Rigopiano, la gente comune troverà mai giustizia?

Nel sesto anniversario della tragedia di Rigopiano, i parenti delle vittime e la popolazione di una regione intera attendono ancora giustizia. Ma oltre a quella dei tribunali è necessaria una giustizia politica che faccia prendere coscienza dell’urgenza di un nuovo rapporto fra collettività umane e ambiente.

Federica D'Alessio

29 persone uccise da una valanga, intrappolate in un hotel di lusso, due bambini rimasti orfani, sei anni di patimenti per chi è sopravvissuto alla morte dei suoi cari; alcuni parenti delle vittime della tragedia di Rigopiano non sono arrivati fino a oggi, sono morti prima. Il dolore del lutto li ha colpiti ma è la mancanza di giustizia che li ha sfiancati. Quella giustizia che rende colpevoli le vittime, la giustizia che troppe volte non è tale se a esigerla è la gente comune. Così come nel caso del terremoto dell’Aquila, con un giudice del Tribunale civile che ha sentenziato di recente il “concorso di colpa” per “condotta incauta” per alcune delle vittime perché si trattennero a dormire nel loro palazzo nonostante lo sciame sismico, riducendo così significativamente il risarcimento dovuto – dimenticandosi che a L’Aquila in quei giorni ci fu chi fu denunciato per procurato allarme in quanto avvisava della pericolosità della situazione e il capo in persona della protezione civile Bertolaso aveva parlato di “imbecilli che si divertono a diffondere notizie false” – così anche nel caso di Rigopiano i parenti delle vittime e la comunità hanno dovuto assistere a tentativi grotteschi, ma anche segno di profonda prepotenza, di ribaltare le responsabilità sulle vittime: come quando Alessio Feniello, padre di Stefano, fu denunciato e processato – e infine assolto – con l’accusa di aver violato i sigilli della zona dell’hotel per portare un fiore sulla tomba di fatto del figlio.

Giustizia, ingiustizia, persone che avrebbero potuto salvarsi se la catena delle responsabilità avesse funzionato a dovere, superstiti che non riavranno mai indietro i loro cari ma che come spesso accade in Italia, hanno trovato la forza gli uni negli altri, costituendosi in un comitato che da sei anni, indefesso, tenace, sofferente, esige che vengano accertate le responsabilità di quanto avvenne, e che oggi collabora in un’unica rete anche con i familiari delle vittime di altre tragedie, da quella del Vajont al treno di Viareggio. Oggi in tribunale, per una amara coincidenza, è in corso l’udienza in cui sono previste le arringhe difensive per gli imputati, e successivamente, con un pullmann, i familiari delle vittime saliranno tutti insieme a Rigopiano per ricordare i loro cari.

Le storie di chi trovò la morte in quell’albergo sono strazianti. Chi scrive ha lasciato lì un carissimo amico d’infanzia, padre di uno dei bambini che furono invece salvati dai Vigili del fuoco. Un bambino oggi orfano: anche la madre rimase ammazzata sul colpo dalla slavina. Invece lui e altri tre piccoli, per un miracolo naturale, si salvarono grazie a una specie di tunnel che la valanga formò e all’interno del quale trovarono riparo. Ma quei giorni rimarranno per sempre impressi nella memoria di ogni abruzzese perché Rigopiano fu solo uno, il più tragico, di una serie di episodi drammatici in una regione che per due settimane si vide interamente piegata dalla neve. Solo sei anni fa, mentre oggi parliamo di una siccità invernale violenta. Allora invece, in perfetta rispondenza con quell’alternarsi di fenomeni estremi che gli studiosi più avvertiti ci spiegano rappresentare la vera cifra del cambiamento climatico nel Mediterraneo, la neve perdurò per settimane seppellendo letteralmente diversi paesi, isolando centinaia di migliaia di persone, uccidendo tante persone oltre ai morti di Rigopiano, fra chi rimase disperso mentre cercava di far partire un generatore e chi, come Andrea Pietrolungo, fu colto da infarto a soli 39 anni mentre portava soccorsi alle persone bloccate.

