E se i nostri governi decidessero una volta per tutte e, seriamente, di occuparsi del mondo del lavoro?

Un rapporto della Fondazione Di Vittorio su salari e occupazione in Italia mostra una situazione critica che necessità di interventi tempestivi.

Massimo Congiu

Agli inizi di novembre CGIL nazionale e Fondazione Di Vittorio hanno promosso un convegno dal titolo “Salari e occupazione in Italia” sulla base del rapporto curato dal ricercatore della FDV, Nicolò Giangrande. È stato un incontro per fare il punto della situazione in questo ambito e mostrare l’andamento della medesima che non appare incoraggiante. I dati resi noti nell’occasione ci consentono di fare un paragone fra i livelli salariali e occupazionali italiani e quelli del resto d’Europa. Il calo dei salari è generale ma vi sono differenze che saltano all’occhio fra quello che succede dalle nostre parti e la situazione rilevata negli altri paesi del continente.

C’è da premettere che lo studio ha chiaramente tenuto conto del quadro pandemico venutosi a creare con la diffusione del Covid-19 a livello mondiale. Come spiega Collettiva del 2 novembre scorso in un articolo dedicato al convegno, la pandemia ha dato luogo a una triplice crisi: sanitaria, sociale ed economica, con effetti globali. Tornando alle cose di casa nostra, vi è comunque da dire che il pur grave andamento della pandemia in Italia nel 2020 non basta a spiegare la situazione negativa esistente nel nostro paese in ambito salariale e occupazionale e le già menzionate differenze individuate, da questo punto di vista, rispetto agli altri paesi europei.

Vediamo che, secondo la ricerca, nell’Eurozona il calo salariale è stato del 2,4%, in Italia del 7,2%. Ancora, in Italia la situazione dei salari risulta essere particolarmente negativa dal punto di vista dell’addensamento nelle basse qualifiche professionali. Scrive Collettiva che “nei due raggruppamenti più bassi della distribuzione dell’occupazione dipendente per gruppi professionali, l’Italia ha il 34% degli occupati contro il 27,8% dell’Eurozona”.

Abbiamo 3 milioni di precari, 2,7 milioni di persone che lavorano in part-time non per loro scelta, 2,3 milioni di disoccupati ufficiali (quasi 4 milioni, secondo la Fondazione Di Vittorio, in termini di disoccupazione sostanziale).

I dati sono eloquenti, mostrano una situazione critica che abbisogna di interventi tempestivi con i quali provare a correggere queste storture. Sarebbe ora, perché a tutt’oggi non sembra che siano stati effettuati seri e concreti investimenti a favore del mondo del lavoro. Veniamo da recenti stagioni politiche che sono state la negazione della sensibilità e dell’attenzione alle tematiche del lavoro; il jobs act è forse la prova più lampante di questo andamento insostenibile. Servono interventi che amplino le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, che siano un incentivo per i giovani, che combattano in modo concreto ed efficace la precarietà esistente in diversi settori e che rendano dignità alla figura del lavoratore anche con aggiustamenti salariali. E che dire della mortalità nei posti di lavoro?

Secondo la dirigenza sindacale è necessario rafforzare la contrattazione per ottenere una legge sulla rappresentanza che tolga terreno ai “contratti pirata”. Hanno ragione la vicesegretaria generale della CGIL Gianna Fracassi e la segretaria confederale Tania Sacchetti quando dicono che, sul piano della legge di Bilancio e del Pnrr, c’è bisogno di calibrare gli investimenti per creare “nuova occupazione”, ma “un’occupazione di qualità” in uno scenario caratterizzato dall’assenza di passi indietro “sulla revisione delle protezioni sociali”, con un impegno per la riforma degli ammortizzatori sociali fino a rendere il sistema universale.

Tutto questo per restituire al lavoro la valenza di strumento per l’inclusione e l’emancipazione sociale. Per una società basata sulla partecipazione e sull’equità e non sull’esclusione che inevitabilmente crea sacche di disagio e accresce la tensione sociale. Si tratta di una scelta da fare in nome della democrazia e del rispetto del primo articolo della Costituzione che definisce l’Italia “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

 

(credit foto ANSA/TINO ROMANO)



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