In Russia si stringono le maglie della repressione

La criminalizzazione del dissenso è un’arma fondamentale con cui Putin sembra riuscire a rendere invisibili le proteste contro la guerra.

Margherita Puca

Dieci giorni dopo l’inizio della guerra in Ucraina, in Russia è entrato in vigore un nuovo provvedimento amministrativo sul “discredito” delle forze armate: oggi chi esprime una posizione contraria al conflitto rischia una multa fino a 300 mila rubli (pari a 4 mila euro), il lavoro forzato o fino a cinque anni di reclusione. Secondo OVD-Info, organizzazione non governativa russa per i diritti umani, sono oltre 15.000 le persone arrestate da allora, tra cui 113 bambini, e decine le inchieste giudiziarie avviate nei confronti dei dissidenti, colpevoli di aver manifestato la propria contrarietà all’attacco del Cremlino. Le maglie della repressione in Russia sono strettissime, non è necessario scendere in piazza per finire nel mirino delle autorità: basta anche indossare una spilla a forma di colomba mentre si prende un caffè, com’è successo ad Anna Gorovets, giovane donna fermata dalla polizia in un bar e scortata in questura, o portare con sé “Guerra e Pace” di Tolstoj.

La criminalizzazione del dissenso è un’arma fondamentale nell’arsenale del Cremlino, con cui Putin sembra riuscire a rendere invisibili le proteste. Le restrizioni frammentano la rete di chi si schiera a favore della pace e il controllo sempre più serrato esercitato sui media nazionali, a cui si aggiunge l’utilizzo massiccio della macchina della propaganda, celano qualsiasi tentativo di contrasto al proseguo del conflitto. Da questa prospettiva, la percezione della popolazione russa delle operazioni militari appare costantemente filtrata: se i media nazionali sono tenuti a utilizzare unicamente fonti governative, l’accesso a numerose piattaforme informative online – tra cui Google News, BBC News, Facebook e Twitter – è stato progressivamente negato dalle autorità. E se centinaia di migliaia di russi hanno fatto ricorso a un VPN – acronimo che sta per Virtual Private Network, una rete privata virtuale che sfrutta un canale comunicativo riservato per garantire anonimato a chi naviga –  come ricostruito dal Washington Post, nel tentativo di scardinare la narrazione dominante sul conflitto, e le micro-azioni individuali di protesta portate avanti quotidianamente contiuano a lanciare dei segnali di dissenso diffuso, il movimento di protesta, agli occhi e alle orecchie dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale, rimane inevitabilmente ovattato.

Amnesty International ha recentemente denunciato l’utilizzo della forza, descritta come “non necessaria ed eccessiva”, nella dispersione delle proteste di piazza in tutto il paese, l’utilizzo di torture e maltrattamenti di persona nelle stazioni di polizia, oltre alle condizioni di detenzione “crudeli, inumane e degradanti” riservate ai manifestanti. Segnalazioni a cui si aggiungono le storie di decine di perquisizioni nelle case di sospettati, l’utilizzo di sistemi tecnologici per il riconoscimento facciale e l’identificazione dei partecipanti ai raduni per la pace attraverso l’elaborazione dei dati biometrici. Un sistema repressivo ben oliato, una risposta pericolosa con lo scopo ben preciso di cancellare le voci fuori dal coro e sanificare un paese intero da ogni dissenso.

 

(credit foto EPA/MARTIN DIVISEK)



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