Roger Waters, 80 anni in trincea tra musica e politica

Il genio creativo dei Pink Floyd il 6 settembre compie 80 anni. Nonostante alcune sue recenti prese di posizione sulla guerra in Ucraina abbiamo lasciato perplessi, sono innegabili il suo attivismo in difesa della pace e la sua costante critica ai potenti del mondo. Come è innegabile l’impronta lasciata nella storia del rock, attraverso il suo lavoro con i Pink Floyd, i suoi album solisti e i mastodontici tour portati avanti negli ultimi anni. Ripercorriamo quindi la carriera del grande musicista inglese, portandone alla luce anche la visione del mondo e l’impegno politico con l’ausilio di alcuni dei suoi celebri versi.

Fabio Bartoli

È l’alba del 18 febbraio 1944. Eric Fletcher Waters, sottotenente dell’esercito britannico, muore nei pressi di Aprilia durante lo sbarco di Anzio. Lascia la moglie e due figli piccoli, di cui uno, Roger, ha appena cinque mesi. Il piccolo Roger, che in futuro sarebbe diventato uno dei fondatori dei Pink Floyd e – come ama essere definito – il genio creativo della band, non conoscerà mai suo padre, serbando di lui solo il ricordo di una foto scattata durante un congedo. Quando tra i 34 e i 36 anni scriverà il doppio album The Wall, incentrato sulla sua intera vita fino ad allora, indicherà in quell’evento traumatico il primo mattone del muro che lo aveva portato a isolarsi dagli altri e dal mondo (“Daddy’s flown across the ocean / Leaving just a memory / A snapshot in the family album / Daddy, what else did you leave for me? / Daddy, what d’ya leave behind for me? / All in all it was just a brick in the wall / All in all it was all just bricks in the wall” – Another Brick in the Wall, (Part I)).
Dante indicava i 35 anni, proprio l’età in cui Waters lavora a The Wall, come il mezzo del cammin di nostra vita, un percorso che il cantante e bassista ha non solo doppiato ma a cui di anni ne ha aggiunti altri 10. Oggi si celebra infatti l’ottantesimo compleanno del musicista inglese, che a dispetto dell’età che passa non ha alcuna intenzione di ritirarsi in qualche cottage di campagna a vivere di ricordi ma è più politicamente attivo che mai, denunciando i soprusi del potere senza compromessi. Con alcune delle sue prese di posizione si può essere d’accordo o meno ma nessuno può negare il fatto che ancora oggi e per tutta la sua carriera Waters abbia cercato di battersi per un mondo migliore, che non priva i neonati dei loro genitori spediti a morire da qualche parte lontano, in guerre ritenute sempre e comunque ingiuste, come successo a lui stesso (“Bring the boys back home / Bring the boys back home / Don’t leave the children on their own, no, no / Bring the boys back home” – Bring the Boys Back Home). Cresciuto senza mai conoscere il padre, Waters è stato segnato per tutta la vita da quell’assenza sulla quale ha costruito la sua emotività e la sua visione del mondo, un mondo che non può essere giusto se appena nato ti priva dell’amore di un genitore. E per tutta la vita ha cercato quell’approvazione paterna di cui non ha mai potuto godere in carne ossa nella costruzione di un mondo di cui suo padre sarebbe rimasto orgoglioso: “Voglio essere nella trincea della vita. Io non voglio essere al quartier generale, io non voglio essere seduto in un albergo da qualche parte a guardare il mondo che cambia, voglio cambiarlo io. Voglio essere impegnato. Probabilmente, in un modo che mio padre forse approverebbe”. Negli ultimi versi della canzone When the Tigers Broke Free, contenuta nel film tratto da The Wall e diretto da Alan Parker, descrive in modo asciutto, quasi brutale, il momento della morte del genitore: “They were all left behind / Most of them dead / The rest of them dying / And that’s how the High Command / Took my daddy from me”. Al padre e alla tematica della guerra dedica un intero album, The Final Cut, quello che segna la rottura con i Pink Floyd con tutti i deprimenti strascichi legali e personali che si è portata dietro, intervallata da alcuni momenti felici come la reunion in occasione del Live8 del 2005. In una delle canzoni dell’album, The Fletcher Memorial Home, Waters immagina una casa di riposo intitolata al padre che accetta come suoi ospiti solo tiranni e re. Una casa di riposo che simboleggia metaforicamente la loro fuoriuscita dalla storia, una storia però che si è ripresentata in tutta la sua crudezza nel 1982 con la Guerra delle Falkland voluta dall’odiata Margareth Thatcher, a cui Waters si rivolge direttamente in The Postwar Dream: “What have we done / Maggie, what have we done? / What have we done to England? / Should we shout, should we scream: / ‘What happened to the post war dream?’ / Oh Maggie, Maggie what did we do?”.
