Russisti italiani e la guerra in Ucraina. Riflessioni di un’insegnante di russo

Fino a due anni fa il numero di studenti e di insegnanti di lingua russa in Italia era in veloce crescita. Dall’inizio della brutale guerra di invasione su larga scala in Ucraina voluta da Putin, questo dato è calato drammaticamente. La lingua russa è oggi infatti percepita come uno strumento di barbarie, nonostante anche molti russi siano vittime della politica guerrafondaia di Putin. Gli insegnanti e gli esponenti della cultura russa in Italia prendano parola contro questa guerra che ha un impatto negativo sulla percezione di questa cultura in Italia e nel mondo.

Gina Pigozzo

NOTA DELLA REDAZIONE: Nel testo abbiamo rispettato la traslitterazione delle parole ucraine scelta dall’autrice.

Pochi sanno che Treviso è stata dal 2000 al 2021 la città italiana in cui si studiava di più il russo in rapporto al numero dei residenti: insegnato in Licei, Istituti Tecnici Commerciali e Turistici, statali e privati, del centro e della provincia, in scuole private aziendali, all’Arci. Nell’anno scolastico 2003-2004 l’Ufficio Scolastico di Treviso istituì la prima cattedra di lingua e civiltà russa.
Più in generale, il Veneto è la regione italiana nelle cui scuole secondarie statali si è raggiunto nel 2019 (prima della pandemia di Covid) il maggior numero di classi (43) e di docenti (42) di russo, dimostrando grande interesse verso questa lingua. La Lombardia, con una popola- zione doppia di quella veneta, ne contava rispettivamente 16 e 20, l’Emilia e Romagna 16 e 16; la Liguria 8 e 8, il Lazio 1 e 1. Alcune regioni, zero [1].
È un dato sociologico interessante, dovuto in gran parte al boom dell’export veneto in Russia, e del turismo russo in Veneto, verificatosi nei vent’anni precedenti la sciagurata guerra in corso. Nel caso specifico di Treviso, la mia città, è dovuto all’impegno dei “pionieri” che hanno introdotto il russo nelle scuole della città e dei validi docenti di russo in servizio [2], ma di ottimi insegnanti ce ne sono anche nelle altre città e regioni. Una delle cause di questo boom è quindi l’interesse culturale dei Veneti verso il mondo russo. Infatti ogni iniziativa su temi di cultura e lingua russe aperte alla cittadinanza, organizzate a Treviso da editori, scrittori, studiosi e, fra il 2010 e il 2011, dalla Sezione trevigiana dell’Associazione Italiana Russisti (Air) ha avuto notevole successo di pubblico curioso e disponibile. Pari successo hanno avuto iniziative analoghe a Venezia, Padova, Verona (grazie a Euroest cultura), Vicenza e presso le “Italia-Russia/e” di Mestre e Pordenone.
L’inesorabile calo di domanda del russo, anche nella mia regione, di fronte all’attuale politica guerrafondaia russa, suscita svariate riflessioni.
La lingua russa è percepita oggi come strumento di morte e barbarie, a causa dell’invasione russa dell’Ukraìna, benché anche migliaia di Russi ne siano le vittime. Che sofferenza per chi la insegna! Ne ha persa di attrattiva, anche per l’impossibilità di organizzarvi dei viaggi scolastici.
Eppure pochi docenti di russo e russisti italiani prendono posizione su questa guerra: l’Air, cui sono iscritta, dopo un comunicato del 25 febbraio 2022 sullaggressione russa, prosegue le attività abituali, assemblee, corsi, convegni, scambi coi colleghi russi. Le Associazioni Italia-Russia, gli istituti e centri di lingua e di cultura russa sono in totale silenzio su una guerra che è lì, spietata, a mietere vittime e voluta dalla Russia di Putin. La rivista Slavia, che non pubblica mai articoli “politici”, finalmente nel n°1/2024 ne ha pubblicati due su Aleksej Naval’nyj, ahimè morto. Ma ancora non parla di questa guerra.
