Rudolf Jacobs disertore e partigiano, simbolo dell’Europa dei popoli

La storia del giovane ufficiale tedesco che aderì alla Resistenza.

Giorgio Pagano

La Resistenza dei miei monti – quella della IV Zona operativa, tra La Spezia, Massa, Parma e il Tigullio – è stata una vera “guerra popolare”: gran parte del popolo, anche non combattente, vi partecipò con la sua opera di solidarietà, dagli operai ai contadini. Fu un fenomeno di avanguardia ma con una “retrovia di consenso” molto disponibile e dai tratti sociali ampi, che fu alle radici del suo successo. Anche le donne, che sono coloro che più aborrono le guerre, compresero il significato della lotta e diedero tutte sé stesse. Nella Resistenza spezzina fu inoltre molto forte la componente “patriottica”, per la presenza della Marina Militare: dal sacrificio dei 1253 marinai della corazzata Roma che non si arresero ai tedeschi, fino all’organizzazione armata clandestina che fece azioni di sabotaggio nelle strutture militari. Fu rilevante, infine, l’apporto dei militari stranieri: o soldati alleati fatti prigionieri dai fascisti o partigiani catturati dalle forze di occupazione italiane nei loro rispettivi Paesi, che l’8 settembre scapparono dai campi di concentramento o dalle carceri e decisero di continuare la loro lotta in Italia. Non mancarono poi i disertori delle armate di Hitler: nella IV Zona operativa furono una quindicina.

Tra le tante storie della Resistenza spezzina da raccontare per il loro carattere universale[1], ho scelto per questa occasione quella del capitano tedesco Rudolf Jacobs, “disertore e partigiano”, come recita una targa posata nella sua Brema. Una storia affascinante che nel passato ha originato romanzi e film, come quelli di Ansano Giannarelli e di Luigi Faccini, e a cui sta ora lavorando lo storico Carlo Greppi.

Jacobs era un giovane ufficiale – nato a Brema nel 1914- che aderì alla Resistenza per riscattare insieme la sua biografia e quella del suo Paese. “Sono pronto a dare la mia vita purché abbia termine questa guerra insensata”, disse presentandosi ai partigiani. Jacobs era giunto in Italia nell’autunno del 1943, per fortificare le coste spezzine a Punta Bianca. Si segnalò agli occhi della Resistenza per le requisizioni di derrate alimentari che operava nei confronti degli accaparratori, e per la distribuzione gratuita che ne faceva alla popolazione; e perché non lesinava sulla busta paga degli operai che lavoravano per i tedeschi. Grazie ai contatti favoriti dal PCI di Lerici – nel cui territorio Jacobs risiedeva – entrò nella Brigata garibaldina Muccini il 3 settembre 1944, dopo un incontro con Piero Galantini “Federico”. La naturale diffidenza degli italiani si sciolse presto in fiducia reciproca e amicizia, come ci hanno testimoniato nei loro scritti “Federico” e Paolino Ranieri “Andrea”.

Il 3 novembre 1944 una squadra di dieci partigiani della Muccini, in uniforme tedesca, capeggiati da Jacobs e dal suo attendente, bussò alla porta dell’Albergo Laurina di Sarzana, sede della compagnia della Brigate Nere, chiedendo di entrare. Lo scopo era eliminare tutti i militi del presidio, riuniti per la cena. Lo stratagemma però non riuscì, anche perché i fascisti si dimostrarono molto prudenti: Jacobs uccise il piantone, si gettò oltre la soglia ma al secondo colpo la sua arma si inceppò. Nella sparatoria il capitano rimase ucciso, mentre i fascisti contarono due morti.

Jacobs è un simbolo: la prova che la Resistenza italiana ha un significato che trascende l’ambito nazionale. E che si è svolta nell’ambito della “guerra popolare europea” contro il nazismo, inserendo l’Italia nel novero delle nazioni europee. Non solo: anche la Costituzione ha inserito l’Italia nel grande filone del costituzionalismo europeo, arricchito da una più accentuata sensibilità ai temi sociali. La Resistenza e la Costituzione sono dunque l’elemento essenziale di una nuova identità nazionale democratica di tipo e di livello compiutamente europeo.

Non è un caso che l’idea degli Stati Uniti d’Europa abbia avuto il suo più alto riconoscimento nel Manifesto di Ventotene, nato in un’isola di deportazione per opera di uomini che nella lotta clandestina al fascismo avevano anticipato la Resistenza. Non solo: l’idea dell’”Europa libera e unita” ha radici più ampie ancora nel movimento resistenziale. Lo storico tedesco Walter Lipgens ha raccolto i testi che documentano il fenomeno fin nella Germania nazista, con i giovani studenti della “Rosa Bianca”, finiti sotto la ghigliottina nel 1943, e con il Circolo Kreisau raccolto intorno al conte Moltke, anch’esso sterminato dalla Gestapo nel 1944.

Ma la saldatura tra europeismo e antifascismo combattente non avvenne. I vincitori della guerra dimostrarono a Yalta di avere un’idea assai diversa dell’Europa, e i partiti protagonisti della Resistenza ovunque si divisero restando vincolati ai rispettivi Stati-guida, dentro la logica della “guerra fredda”.