Per quanto le sue parole pronunciate all’ONU sul conflitto in Ucraina possono essere da un certo punto di vista in linea con la propaganda che vuole una Russia “provocata” e quindi quantomeno farci storcere il naso, va considerato che per Waters chiunque dal suo punto di vista contribuisca a un conflitto, anche se indirettamente, è colpevole. Non si tratta di giustificare o avallare ma di capire, capire che per Waters la guerra è sempre e comunque il male assoluto, costituendo il trauma della sua vita, la ragione della sua infelicità e quelli di milioni di bambini e futuri adulti nel mondo e quindi per lui si sarà fatto sempre e comunque troppo poco per evitarla e sempre e comunque troppo per determinarla. Tutto, con all’orizzonte sempre le “valigette con il bottone rosso” che potrebbero causare l’olocausto nucleare cantato in Two Suns in the Sunset, il brano che conclude The Final Cut: “Two suns in the sunset / Could be the human race is run (…) / Ashes and diamonds, foe and friend / We were all equal in the end” (in gioventù Waters prese parte alla campagna per il disarmo nucleare). Posizioni, quelle di Waters, apostrofate da Slavoj Zizek in un articolo dal titolo The Dark Side of Neutrality, il cui titolo fa il verso al più celebre album dei Pink Floyd, The Dark Side of the Moon, il primo della discografia della band inglese che vede Waters come autore principale e segna l’inizio della sua deriva autoritaria all’interno della band, che genererà epocali concept album frutto delle sue grandi visioni, della sua capacità di creare architetture solide e organiche (d’altronde proprio architettura aveva studiato all’università), dei suoi testi profondi ed evocativi ma che renderà estremamente difficile mantenere anche solo una parvenza di armonia tra i membri del gruppo.
The Dark Side of the Moon è appunto il primo album della band che ruota intorno a un concetto, nella fattispecie ciò che nell’essere umano genera inevitabilmente ansia e dolore conducendolo alla follia. Un posto è riservato anche al rapporto tra l’uomo e il potere, argomento della canzone Us and Them, in cui Waters – nonostante la sua capacità di influenza in quanto artista – si colloca sul fronte dei “noi”, gli uomini comuni che del potere subiscono le decisioni e le angherie: “Us and them / And after all we’re only ordinary men / Me and you / God only knows / It’s not what we would choose to do”. Il tema del rapporto tra il potere e la restante maggioranza dell’umanità è anche il nucleo intorno al quale ruota anche l’ultimo lavoro solista di Waters, Is this the live we really want?, uscito nel 2017, a ben venticinque anni di distanza dal disco precedente, Amused to death. Nell’album del 1992, fortemente influenzato dalla prima guerra del Golfo costantemente mandata in onda a guisa di un reality, si racconta dell’auto-estinzione dell’umanità che viene appunto teletrasmessa; ma a forza di essere passivamente bombardati da immagini, anche laddove ciò che rappresentano dovrebbe aprirci gli occhi e farci reagire di conseguenza, siamo diventati insensibili e passivi di fronte a tutto ciò che entra nelle nostre case attraverso gli schermi di smartphone, computer e TV (“Sat in the corner watching TV / Deaf to the cries of children in pain / Dead to the world / Just watching the game / Watching endless repeats / Out of sight, out of mind / Silence, indifference / The ultimate crime” – Part of me died). Anche il dramma che quotidianamente tocca i profughi, raccontato nel brano The Last Refugee, entra nella nostra vita attraverso foto drammatiche ma che spesso poi si perdono nel marasma visivo in cui siamo costantemente immersi, come quella del piccolo Alan Kurdi, il profugo siriano di tre anni annegato e ritrovato su una spiaggia turca (“And you’ll find my child / Down by the shore / Digging around for a chain or a bone / Searching the sand for a relic washed up by the sea / The last refugee”). Ancora una volta Waters volge lo sguardo ai bambini vittime delle guerre, così come lo è stato lui stesso, e su di essi lo ferma. E proprio per questo non è pacificato assolutamente nei confronti dei potenti del mondo che provocano tutto questo, them, che attacca senza riserva nei suoi ultimi tour, che hanno un contenuto estremamente politico.
