Rifugiati, la Convenzione ONU ha settant’anni ma non li dimostra

La Convenzione dell’ONU sui rifugiati potrebbe sembrare uno strumento vecchio e superato. Invece è ancora più attuale di quanto lo fosse all’epoca in cui fu concepito.

Domenico Gallo

Considerando che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo hanno affermato il principio che gli uomini, senza distinzioni, devono godere dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali;

Considerando che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha più volte manifestato il suo profondo interessamento per i rifugiati e che essa si è preoccupata di garantire loro l’esercizio dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nella maggiore misura possibile.

Sono queste le premesse ideali e morali, espresse nel preambolo, sulla base delle quali il  28 luglio del 1951 fu firmata a Ginevra la Convenzione dell’ONU sui rifugiati, fondamentale strumento giuridico internazionale a difesa della nostra umanità. La Convenzione ha salvato la vita di milioni di persone in fuga da persecuzioni, discriminazione, guerre e violenze di ogni genere. Ha offerto la possibilità di rinascere in una nuova vita a coloro che avevano dovuto intraprendere la strada impervia dell’esilio.

La Convenzione ha compiuto 70 anni, potrebbe sembrare uno strumento vecchio e superato, il lascito di un’era passata nella quale si avvertono ancora gli echi degli sconvolgimenti sociali provocati dalla seconda guerra mondiale. Invece questo strumento è ancora più attuale di quanto lo fosse all’epoca in cui fu concepito.

Se con la caduta del muro di Berlino sono cessati definitivamente i postumi della seconda guerra mondiale, non per questo il mondo è diventato più pacifico. Anzi negli ultimi trent’anni c’è stata una recrudescenza di conflitti, esplosioni di violenza, persecuzioni politiche, etniche e religiose.

Come ci rammenta Francesco Guccini: “Ancora tuona il cannone/ Ancora non è contenta/ Di sangue la belva umana”.

Alla fine dell’anno scorso, il numero di persone strappate alle proprie case, rifugiati nel senso proprio del termine o «sfollati» nei propri Paesi, è arrivato a 82,4 milioni, una cifra che è più che raddoppiata nell’arco dell’ultimo decennio.

Ha osservato, in una recente intervista l’alto commissario dell’ONU per i rifugiati Filippo Grandi: “Alcuni governi, talvolta subendo e altre volte purtroppo incoraggiando la spinta di un populismo gretto e spesso disinformato, hanno tentato di respingere i principi che stanno alla base della Convenzione. (…) Centinaia di rifugiati continuano a intraprendere ogni giorno viaggi pericolosi e talvolta fatali, attraverso deserti, mari e montagne, ma la comunità internazionale fa fatica a unire le proprie forze per risolvere i drammi di queste persone disperate. Ancor peggio, stiamo addirittura assistendo — in alcuni Paesi — alla negazione del diritto di asilo, passando attraverso una «esternalizzazione» (per cosi dire) delle responsabilità dello Stato in materia di protezione di rifugiati, e delegandole ad altri Paesi”.

È trasparente il riferimento alle politiche europee sull’immigrazione, alla programmata omissione di soccorso del flusso dei profughi che attraversano il Mediterraneo, alla negazione del principio del “non refoulement” attraverso i respingimenti collettivi delegati alla Guardia Costiera Libica.

Non sempre è stato così. Quando, nel 1956, 200.000 ungheresi furono costretti a fuggire dopo l’invasione sovietica, quasi tutti furono accolti come rifugiati dagli altri Paesi europei nel giro di pochi mesi. Quarant’anni fa, nel luglio del 1981, l’Italia ebbe pietà dei boat people che fuggivano dal Vietnam, e inviò una missione navale per recuperare i profughi nel mar cinese meridionale a diecimila km di distanza dalle nostre coste.

Adesso le navi militari italiane non superano le 12 miglia, il limite delle acque territoriali, per non correre il rischio di imbattersi in altri boat-people e di doverli salvare.

Nel 1981 la missione italiana salvò 907 profughi. Nel 2021 sono 980 i profughi morti nel mediterraneo per l’omissione italiana (ed europea).

Ci ricorda Filippo Grandi che quasi il 90% di tutti i rifugiati del mondo chiede asilo in Paesi in via di sviluppo o in quelli meno sviluppati: “Sono loro che accolgono la maggioranza delle persone in fuga. E se Stati ricchi e bene organizzati rispondono a chi bussa alla propria porta erigendo muri, chiudendo le frontiere e respingendo le persone in arrivo per mare, perché altri Paesi, con meno risorse, non dovrebbero fare altrettanto?

Ce lo chiediamo anche noi.



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