Il gattopardismo dei riformisti del PD

Con il loro appello indirizzato alla segretaria Elly Schlein gli esponenti del PD Morandi, Ceccanti e Tonini si professano liberali ma in realtà sono semplicemente liberisti che continuano a professare la teoria sucida della Terza Via.

Pierfranco Pellizzetti

Il manifesto dei sedicenti riformisti del PD Enrico Morando, Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini è la più palese dimostrazione dell’uso vuoi maldestro, vuoi truffaldino, sempre semanticamente fuori registro, del lessico politico. Se non ci fosse da piangere sarebbe risibile. Infatti non conosco il Tonini e il Ceccanti, però anni fa mi sono ritrovato in un panel con il Morando e posso assicurare che faceva più ridere del suo sosia, il compianto comico Gianfranco D’Angelo.

Costoro si professano “liberali” (come un altro titano della battaglia delle idee: Carlo Calenda, presunto rifondatore di un partito Lib, finito a torte in faccia con l’altro buffo naturale, ma più bieco, Matteo Renzi), però tutti costoro non hanno ben chiaro di che cosa parlino. A meno che dicano “Libertà” ma pensino “Proprietà”.

Difatti ignorano che il pensiero liberale nasce come critica dei rapporti di dominio grazie alle elaborazioni delle generazioni successive a quella di Thomas Hobbes, per cui se il Leviatano doveva mettere fine al bellum omnium contra omnes (la guerra civile), ora ci si domandava come tenere sotto controllo lo stesso Leviatano, il Potere.

A differenza degli anarchici che vagheggiavano l’estinzione del comando dei pochi sui molti, i primi liberali – da Montesquieu in poi – ritennero più realistico creare meccanismi di riequilibrio tra i vari poteri come reciproco bilanciamento. Il Terzo Stato cavalcò questi principi nelle rivoluzioni settecentesche (che – appunto – si chiamarono “borghesi”), almeno fino al 1848, quando la borghesia iniziò la sua trasmigrazione nel campo della conservazione. Ma continuò a compiacersi della definizione “liberale” perché tale dizione le conveniva mimeticamente; con l’aiuto di intellettuali di Palazzo, da Edmund Burke a Friedrich Hayek. Ma questi “liberali” sono solo dei conservatori col vestito a festa; magari disponibili a dare una mano in materia di diritti civili (che non toccano il capitale), quanto pronti a ritirarsi immediatamente se si parla di diritti sociali. La vera frontiera della Libertà di questa epoca. In cui il privilegio è di nuovo all’attacco per azzerare le conquiste democratiche del Novecento. Ma ecco che scatta il secondo imbroglio lessicale: questi sordastri in materia di redistribuzione ed eguaglianza si giustificano definendosi “moderati”. Altra denominazione che non significa nulla dal punto di vista della collocazione nell’arena politica (né carne né pesce? Nì e sò? Un po’ e un po’?), ma che emette un messaggio subliminale a chi già sta nel garden club dei “piedi al caldo”, da cui ottenere il via libera alla cooptazione: “moderato” come sinonimo di affidabile per chi sta ai vertici della piramide sociale e non tollera che ci si permetta di disturbare il manovratore. I “responsabili”.

Difatti oggi la Sinistra è in larga misura “responsabile”; da quando – quasi mezzo secolo fa – in una cattedrale del mondo anglosassone cultore della possessività (e del disprezzo verso i poveracci), quale la London School diretta dal Lord Anthony Giddens, venne elaborata la bella teoria suicida di Terza Via: i partiti sul lato mancino del campo politico avrebbero consolidato il proprio potere e scalato i vertici del successo indossando i programmi destrorsi nell’ipotesi destituita di fondamento che l’elettorato tradizionale avrebbe continuato a votarli mentre ci sarebbe stato un afflusso di voti dal lato opposto. Teoria demenziale, visto che l’elettorato di sinistra, sentendosi tradito, si è rifugiato sull’Aventino, mentre quello contrapposto ha preferito continuare a privilegiare gli originali rispetto a questi trasformisti con la palese etichetta di opportunisti. Che Morando e soci (più i Francesco Giavazzi e i Franco De Benedetti promotori della scempiaggine del “Liberismo di Sinistra”) continuino a promuovere tale sciocchezzaio dopo i casi nostrani del carrierista D’Alema e del molliccio Romano Prodi lascia francamente basiti.

Ma ecco il salvataggio in corner: “siamo riformisti”.

Bella cosa il “Riformismo”, fermo restando che è ancora un concetto politicamente neutro: sta per cambiamento promosso per vie istituzionali. C’era un riformismo socialista, che da Filippo Turati a Bettino Craxi voleva prendere le distanze da massimalisti e comunisti per ragioni prevalentemente entriste (nei governi Giolitti l’uno, nell’operazione del CAF anti-Berlinguer l’altro). Comunque, strategie al servizio dei riposizionamenti di potere del ceto politico. Niente di più, niente di meno. Del resto la via riformista può servire per modificare effettivamente il corpo elettorale con il voto alle donne come pure per creare un regionalismo devastatore grazie alla modifica del Titolo V della Costituzione. Insomma, giochi di parole che hanno un evidente sinonimo: “gattopardismo”. Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.

CREDITO FOTO: European Commission (Jennifer Jacquemart)|Wikimedia Commons e PD Scandicci|Flickr 



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Pierfranco Pellizzetti

Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato dai militari della Guardia di finanza di Genova con l'accusa di corruzione.

L'attuale conflitto "a pezzi" e le sue ragioni profonde e spesso sottaciute.

Bernie Sanders, “Sfidare il Capitalismo”, e Roberto Mangabeira Unger, “Democrazia ad alta energia – un manifesto per la Sinistra del XXI secolo”.

Altri articoli di Blog

Caso Toti: la tutela dell’autonomia della magistratura, e le intercettazioni sono fondamentali per la qualità della nostra democrazia.

In "La polis siamo noi. Un’altra politica è possibile", un gruppo di adolescenti si è confrontato sulla democrazia in un luogo femminista.

“Non rinnegare, non restaurare”: rimanere fascisti adeguandosi ai tempi che corrono. Il mantra dell’azione politica di Giorgia Meloni.