne, la Guardia di finanza ha tratto in arresto 33 soggetti e sequestrato beni per un valore di 270 milioni di euro. Motivo? Un gigantesco traffico illecito di rifiuti ferrosi che alimentava circuiti paralleli dell’economia circolare. Ossia quei circuiti che trasformano, come abili Houdinì, semplici rifiuti come materie prime, senza pagare dazio. Nome in codice dell’operazione Ferromat, e, non a caso, i finanzieri hanno posto sotto sequestro anche otto società che operano nel settore del commercio di rottami metallici.

Come da copione, i trafficanti, di fatto tre aziende che operavano in mezza Italia, si muovevano falsificando i documenti di trasporto dei rifiuti, i cosiddetti FIR, facendo figurare operazioni di recupero mai avvenute, trasformando nei documenti gli stessi in materie prime seconde, cioè in scarti o materie derivanti da processi di riciclo che possono essere immesse di nuovo nel sistema economico come nuove materie prime. Un costo che diventava così un ricavo semplicemente taroccando le carte.

Grazie a questo escamotage si ottenevano almeno tre tipi di vantaggi: uno, si evitava di sostenere i costi di trattamento/smaltimento dei rifiuti; secondo, si facevano figurare dei costi in realtà non sostenuti, evadendo così il fisco; terzo, la falsificazione documentale consentiva anche di riciclare anche denaro, incassando somme extra. Come hanno messo a verbale gli inquirenti, gli imprenditori dopo le false fatturazioni “attraverso continui e frenetici prelievi bancomat” incassavano le somme in moneta sonante, che venivano così ripulite.

L’organizzazione tratteneva un 5-8% del giro d’affari, quanto bastava per lubrificare i meccanismi e alimentare la truffa, fino a quando sono finiti nelle maglie dei finanzieri.

A differenza del passato, in cui i trafficanti di rifiuti si limitavano a seppellire e scaricare ove possibile i rifiuti, oggi i trafficanti sono consapevoli del valore dei materiali di scarto movimentati e alimentano i circuiti illegali e paralleli dell’economia circolare, naturalmente senza rispettare le regole. Ben sapendo che, spesso, il confine tra lecito e illecito e labile e indefinito quando si tratta di rifiuti. Peccato che la differenza tra l’economia circolare e un traffico di rifiuti sta, appunto, nel rispetto pedissequo delle regole.

Vicenda, questa, che ribadisce come il crimine ambientale sia essenzialmente un crimine d’impresa. In genere, consiste nell’appropriazione di risorse ambientali e beni comuni attraverso modalità vietate dalla legge, in tutto o in parte. Rappresenta una forma esasperata, cinica, dell’economia mainstream sotto altra veste, ossia dell’economia articolata attraverso il sistematico sacrificio di biodiversità e bellezza naturale sull’altare del profitto. La lista dei campi d’applicazione è sterminata quanto la fantasia umana e domanda e offerta ecocriminale sono sempre alla ricerca di un loro punto di equilibrio.

Sicuramente uno dei settori più colpiti è il ciclo dei rifiuti, settore lasciato per troppo tempo all’improvvisazione e alla gestione tesa solo a minimizzare i costi, assecondando la bieca logica dell’allontanamento (dei rifiuti) dai luoghi di produzione. Per almeno quarant’anni non ci sono state regole vere e, soprattutto, non vi erano sanzioni per smaltimenti e seppellimenti illeciti. Il reato di traffico illegale di rifiuti arriverà solo nel 2001, il primo vero delitto ambientale a scalfire il granitico muro d’indifferenza nei confronti dei reati ambientali visti come di serie B.

Nell’assenza di una regolazione seria, almeno fino al 1997 – anno di entrata in vigore dell’allora Decreto Ronchi, che recepisce ben quattro direttive Ue e fa intraprendere per la prima volta al nostro paese la tortuosa strada della modernità – attorno ai buchi di discariche improvvisate si costruiscono, dagli anni Ottanta in poi, delle fortune che ancora oggi dominano lo scenario.

Il malaffare si è inserito esattamente in quel vuoto, che è stato prima di tutto un vuoto politico, poi culturale, industriale ed economico.

Per capire il modus operandi dei trafficanti di rifiuti di oggi serve comprendere il modo di come si articolano le diverse filiere e le mille dinamiche che li avvolgono.

I trafficanti sono dei veri e propri mediatori tra domanda e offerta nell’ambito dei mercati di riferimento, sia pubblico che privato. Sono dei problem solver micidiali poiché non hanno esigenze di rispetto delle norme, conoscendo le falle di sistema – sia di regolazione che di governance – si muovono a loro agio in questi spazi, rispondendo, sempre, a bisogni concreti.

La loro mission è intercettare partite di rifiuti, magari a monte di una selezione regolare, per incanalarle verso circuiti paralleli a quelli ufficiali, tramite la falsificazione dei FIR e l’aggiramento del Dlgs 152/2006. Per intenderci, se i rifiuti sono un costo e un valore allo stesso tempo, il margine di guadagno dipende (oltre che dal materiale in sé) dalle procedure adottate, ossia dal rispetto o meno di queste.

I trafficanti sono, dunque, attivi sia nel mercato libero dei servizi alle imprese (e agli enti) per la gestione dei rifiuti speciali, che nel sistema pubblico (gestione rifiuti urbani) degli appalti (e sub appalti).

Soprattutto, si muovono negli spazi di indeterminatezza creati dalla governance, in particolare (ma non solo) dalla regolazione, cioè da norme valide spesso solo in teoria e inapplicabili nella pratica, fucina di ogni sorta di mistificazione alla faccia delle buone gestioni.