Chi si esprime di più su questa tragedia è Memorial Italia, per la sua stessa natura: produce denunce su violenze e iniquità perpetrate in Russia e su Russi. Comunicati, traduzioni da siti russi, e organizza iniziative politiche e culturali. Fra il 2022 e il 2023 ha curato tre libri: 1) Ucraina assedio alla democrazia; 2) Russia anatomia di un regime; 3) Il conflitto russo-ucraino e l’ordine internazionale. Ma tacciono troppi docenti e russisti su questa guerra, che è anch’essa una manifestazione di civiltà (o inciviltà) russa. Da insegnanti abbiamo anche il compito educativo di indicare quando non si può solo stare a guardare. Alcuni docenti non hanno le idee chiare; molti soffrono in silenzio; per altri la cultura è la sola arma contro la violenza. Comunque fra russisti e docenti di russo italiani percepisco un forte imbarazzo nel condannare la Russia per l’aggressione all’Ukraìna. Perché? Quattro appaiono le ragioni principali:
1) Alcuni subiscono la propaganda filorussa e la pubblicistica che considera la difesa nazionale degli Ukraìni una guerra “per procura” tra Usa e Russia, entrambe per me inaccettabili.
2) Condannando la Russia sembra di colpire il suo patrimonio culturale e letterario. No! Condanniamo l’aggressione russa in nome di elementari principi civili, e anche del patrimonio culturale russo e dei valori trasmessi all’umanità da scrittori e scienziati russi. Ci sono tanti oppositori russi a questa aggressione.
3) Molti russisti formatisi prima del crollo dell’Urss (1991) hanno un legame sentimentale con quella Russia “presidio dal capitalismo e dall’imperialismo”, per la quale scelsero di studiare il russo. Si rendano conto che quella Russia non c’è più. Oggi vi domina un’oligarchia del petrolio, finanziaria, mafiosa, altro che socialismo! Secondo Katia Margolis, infatti, “Oggi in Russia al Comunismo si è sostituito un regime psico-fascista di ex-colonnelli del KGB che sognano di ritrovare il vecchio impero [3]. Ex-čekisti al potere, dunque, alleati degli oligarchi. Ma “non esistono ex-čekisti” dice Vera Politkovskaja (da Una madre, 2023 p. 38): un agente del KGB, quale fu V. Putin, non cambia mentalità, né stile di lavoro (sospettare-mentire-uccidere).
4) Il mito della “grande madre Russia” ci ha condizionati: è stato percepito come russo tutto quanto fu creato entro i confini dell’impero russo e sovietico, anche se russo non era. Ukraìni, baltici, siberiani, caucasici, ecc., tutti “russificati”, sudditi dello zar prima e dellURSS poi. Sono definite russe le loro opere, a dispetto di nazionalità, lingue, culture locali. Un nazionalismo russo davvero ingombrante. Gli Ukraìni non sono russi. Quanti scrittori ukraìni passano per russi? Ma nell’impero si poteva scrivere e studiare solo in russo. Gogol’, Čechov, Bulgakov, Šolochov e altri, avanguardie, futuristi, costruttivisti (Tàtlin, Malèvič, i Burljùk, Kručënych, la Delaunay) tutti nati e cresciuti in Ukraìna. Lo stesso per tanti registi, scienziati, e matematici. Per edificare il socialismo in Urss e in certe carriere di fatto si usava la lingua di Mosca. Se difendevi le nazionalità passavi per “nemico dell’internazionalismo proletario”.
