Russia: condannato a cinque anni di carcere per “terrorismo” il sociologo Boris Kagarlitsky

Boris Kagarlitsky è stato nuovamente incarcerato. Nella Russia di Putin criticare la guerra in Ucraina rappresenta a oggi la più pericolosa forma di dissenso. La stampa libera internazionale deve contribuire alla lotta per il suo rilascio. 

Germano Monti

La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno: Boris Kagarlitsky è stato nuovamente arrestato, subito dopo essere stato condannato a cinque anni di reclusione nel processo di appello per “giustificazione del terrorismo”. L’accusa riguarda un suo video del 2022 in cui analizzava le conseguenze – economiche e militari – del bombardamento ucraino sul ponte che unisce il territorio russo alla penisola invasa e occupata dalle truppe di Putin nel 2014. Dopo essere stato arrestato nel luglio scorso, nel processo di primo grado, tenutosi a dicembre, Boris era stato condannato a pagare una multa di 600.000 rubli (6.000 euro) e rilasciato. Il Procuratore militare aveva fatto ricorso in appello, ma non ci si aspettava una revisione così radicale della sentenza. A questo punto, l’ultima possibilità per Boris potrebbe essere rappresentata dalla Corte Suprema della Federazione Russa, lo stesso organismo che, fra l’altro, ha dichiarato “estremista e illegale” e messo al bando il movimento LGBT.
Dopo la scarcerazione di Boris, Rabkor, il sito da lui diretto, aveva scritto che “I miracoli accadono anche nei momenti più bui della persecuzione politica, soprattutto quando la loro copertura è supportata da un ampio sostegno materiale, morale e politico da tutto il mondo!”, perché avevano fatto appello per la sua liberazione e quella di tutti i prigionieri politici in Russia centinaia di intellettuali ed esponenti politici, fra i quali Jean-Luc Melenchon, Slavoj Zizek, Jeremy Corbin, Etienne Balibar,  Ken Loach, Tarik Ali, Gilbert Achcar, Olivier Besancenot, molti parlamentari europei di sinistra, intellettuali e politici dal Brasile all’India, dagli U.S.A. al Sudafrica, oltre ad esponenti dell’opposizione russa, come Mikhail Lobanov e la musicista punk-femminista della band Pussy Riot Nadia Tolokonnikova. Prima dell’udienza, Boris aveva dichiarato alla Novaya Gazeta “Sono pronto a qualsiasi risultato. Penso che vinceremo in tribunale. Ma se così non fosse, dovrete lottare di nuovo per il mio rilascio”. È quello che faremo.

 



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