Roma: la casa delle donne Lucha y Siesta è salva

All’asta del 5 agosto scorso la Regione Lazio si è aggiudicata l’immobile di proprietà dell’Atac, riconoscendo il lavoro svolto dal gruppo di attiviste che 13 anni fa vi ha creato uno spazio politico femminista.

Ingrid Colanicchia

Il futuro appare finalmente roseo per la casa delle donne Lucha y Siesta. Anzi fuxia, come il colore scelto dalla marea che questo spazio ha difeso dal rischio di chiusura.

L’asta dell’edificio di via Lucio Sestio 10, nel quartiere Tuscolano, a Roma, tenutasi il 5 agosto scorso, si è infatti conclusa e ha visto la Regione Lazio aggiudicarsi l’immobile.

«Con questa acquisizione la Regione riconosce una storia importante e apre, a tutta la comunità che l’ha scritta, un futuro possibile dopo anni di precarietà e incertezze», scrivono le donne di Lucha (come la chiama chi la frequenta) in un comunicato diffuso stamane.

«In Via Lucio Sestio non c’è un palazzo, né un progetto o un gruppo che resiste; Lucha y Siesta è un processo irreversibile nato dal basso e cresciuto con chi l’ha attraversata, nel conflitto e nel cambiamento di una comunità che è diventata forza e amore. Proprio quando abbiamo avuto più paura, insieme abbiamo difeso Lucha dichiarandola patrimonio comune inalienabile e su questo tracciato collettivo intendiamo continuare a camminare. Sui cardini dell’autodeterminazione, grazie alle energie immesse dalla marea fuxia e alle relazioni con le altre Case delle donne nel mondo. Vogliamo da oggi vedere crescere i contorni della comunità ampia e trasversale capace di accogliere e di progettare ancora fra utopia possibile e ribaltamento dei poteri e delle gerarchie sociali».

È il 2008 quando un gruppo di attiviste decide di occupare lo stabile abbandonato di proprietà dell’Atac e restituirlo alla collettività come mosaico di attività e pratiche in continua evoluzione: una casa rifugio per donne in fuoriuscita da situazioni di violenza, un centro antiviolenza, uno spazio di elaborazione politica, un polo culturale, una biblioteca, uno sportello di sostegno psicologico, una sartoria, un orto, uno spazio per bambine e bambini, un luogo di incontro, confronto e crescita collettiva.

Ed è il 2017 quando – dalla visita di due ispettori Atac alla struttura – le donne di Lucha y Siesta apprendono la volontà dell’azienda di dismettere tutte le proprietà per fare cassa e appianare i debiti. Le attiviste tentano immediatamente di avviare una trattativa politica con le istituzioni per regolarizzare la situazione e far riconoscere la Casa delle donne Lucha y Siesta quale spazio autogestito di interesse comune. Ma se la Regione mostra fin da subito di credere nel progetto, di tutt’altro avviso è l’amministrazione capitolina, che in tutto questo tempo non ha mai mostrato di riconoscere il valore di una realtà come questa, punto di riferimento per il territorio, per i servizi sociali municipali, perfino per le Forze dell’Ordine che qui indirizzano donne vittime di violenza: in 13 anni Lucha è stata il sostegno di quasi duemila donne, nonché la casa di 180 donne e 90 tra bambini e bambine.

Finalmente le attiviste di Lucha possono tirare un sospiro di sollievo. E con loro tutti gli abitanti di Roma, che vedono finalmente garantita la sopravvivenza di uno dei più interessanti laboratori di costruzione politica dal basso della città nonché un fondamentale punto di riferimento per la lotta contro la violenza di genere.

 

Credit: ANSA MASSIMO PERCOSSI HAVER/DI PIAZZA/CAPPONI



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