E così sono definite “anticorusse” letteratura e istituzioni della Rus’ kieviana dei secoli X-XII, che dominava fino al mar Nero, quando la Russia (“pianura sarmàtica”) ancora non esisteva come entità statale. Mosca è citata dal 1147; Kyjiv fondò Pskov, Vladimir, Novgorod, era nota dal VI sec. È un errore storico credere “russi” (nel significato odierno) i testi scritti in rus’ che era l’antica lingua di Kyïv (Rus’ deriva dal nome del fiume Ros’ e da Roos, svedesi, poiché i primi principi di Kyjiv erano scandinavi). Ma questo ci è stato insegnato e abbiamo insegnato, leggendo quei testi in versioni russe posteriori. L’Ukraìna ha una storia e una civiltà molto più antiche di quelle russe. La Moscovia sorse quando Kyjiv era già stata distrutta dai Mongoli (1240) e fu chiamata Rossìja dalle corti europee. Dal XVII sec., ecco il nome Ukraìna (significa: presso il confine) dato allantica Rus’, e poi “Piccola Russia”. I nomi ukraìni furono deformati nella lingua degli zar: città come L’viv, Rìvne, Černýhyv, ecc. in L’vov, Rovno, Černìgov, il nome Mykolàya in Nikolàj, Sèrhij in Sergèj; i fiumi Dniprò e Buh in Dnepr, Bug, ecc). L’Armata rossa impedì col sangue la Repubblica Popolare Ukraìna (1917-1920), benché Lenin avesse teorizzato l’autodeterminazione dei popoli. Nel 1922 l’Ukraìna entrò nella Federazione di Repubbliche Socialiste Sovie- tiche (FSSR). Tutte paritetiche, in realtà ubbidivano a Mosca. Milioni di contadini ukraìni morirono per carestia (1932-1933) voluta da Stalin. E quanti scrittori al gulàg o finiti in fosse comuni. Dopo la devastante invasione (1941) del Terzo Reich, ci fu la ricostruzione secondo i piani di Mosca. Nel 1954 Chruščëv restituì all’Ukraìna la Crimea, che le apparteneva fisicamente, ma era stata turca fino alla fine del XVIII secolo. Molti Russi e Ukraìni sono imparentati, molti Ukraìni parlano russo. Ma se Russi e Ukraìni sono “fratelli” (slogan caro alle élites russe e sovietiche), allora il “fratello” più grosso ha sempre spadroneggiato sul più piccolo. E se fossero davvero fratelli, le truppe russe non sarebbero lì a massacrarli. Ukraìna? Dal XVII sec. una colonia russa e poi sovietica.
Il mito della “grande madre Russia” ci ha condizionati. Ad esempio fra gli scrittori vittime dei gulàg tutti hanno sentito nominare P. Florenski o V. Šalamov, perché sono russi; chi conosce un Michajlo Draj-Hmara o un Vasyl’ Stus? Non erano certo da meno, ma erano ukraìni, solo qualche studioso li conosce. La Russia non è sacra, criticare la politica russa di oggi è un dovere dei russisti e dei docenti di russo, per salvare quanto di meglio essa ha dato e può ancora dare. Il presidente Putin, che ha massacrato oppositori e Ceceni, Georgiani, Siriani, ha come alibi ideologico “l’idea russa” e l’eurasiatismo, come uno slavofilo reazionario dell’800. Pare ispirarsi addirittura a Ivàn IV (“Dio stesso ordina di obbedire ciecamente al principe”). I suoi ideologi il patriarca Kìrill e Aleksandr Dùgin in testa sbraitano che il “mondo russo” è aggredito da un “Occidente in decomposizione” (da Vera Politkovskaja, Una madre, op. cit, p. 9). Disprezzano Gorbačëv e Chruščëv, che cercavano la pace mondiale. Oggi l’ex-impero russo vuole una revanche imperiali- stica, ma l’Ukraìna è una Repubblica indipendente dal 1991, uno Stato sovrano, con una Costituzione in vigore dal 1996. In realtà apparve già nella Costituzione sovietica del 1924. Invece per la Russia è  una “provincia” russa.
La giustificazione dell’ingiustificabile aggressione russa a un paese sovrano è l’allargamento in Europa della Nato. Cosa innegabile che disturba anche gli europeisti. Ma è l’aggressività di Putin a rafforzare la Nato. Paesi neutrali, come Svezia e Finlandia, decidono oggi di farne parte, temendo la Russia. “Quando l’Ukraìna entrerà nell’Europa, l’Europa non esisterà forse più” dice Putin; e il suo fanatico propagandista Solov’ev e il suo “scudiero” Medvedev giù con minacce sgangherate. Davvero la Russia proseguirà e amplierà la guerra, e con armi nucleari?