Gli altri due driver che spingono i rifiuti dritti tra le braccia dei trafficanti sono: i deficit impiantistici e i ricorrenti fallimenti di mercato. Sotto il primo aspetto, la distribuzione disomogenea degli impianti a livello territoriale genera gravi distorsioni di flussi, con nefasti impatti ambientali, intaccando efficienza e tracciabilità dell’intera filiera. Paradossalmente, a fronte di questa disomogeneità le Regioni che hanno più impianti stanno calamitando i maggiori flussi di rifiuti, con i rischi connessi alle pratiche illegali. Il problema, infatti, non è il numero assoluto di impianti in ogni territorio ma la loro distruzione funzionale alla chiusura dei cicli in ciascun territorio, quindi la loro presenza coerente con i quantitativi prodotti (sia dai circuiti degli urbani che degli speciali). Per esempio, regioni come la Sicilia o il Lazio, perennemente in emergenza per carenza impiantistica, hanno alimentato flussi di rifiuto verso le regioni del Nord.

Secondo le stime del think tank sui servizi pubblici REF Ricerche, in Lombardia, in particolare, per coprire queste emergenze di altri territori nel 2017 sono state gestite oltre 2,2 milioni di tonnellate di speciali negli impianti autorizzati al trattamento anche degli urbani, mentre in Emilia-Romagna si sfiora il milione di tonnellate.  Non è un caso che si tratti delle due regioni maggiormente dotate di impianti, anche dal punto di vista del recupero energetico, che hanno consentito sino ad oggi di coprire l’incapacità di altre regioni, anche di quelle che vantano ottime prestazioni sulla differenziata (ma che soffrono deficit di impianti, come in parte accade per il Veneto). Il problema è che dentro questi flussi che si muovono su larga scala si celano anche i trafficanti.

Ancora secondo le stime di REF, nel 2020 si calcola che sarebbero più o meno 2,1 milioni di tonnellate le frazioni in cerca di allocazione, ossia prive di collocazione nel rispettivo ambito territoriale di provenienza. Ebbene, secondo le stime di Legambiente, sarebbero anche in questo caso 2,1 le quantità di rifiuti sequestrati dalle forze di polizia, più o meno nello stesso acro temporale (Ecomafia 2021), nell’ambito di inchieste chiuse contro i trafficanti (ai sensi dell’art. 452 quaterdecies del Codice penale). Coincidenza di numeri impressionate che conferma il ruolo dei trafficanti nel movimentare rifiuti alla difficile ricerca di una loro collocazione finale.

Rispetto ai fallimenti di mercato, i rifiuti – la cui gestione deve sempre garantire la massima tutela ambientale – tenendo insieme valori positivi e negativi, gravando sotto diversi regimi di responsabilità pubblica (nel caso dei rifiuti urbani) o privata (nel caso degli speciali) e per alcune filiere essendo gestiti sotto specifici schemi di Responsabilità estesa del produttore (per esempio, nel caso degli imballaggi, pneumatici fuori uso, Raee, batterie e pile esauste) non possono essere gestiti al meglio secondo mere logiche di mercato. Ecco che laddove non si aprono mercati concorrenziali per le singole frazioni, i trafficanti attivano i loro mercati illegali, come accade sovente per gli scarti di plastica eterogenea, dei rifiuti da costruzione e demolizione o genericamente per i rifiuti misti provenienti da trattamenti intermedi, su tutti impianti di TMB (trattamento meccanico biologico). L’assenza di mercati competitivi è un tema troppo complesso per essere trattato in queste righe, si può solo aggiungere che il mercato nero alimenta un business annualmente di almeno tre miliardi di euro, sempre secondo le stime Legambiente.

Le mafie sono sicuramente tra gli attori di peso di questo sistema criminale, anche se non sono i soli protagonisti. Solitamente, anch’essi costruiscono reti con schiere di professionisti, imprese, funzionari pubblici e broker nel tentativo di controllare l’intero settore e erigere forme di monopolio imbattibili. Quando si attivano in un determinato contesto non fanno prigionieri, almeno fino a quando non intervengono le procure antimafia.

Tradizionalmente le mafie si sono sempre occupate degli appalti per la raccolta e trasporto dei rifiuti e solo progressivamente si sono mosse anche nel controllo delle discariche. Il triangolo infernale retto dalle cosche è composto dalla raccolta, dal trasporto e dallo smaltimento in discarica.

In particolare, la camorra casertana alla fine degli anni Ottanta ha fatto il salto di qualità, comprendendo prima degli altri che il vero affare criminale è dato dalla gestione dei rifiuti speciali, perché si muovono nel mercato e rappresentano circa l’85% dei quantitativi prodotti complessivamente. Grazie alla rete di abili e spregiudicati professionisti – basti citare al ruolo giocato dall’avvocato Chianese – hanno costruito un incredibile esperimento criminale sublimando in maniera criminale la totale débâcle del sistema ufficiale di gestione dei rifiuti in quella porzione di Paese, trasformando alcune campagne delle province a cavallo tra Napoli e Caserta nel buco nero d’Italia. E i cui danni sociali e sanitari oggi sono sotto gli occhi di tutti, sanciti persino dalle indagini epidemiologiche dell’Istituto Superiore di Sanità. In attesa che si apra il tempo delle bonifiche e della vera transizione ecologica, anche a quelle latitudini, per voltare finalmente pagina.

 



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