Oggi quel disegno appare, se non realizzabile, quantomeno necessario. Sono evidenti i segni di una nuova “guerra fredda” e di una divisione nel mondo tra Stati-guida e sfere di influenza: questa volta Stati Uniti e Cina. È una possibile risposta al grande disordine internazionale, che non può essere fronteggiato dagli soli Stati Uniti e dai loro alleati perché il mondo è diventato sempre più multipolare. Ma è la risposta cinica e obsoleta -che può sempre sfuggire di mano, si pensi a un incidente a Taiwan-, non la risposta giusta. La sua alternativa è il governo mondiale, il concerto globale tra i molti, l’equilibrio multiplo, la cooperazione per far fronte alle interdipendenze e alle dimensioni globali dei problemi che incombono: il degrado della biosfera, il cambiamento climatico, le pandemie, l’aumento delle diseguaglianze tra e nei Paesi. Serve una nuova concezione cooperativa dei rapporti internazionali: non un nuovo atlantismo ma un nuovo sistema-mondo. La condizione è che sia protagonista l’Unione europea, perché i suoi singoli Paesi non sono in grado di farlo, e quella europea è la dimensione minima per concorrere alla costruzione di un nuovo ordine internazionale.

Se dopo il Covid c’è stata una reazione delle classi dirigenti europee che ha fatto ben sperare, la crisi dei vaccini ha dimostrato invece quanto l’Europa sia ancora logora e divisa: mancano al contempo la sovranità nazionale e quella europea. Joe Biden non è l’esempio da seguire per l’atlantismo che propone, ma per il forte intervento pubblico in economia che sta praticando nel suo Paese. Questa è la strada che l’Unione europea deve seguire, mettendosi definitivamente alle spalle i lunghi anni del neoliberismo. In questa strada il legame tra la Resistenza europea e la ricostruzione democratica e sociale dell’Europa rappresenta un nesso indispensabile di riflessione e di impegno etico e politico.

Non si può non vedere quanto l’attuazione di questo disegno sia difficile. Ma le primavere della storia, cioè le sue fasi vitali, hanno lasciato segni che ci parlano ancora.

Ecco perché ho raccontato la storia di Rudolf Jacobs. La targa di Brema si conclude con la frase: “Con il suo impegno per la libertà e i diritti umani rappresenta un esempio per i cittadini dell’Unione europea”. Jacobs è davvero un “piccolo grande maestro” – e quindi un possibile mito fondativo – dell’Europa dei popoli e della “sovranità sovranazionale” di cui c’è bisogno. In questo 25 aprile dobbiamo riaccendere l’impegno dell’antifascismo europeista, espressione della volontà di opporsi alla guerra spegnendone sia i presupposti ideologici, il nazionalismo, che quelli istituzionali, lo Stato nazionale.

Un’ultima considerazione: l’antifascismo europeista non può che reggersi su una salda memoria pubblica, che nulla ceda sul punto della “parificazione” con i vinti. In Germania non c’è spazio per i nazisti, in Italia non deve esserci spazio per il fascismo. Ma da noi vige la retorica del “fascismo buono” e del “bravo italiano”. L’antifascismo deve raccontare la verità e creare la consapevolezza critica sulle pagine assai poco nobili della nostra storia di oppressori: dal colonialismo in Africa all’antisemitismo, ai crimini commessi nei Paesi occupati nel corso della Seconda guerra mondiale. Come ha scritto Filippo Focardi in “La guerra della memoria”, è urgente affrontare “il nodo storico e storiografico del fascismo, in modo particolare quello fin qui lacunosamente indagato e clamorosamente rimosso dei suoi crimini”. Il nazionalismo identitario del “prima gli italiani” l’abbiamo già sperimentato nel corso del ventennio fascista, con esiti tragici.

 

TUTTI I CONTRIBUTI DELLO SPECIALE “25 APRILE” DI MICROMEGA

SCOPRI LO SPECIALE “25 APRILE” DI MICROMEGA+

SOSTIENI MICROMEGA

 



Per sostenere MicroMega e abbonarsi alla rivista e a "MicroMega+": www.micromegaedizioni.net

Altri articoli di Giorgio Pagano

Conversione sociale ed ecologica della società o sostegno all’industria militare italiana? Il documento delle Commissioni Difesa fa temere il peggio.

Il movimento per riconverire la centrale della città a fonti rinnovabili è un esempio positivo di partecipazione per cambiare il modello di sviluppo.

La Comune appartiene a una storia irregolare che ci parla ancora oggi. Ha dato voce a una possibilità: una vita senza sfruttamento e oppressione.

Altri articoli di Politica

Procedere per categorie e settori, come fatto con i bonus, produce l’esclusione di ampie parti di società, generando iniquità e ingiustizie.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano è stato inviato alla Commissione Europea. L'analisi del Forum Disuguaglianze Diversità.

"A Torino il Pd è disgregato, il M5s in crisi mortale, mentre tutta la destra si è compattata". Da qui la decisione di candidarsi: "Il declino si ferma con un’opera corale".