Che cosa ci dice il sacrificio delle donne iraniane

Le democrazie possono dirsi tali solo se nel loro dna hanno ben saldi i diritti delle donne come diritti universali e la laicità delle istituzioni.

Monica Lanfranco

Il telegiornale più importante della giornata, quello delle 20 di Rai1 nella serata del 25 settembre, a una manciata di ore dalla fine dello ormai storico voto, ha dedicato in apertura l’edizione alla lotta delle donne Iraniane contro il regime fondamentalista islamico.

Dopo l’assassinio di Mahsa Amini, la giovane di origine curda il cui nome è ormai diventato un hashtag planetario, massacrata di botte dalla feroce polizia morale per non avere indossato correttamente il velo un’altra ragazza è stata uccisa dalla polizia durante le manifestazioni di piazza che stanno infuocando il martoriato paese: Hadis Najafi, 20 anni, abbattuta con sei colpi di arma da fuoco resterà per sempre nella memoria collettiva come la ragazza che si lega i capelli biondi in una coda, e si incammina verso la protesta, andando a morire perché desidera essere libera dal velo.

Le notizie dall’Iran arrivano frammentate, attraverso canali di fortuna, vista la censura del regime che sta bloccando tutti gli accessi a internet, e restituiscono immagini di proteste nelle quali in prima fila a bruciare i veli ci sono donne di ogni età ma anche molti uomini che le aiutano a scappare e le proteggono quando la polizia arriva per arrestarle: così la dedica del primo tg nazionale crea emozione perché di rado quella che è definita l’ammiraglia dell’informazione italiana si sbilancia.

Noi, nell’attonimento e nella preoccupazione post elettorale, non dobbiamo però distrarci rispetto all’enormità di ciò che sta accadendo nel paese che dal 1979 fino a oggi ha trainato la scellerata e pericolosa rimonta dell’islamismo politico, soffocando nel sangue ogni tentativo di cambiamento e di secolarizzazione del paese e dell’area geopolitica.

Nadia Somma, attivista e blogger, commentando mestamente l’annunciata vittoria della destra in Italia avanzava una ipotesi suggestiva: potrebbe essere che mentre in Europa, (persino nella democratica e avanzata Svezia, per anni faro dei diritti delle donne ed esempio da seguire), si va allungando l’onda buia della restaurazione il vento della riscossa contro la teocrazia e la destra possa arrivare proprio dal paese dei melograni?

Nel mondo oggi l’ispirazione per la lotta contro la violenza sulle donne e per la loro liberazione è diffusa e ingente in tutto il mondo, ma è indubbio che in prima fila ci sono nomi come quelli di Masih Alinejad, instancabile attivista autrice del libro Il vento fra i capelli, di Maryam Namazie, che dal 2014 anima la Secular Conference, e che ha promosso le potenti manifestazioni a Londra in appoggio alla lotta delle sorelle iraniane, oltre alla giovane afgana Malala passando per le donne curde, tutte accumunate dall’esperienza di vivere, o aver vissuto, in un regime teocratico e totalitario.

Perdere la libertà per i violenti arresti, o addirittura la vita come accaduto a Mahsa Amini e Hadis Najafi ci ricorda che ogni assortimento della destra globale si rafforza attraverso l’alleanza con le religioni usate come strumento politico, e oggi l’islam politico con il suo progetto di stato teocratico è una minaccia potente e reale sul pianeta.

Sappiamo anche molto bene che le democrazie possono dirsi tali, a ogni latitudine, solo se nel loro dna hanno ben saldi i diritti delle donne come diritti universali, che possono prosperare solo in presenza della laicità delle istituzioni.

Difendere la laicità e tenere a mente, come ci ricordano le iraniane con lo slogan Donna, vita, libertà che “l’unico #hijab buono è quello che è stato dato a fuoco da una donna libera” è un dovere per noi, che da questa parte del pianeta abbiamo, con fatica e non per sempre, costruito diritti da condividere con chi fugge dalle dittature.

(credit foto EPA/CLEMENS BILAN)



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