Persone comuni, nomi che non ricordiamo se non li abbiamo mai incrociati, volti che non abbiamo mai conosciuto perché non sono famosi. Ecco perché rimuoviamo, ecco perché non pensiamo che c’è un filo molto netto che collega i cambiamenti climatici con le tragedie e con l’incuria umana, dalla mancanza di considerazione che fa costruire un resort di lusso lì dove – come hanno sostenuto numerosi esperti nel corso degli anni – nulla avrebbe dovuto esserci se non il bosco, fino alla trascuratezza di chi lavorando in una regione montuosa dovrebbe prevenire con la massima attenzione i pericoli ma anche trattare con la massima cura gli allarmi. E invece, di nuovo, nella mente degli abruzzesi difficilmente si cancellerà, e questo è anche un augurio, la voce petulante dell’addetta al centralino della prefettura che minimizza l’allarme di Quintino Marcella, l’uomo che trasmette immediatamente la richiesta di soccorso ricevuta via Whatsapp dal suo cuoco, Giampiero Parete, uno dei pochissimi superstiti della valanga, rimasto vivo perché si trovava appena fuori dall’albergo, preoccupato per la moglie e i due figli rimasti dentro e che invece, altro miracolo della neve, si salvarono tutti e tre. La voce di quella donna, derisoria e minimizzante, come tante altre voci delle persone coinvolte nella vicenda, si possono ascoltare nel podcast che i giornalisti del tg Rai Abruzzo hanno realizzato sulla vicenda di Rigopiano. Un lavoro curato e completo, come tanti ce ne sono stati anche sulla carta stampata, in questi anni, da parte di giornalisti locali; perché questa ferita, che si è incistata su quella tuttora aperta del terremoto dell’Aquila non si rimarginerà finché non sarà fatta giustizia, ma non basterà neanche la giustizia dei tribunali: la vera giustizia che serve alle vittime è politica, è la certezza che la catena della trascuratezza che ha portato a una valanga mortale si interrompa. E in questo senso, come ricostruisce Valigia Blu, ancora poco si è imparato di quanto accaduto a Rigopiano.

Intanto, la sentenza per il processo a rito abbreviato che vede imputate la società che gestiva l’hotel e 29 persone appartenenti a diverse istituzioni – Regione, Provincia, Comune di Farindola, Prefettura – accusate di disastro colposo, omicidio e lesioni plurime colpose, falso, depistaggio, abusi edilizi, è prevista intorno al 17 febbraio. Sono state chieste quattro assoluzioni e ventisei condanne, per un totale di 151 anni di pena. I familiari delle vittime attendono il pronunciamento con dignità e dolore, e la popolazione di una regione intera gli è accanto. Una popolazione che ha vissuto la paura e l’angoscia di quei giorni sulla propria pelle, che conosce bene l’ingiustizia riservata dal potere nei confronti della gente comune, ma che poco si spende, ancora, per tradurre in coscienza politica questo sentimento d’indignazione. Il fatalismo nei confronti sia della politica sia dell’ambiente fa sì che le battaglie portate avanti con tenacia da alcune minoranze di cittadini– la regione è disseminata di comitati contro le ingiustizie ambientali coraggiosi e testardi: basti citare l’indefesso lavoro del Forum H2O Abruzzo diretto dall’attivista Augusto De Sanctis – fatichino a divenire massa critica. D’altro canto, non si tratta certo di un problema solo abruzzese. La risposta diffusa e veicolata dai media in modo maggioritario nei confronti di chi suona gli allarmi sul clima, come nel caso di Ultima Generazione, è ancora molto al di qua della presa di coscienza collettiva che le tragedie personali hanno una radice nella mancata risposta della società all’esigenza di rivedere radicalmente il nostro rapporto con l’ambiente, e le tragedie personali sono destinate a colpirci, prima o poi, tutti. La gente comune, se vuole giustizia, deve cercarla prima di tutto in una visione più autoresponsabilizzante della partecipazione alla comunità politica e della comunione con l’ambiente. Per le persone che ci hanno lasciato ingiustamente, per i bambini che sono sopravvissuti e cresceranno.



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