Sale la tensione tra Grecia e Turchia

Uno scontro pericoloso perché potrebbe portare a una spaccatura all’interno della Nato. E che si gioca anche sulla pelle dei migranti.

Velania A. Mesay

Cresce ancora la tensione nel Mediterraneo orientale dopo che lo scorso 28 agosto la Turchia ha accusato la Grecia di aver utilizzato il sistema di difesa aerea S-300 su alcuni caccia F16 turchi che sorvolavano il Mar Egeo. Atene ha respinto le accuse, ma a oggi i toni non si sono ancora calmati. Anzi, il dialogo tra i due Paesi continua a inasprirsi. Pochi giorni fa il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato che Atene ha dispiegato dei mezzi corazzati statunitensi sulle isole di Lesbo e Samo, in violazione agli accordi di diritto internazionale, e che per questa militarizzazione delle isole dell’Egeo potrebbe pagare “un caro prezzo”. Dichiarazioni che arrivano dopo che Ankara aveva già minacciato la Grecia di poter “arrivare da un giorno all’altro, all’improvviso”. Il premier conservatore greco, Mītsotakīs, non ha fatto tardare la sua replica e durante la cerimonia per l’inaugurazione di una nuova nave da guerra ha detto che “chiunque violerà i confini sarà punito”.

Il contrasto tra le due nazioni affonda le radici in questioni passate, prima su tutti: il contezioso sull’isola di Cipro. Il 36% dell’isola fu occupata nel 1974 dai turchi in risposta al golpe messo in atto dagli ultranazionalisti greco-ciprioti, membri del movimento EOKA. Da allora l’isola è de facto divisa tra la Repubblica greca di Cipro e la Repubblica turca di Cipro del Nord. Quest’ultima ha proclamato la sua nascita nel 1983 nonostante non sia mai stata riconosciuta a livello internazionale. E proprio su questo riconoscimento si sta scaldando lo scontro. Durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 15 settembre, il presidente turco ha affermato che l’unica soluzione per la questione cipriota è il riconoscimento di Cipro del Nord e lasciare che “i turco-ciprioti abbiano gli stessi diritti e che venga riconosciuta la loro sovranità”. Parole alle quali si aggiungono le affermazioni del ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, che ha annunciato l’aumento della presenza militare turca a Cipro dopo che Washington ha dichiarato di voler togliere l’embargo sulle armi militari all’amministrazione greco-cipriota.

Uno scontro che viene giocato anche sulla pelle dei migranti, utilizzati come arma di ricatto, per sanare le controversie che dividono le due parti, sia nelle isole dell’Egeo che nella stessa isola di Cipro. A largo delle isole di Lesbo, Samo, Chios e Kos sono ormai più che tristemente noti i respingimenti illegali verso la Turchia che la guardia costiera ellenica compie quotidianamente violando la legge internazionale sui diritti umani. Solo dall’inizio dell’anno sono state più di 33 mila le persone migranti respinte: alcune di loro direttamente in mare, altre invece, una volta approdate nelle isole greche, sono state prese, picchiate, spesso anche derubate dei pochi oggetti che avevano con sé e forzate a rimettersi in acqua per essere riportate verso le coste turche. L’incremento dei respingimenti nelle isole dell’Egeo ha portato come conseguenza diretta lo spostamento del flusso migratorio verso nuovi canali d’accesso all’Europa, come Cipro. La Repubblica greco cipriota è diventata la nazione con più richiedenti asilo pro capite di tutta l’Ue. Il primo ministro greco cipriota, Nicos Nourris, accusa la Turchia di impiegare i migranti come strumento per destabilizzare la Repubblica. Lo stesso ministro, a febbraio, aveva dichiarato che “l’atteggiamento della Turchia ha portato alla creazione di una nuova rotta migratoria nel Mediterraneo orientale, che grava in modo sproporzionato su Cipro e mette a dura prova il sistema nazionale di asilo”. La maggior parte dei migranti riesce ad accedere via terra attraversando la frontiera, sorvegliata dai caschi blu dell’Onu, che divide le due Repubbliche. Altri invece arrivano nell’isola via mare dalla Turchia o dal Libano: quest’ultimo si è recentemente trasformato in territorio di partenza per migliaia di libanesi che tentano di fuggire in seguito al crollo economico del Paese. Si tratta di un viaggio estremamente pericoloso. Il Libano dista più di 170 chilometri da Cipro e attraversarli spesso si trasforma in un incubo in cui ci sono alte probabilità di perdere la vita. Proprio lo scorso 22 settembre un’imbarcazione partita da Tripoli con a bordo 150 persone è naufragata. Il bilancio per ora è di 94 morti e decine di dispersi.

La questione dei richiedenti asilo nell’isola è sull’orlo del baratro. Il campo profughi di Pournara, nella Nicosia greca, versa in condizioni disastrose, per il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e l’insicurezza alimentare.

Altro versante sul quale Atene ed Ankara disputano un importante partita è quello dei giacimenti di gas naturale presenti nel sottosuolo in aree rivendicate da entrambe le parti. Ad agosto Eni ha annunciato di aver trovato dei giacimenti di gas nei fondali a largo dell’isola di Cipro: in una delle aree rivendicate da entrambe le parti. Ankara ha già dichiarato l’intenzione di intervenire per impedire a Cipro di sfruttare commercialmente i giacimenti di gas già scoperti e quelli che potrebbero essere scoperti in futuro nelle aree contese.

Gli analisti hanno sottolineato come la crescente tensione tra Grecia e Turchia sia pericolosa perché potrebbe portare a una spaccatura all’interno della Nato in un momento in cui l’unità è più che mai necessaria per far fronte alla guerra in Ucraina.

Ieri il ministro degli Esteri greco, Nikos Dendias, durante un’intervista rilasciata a “Proto Thema” ha dichiarato che Atene è pronta al dialogo ma solo se la Turchia la smetterà con le provocazioni.

Credit foto: Recep Tayyip Erdoğan, fonte Presidency of Republic of Ukraine, via Wikimedia Commons; Kyriakos Mītsotakīs, fonte www.kremlin.ru, via Wikimedia Commons.



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