Alle soglie della poesia. Riflessioni su un romanzo di Ana Blandiana

„Applausi nel cassetto” è il primo romanzo della poetessa romena Ana Blandiana, che negli anni Ottanta subì la censura e l’isolamento da parte del regime di Ceausescu. Un intreccio tra finzione e realtà, che dalla prosa giunge alle soglie della poesia.

Bruno Mazzoni

L’importante romanzo Applausi nel cassetto (1992) – appena uscito in traduzione italiana per le cure di Luisa Valmarin per i tipi di Elliot – la poetessa Ana Blandiana aveva cominciato a scriverlo già nel 1982, un momento in cui, divenendo in Romania l’atmosfera sempre più greve e la censura sempre più dura, un’autrice della sua sensibilità cominciava a provare non tanto l’angoscia della censura (alla quale era abituata fin dal suo precoce debutto letterario), quanto piuttosto della censura interiore. Che poi è da sempre la forma più pericolosa dal momento che presuppone non soltanto la rinuncia alla lotta contro la censura, ma un adeguamento ad essa.

Durante la scrittura del romanzo [di cui qui pubblichiamo un estratto], a causa di quattro celebri poesie di denuncia apparse nel dicembre dell’84 sulla rivista Amfiteatru, accanto a varie altre misure restrittive messe in atto dalla famigerata Securitate con lo scopo di raggiungere la cosiddetta “distruzione dell’entourage”, ad Ana Blandiana venne anche tolto il diritto di pubblicare. In tali condizioni, la scrittura restava non soltanto l’unica cosa che potesse fare, ma persino l’attività mediante la quale la repressione acquistava un senso: ciò che stava vivendo diventava di fatto la materia prima per ciò che stava scrivendo.

Il libro è costruito su tre distinti flussi narrativi: il primo è costituito da una trama realista, scritta in chiaro, alla terza persona, ambientata in un cantiere archeologico su un’isola in mezzo al Danubio – il fiume, personaggio centrale, ossessivo dell’opera, assurge così a simbolo della Storia – dove un’équipe di universitari guidati dal loro docente ha scoperto una fortezza bizantina. È in questo sito dall’atmosfera vagamente irreale, fuori dal mondo, che dimora solitario, scrivendo un romanzo, il personaggio cruciale del libro, Alexandru Şerban. Il secondo flusso è appunto il libro che lui scrive, alla prima persona, la cui azione si svolge in uno strano edificio che è allo stesso tempo evidente metafora, scuola, ospedale psichiatrico e prigione. Il terzo flusso è scritto in maniera esplicita, in prima persona, dall’autrice, e rappresenta i suoi commenti, mescolati a eventi e ricordi della sua vita, in margine agli altri due flussi. Un procedimento postmoderno, di natura prevalentemente saggistica, che crea così una prospettiva in più e un ulteriore piano narrativo.

A questi tre flussi si aggiungono dei dialoghi fra qualcuno dei personaggi già incontrati e un altro, inesistente nella storia, in cui s’intravvede agevolmente un ufficiale della Securitate che aspetta che gli venga riferito, per libera volontà o per costrizione, quanto avvenuto nel capitolo precedente. Si realizza così, grazie alla sensazione di un permanente controllo, una realtà parallela alle vicende narrate. E poiché nei primi due flussi il racconto realistico scivola nel fantastico, i dialoghi con il securist danno l’impressione di volere tenere sotto controllo tanto la realtà oggettiva, quanto le sue proiezioni nell’irrealtà.

Del resto il fantastico non si oppone al reale, ne è solo una manifestazione più ricca di significati. È difficile dire se il pubblico che applaude nell’ospedale psichiatrico appartenga semplicemente alla realtà della Romania degli anni ’80 o non sia l’allucinazione di uno scrittore diventato preda di quella realtà. Così come la descrizione minuziosamente realistica del villaggio della Dobrogia si trasforma in fantastico non per merito di determinati procedimenti stilistici, ma grazie al nocciolo di assurdità racchiuso in quel mondo delirante e minaccioso.

I tre flussi s’intrecciano senza mescolarsi nel corso delle prime 300 pagine del romanzo, scritte tra l’82 e l’89. Nell’ultimo capitolo, però, scritto due anni più tardi, l’intera struttura del libro sembra sciogliersi in un magma epico in cui i flussi narrativi si riversano l’uno nell’altro, i personaggi si confondono e tutto si conclude con un’apocalisse liquida. Il Danubio ha tracimato, spazzando via tutto, facendo annegare i personaggi. In modo singolare, però, quanto più questi sono personaggi negativi, tanto più continuano a vivere sott’acqua, adattandosi, arrangiandosi, cavandosela.

Il romanzo si chiude con un lacerante dialogo tra Alexandru Şerban, l’autore del libro nel libro, e Ana Blandiana, colei che l’ha creato, e con due strofe che portano le conclusioni della prosa fino alle soglie della poesia.



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