Già in The Wall Live, mastodontico show portato in giro per il mondo dal 2010 al 2013 e in cui era eseguito tutto il celebre album del 1979, vi erano espliciti riferimenti alle guerre in Iraq e in Afghanistan; in seguito i riferimenti si sono fatti più diretti e personali, come la plateale dedica di Pigs (Three Different Ones) a Donald Trump, di cui venivano proiettate immagini dissacratorie durante l’esecuzione del brano (non a caso la versione pubblicata sul canale YouTube dell’artista è stata registrata a Città del Messico). Il brano è tratto dall’album Animals, del 1977, ispirato a La fattoria degli animali di George Orwell, in cui gli esseri umani vengono appunto divisi in maiali, cani e pecore. Il tour in cui questa associazione tra potenti e maiali viene costantemente rimarcata non a caso si chiama Us + Them (2017-2018), in cui viene ribadita anche la netta distinzione tra il “noi” e il “loro”. D’altronde era stata proprio di Trump l’intenzione di costruire un nuovo muro, di nuovo quel simbolo di divisione tra esseri umani, di incomprensione e sofferenza: “Imagine a leader with no fucking brains” canta infatti Waters in Picture That, sempre contenuto in Is This The Life We Really Want? Fino all’ultimo tour, attualmente in corso, This is not a drill, quello più smaccatamente politico, che infatti inizia con questo annuncio rivolto alla platea: “Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd ma non reggono le prese di posizione politiche di Roger, fareste bene ad andarvene a fa**ulo al bar in questo momento”. Tra le varie prese di posizione dell’artista inglese in questo tour (e non solo) quella a favore di Julian Assange, esplicitata attraverso la proiezione di materiali video diffusi da WikiLeaks al termine dei quali tutto lo sfondo del palco viene sovrastato dalla scritta “Free Julian Assange”. Un’asserzione che assume un significato particolare negli Stati Uniti, criticati proprio in quanto negatori di quella libertà di stampa di cui invece si ergono a paladini. E criticare uno specifico potere a casa sua è stato uno dei tratti distintivi delle due ultime tournée di Waters, con attacchi a Kaczyński in Polonia, a Bolsonaro in Brasile e a Putin in Russia, accusati di essere promotori dell’ascesa del neofascismo internazionale. Quello stesso Putin che Waters ha definito un gangster ma del quale viene troppo sbrigativamente definito un sostenitore, accostamento che il Cremlino ha a più riprese cercato di utilizzare a suo vantaggio. Ma Waters, per quanto la sua posizione possa sembrare massimalista, semplicemente accusa tutti i potenti e non ne salva quasi nessuno – e non solo i potenti.
Ma in questo mondo fatto di violenza e sopraffazione c’è comunque spazio per la speranza? Sul finire della propria vita, quali elementi di salvezza Waters è riuscito a identificare? Pochi, molto pochi, ma forse proprio per questo maggiormente significativi: l’amore cantato in Part of me died, che porta appunto alla morte della parte distruttiva che ogni essere umano racchiude dentro di sé; coloro che si trovano al di là del muro, “the bleeding hearts and the artists” evocati in Outside the Wall, brano che conclude l’album The Wall e non a caso quello che dovrebbe essere il suo tour d’addio. E, proprio mentre questo tour è in corso, non possiamo fare a meno di augurare buon compleanno al suo artefice, che artista e cuore sanguinante lo rimane anche oggi, nonostante l’età sembrerebbe suggerire una maggior pace dell’animo. Ma se la propria scelta di vita è quella di stare in trincea la pacificazione non è un’opzione contemplata.
Abbonati a MicroMega

CREDITI FOTO: Jethro|Wikimedia Commons

 



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Fabio Bartoli

Le lotte operaie e la necessità di ripensarci come "noi" in un fumetto edito da Tunué.

La cantante è davvero così influente da poter condizionare (anche) le elezioni americane?

Il ricordo di una leggenda dello sport che se n'è andata troppo presto

Altri articoli di Cultura

Le lotte operaie e la necessità di ripensarci come "noi" in un fumetto edito da Tunué.

Sono trascorsi ottant'anni dall'incredibile storia di ribellione della comunità rom e sinti internata a Birkenau.

La differenza tra grande e piccola politica in un libro dedicato allo statista piemontese.