Questa “guerra di conquista” (così la chiama Memorial Italia) è lultima risposta a Evromajdan (“piazza per l’Europa”, Kyïv, 2013), protesta popolare per l’ingresso nella Ue e il “No” alla corruzione. Nel 2004 la “rivoluzione arancione” aveva chiesto elezioni non truccate. Putin, che non gestiva più l’Ukraìna, nel 2014 vi provocò una guerra civile (nel Donbass russofono) pretesto della futura invasione russa, e istituì due Repubbliche separatiste filo-russe, tramite referendum non controllati dall’Ocse. Nella Crimea occupata (2014), analogo referendum. Ecco perché nel 2016 l’Ukraìna ha chiesto aiuto alla Nato, per il non rispetto da parte di Mosca di trattati firmati (Memorandum di Budapest, 1994 e Trattato dellAmicizia, 1997) che prevedevano lintegrità territoriale ukraìna. Attuale quadro tragico: truppe “russe” di mercenari, ceceni, galeotti e giovani arruolati per povertà in varie repubbliche della Federazione russa, compiono crimini di guerra su civili ukraìni inermi. Perché? Perché l’Ukraìna vuole entrare nell’Unione Europea.
La Russia post-comunista avrebbe dovuto perseguire – lo progettava Gorbačëv – i valori fondanti dell’Ue (diritti civili; collaborazione dei popoli; rifiuto delle guerre; libera circolazione di persone, cose, idee), quelli della Carta dellOnu, nel cui Consiglio di Sicurezza siede dal 1945. Invece i suoi leader hanno imitato l’Occidente peggiore, oligarchico e mafioso. Finché la Russia aggredisce, gli ukraìni si difenderanno. Quanti morti farà ancora Putin, col pretesto della “denazificazione”, fatta per conto dello Stato russo dal battaglione Wagner fondato da un neo-nazista? Sì, Stepàn Bandèra “eroe nazionale” ukraìno collaborò col Terzo Reich, nellillusione di liberare il suo paese dal dominio russo e polacco. Ribellatosi poi ai nazisti e recluso in un lager (1941-1944), fu ucciso da un agente sovietico (1959). Per gli Ukraìni rappresenta la lotta per l’indipendenza. Prima di essere guerra fra Usa e Russia, questa è la resistenza del popolo ukraìno per la libertà. Ya Grusha Possamai, docente ukraìna alla Statale di Milano, ha scritto su La Repubblica chel’Ukraìna non sarà una colonia russa”.
È dovere di docenti e studiosi di russo spiegarlo. Insegnanti di lingua e civiltà russa, sosteniamo gli oppositori russi alla guerra e al “regno” di Putin. Sono pochi, incarcerati, fuggiti allestero? Aiutiamoli. Non possono parlare? Parliamo noi per loro! Quando si rialzerà la domanda di russo nelle nostre scuole? Facciamo capire che studiare il russo non significa stare dalla parte di Putin (i leader passano, i popoli restano), significa scoprire un universo di umanità, tradizioni, storia, problemi, scoperte. Insomma può servire ad aprire la mente, come tutte le nuove conoscenze.
[1]Dati consultabili, anche su Internet, in Miur, Sillabo della Lingua russa- Licei, 2018-2019 e
[2] Diana Nikolova e Bruno Zanivan (uno degli autori del Sillabo, cfr. Nota 1) Inoltre, M. Bottacin, C. Costa, M. Dal Bo, Ju. Guerachtcheko, N. Loupenkova, A. Mandracchia, Ala Marčuk (con continuità didattica), e altri. I “pionieri”: Laura Pasut (liceo Canova), Claudia Criveller (Turistico Mazzotti), Gina Pigozzo (liceo Linguistico Duca degli Abruzzi e Commerciale Riccati). Alle iniziative di TV hanno collaborato G. Pigozzo, Marina Pastore, Andrea Franco, Elisa Cadorin, Davide Giurlando, Ala Marčuk, B. Zanivan, C. Criveller, Marina Bottacin, D. Nikolova e il compianto prof. Sergio Pescatori dell’Università di Venezia e Verona.
[3] in Andrea Priante, “Katia Margolis lartista vestita di giallo e blu” (Il corriere del Veneto, 24 febbraio 2023).

CREDITI FOTO: Catedral de San Basilio, Mosca, Russiaa, 3 oct 2016, Wikimedia Commons



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