La salute globale oltre l’emergenza

Affrontare l’attuale pandemia riconoscendo il carattere trasversale delle sfide sanitarie, climatiche, assistenziali e socio-economiche e senza perdere di vista le altre epidemie e malattie croniche. Le raccomandazioni del Network italiano Salute Globale.

Redazione

«L’attuale emergenza sanitaria richiede con urgenza la definizione e il rafforzamento di strategie di breve termine per accelerare lo sviluppo, la produzione e distribuzione di vaccini, strumenti diagnostici e terapeutici contro la Covid-19. Tuttavia, è importante riconoscere che la pandemia non è la grande causa della crisi in cui imperversa la sanità globale; piuttosto, questa ha portato alla luce, in modo violento e drammatico, debolezze e carenze, in termini di investimenti e scelte politiche, che caratterizzano da decenni i sistemi sanitari a livello mondiale». C’è bisogno di una risposta globale condivisa, che riconosca il carattere trasversale delle sfide sanitarie, climatiche, assistenziali e socio-economiche.

È la sollecitazione che viene dal report “La salute globale oltre l’emergenza” realizzato dal Network italiano Salute Globale, nell’ambito del progetto “Global Health 4 all” coordinato da Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo, con la collaborazione di Amref Health Africa, Medicus Mundi Italia e World Friends.

L’approccio giusto, secondo il Network, è quello che va sotto il nome di “One Health” e che si fonda sulla necessità di cambiamento del modello di produzione e consumo per favorire atteggiamenti, azioni e forme di partecipazione attiva per ottenere una gestione più sostenibile delle risorse naturali del pianeta, nell’interconnessione tra persone, animali, piante e il loro ambiente condiviso. Una necessità che la pandemia, che tra le proprie concause annovera anche l’antropizzazione degli ecosistemi, ha reso manifesta.

Tra le raccomandazioni ai leader del G20, ideale destinatario del report, oltre all’elaborazione di politiche di salute globale di lungo periodo, tenendo conto del principio di solidarietà e sostenibilità sanitaria globale, c’è la sollecitazione a riconoscere strumenti diagnostici, ricerca, terapie, farmaci e vaccini utilizzati nella lotta contro la Covid-19 e contro tutte le altre malattie ed epidemie come beni pubblici globali; ad appoggiare la proposta avanzata da India e Sudafrica in sede di Organizzazione mondiale del commercio per la sospensione di tutti i diritti di proprietà intellettuale relativamente a prodotti e tecnologie utilizzati nella lotta alla Covid-19, al fine di consentirne la produzione in scala necessaria per soddisfare il fabbisogno globale; nonché a sostenere l’incremento dello spazio fiscale per i governi dei Paesi più poveri, affinché possano investire in sistemi sanitari resilienti e a promuovere la cancellazione del loro debito al fine di liberare maggiori risorse da impiegare per rafforzare i sistemi sanitari e reagire efficacemente alla pandemia attuale e a quelle future.

Si prenda il caso dell’Africa. Qui l’organizzazione sanitaria è particolarmente fragile e la Covid-19 si è aggiunta alle cause di morte abituale quali malaria, diarrea, polmoniti, malnutrizione… Come denuncia il report, «in questo periodo le morti per le malattie abituali flagello dell’Africa sono aumentate, proprio per minore personale sanitario, per difficoltà logistiche di approvvigionamento farmaci e trasporto di persone che necessitano di essere spostate in centri sanitari più attrezzati. Se in questo periodo fosse possibile immunizzare il personale sanitario e una quota significativa della popolazione africana, potrebbe essere possibile prevenire una tragedia ancora più grande».

Ma la situazione dal punto di vista vaccinale non è rassicurante. «Al 31 maggio 2021, l’Africa conta 4.895.960 contagi e 131.323 decessi legati alla Covid-19 [ma è probabile che i numeri della pandemia siano sottostimati], con un amento dei contagi del 14% (fonte www.worldmeters.info/coronavirus). Il Sudafrica rappresenta il Paese più colpito del continente, con 1.577.200 di casi e 54.237 decessi. A seguire, Marocco (509.972 casi e circa 9.005 decessi), Tunisia (303.584 casi e 10.444 decessi), Etiopia (254.044 casi e 3.605 decessi) ed Egitto (224.517 casi e 13.167 decessi). Per raggiungere l’obiettivo di vaccinare almeno il 60% della popolazione (circa 780 milioni di persone) il continente africano avrà bisogno di 1,5 miliardi di dosi di vaccino che, secondo le stime attuali, potrebbero costare tra gli 8 e i 16 miliardi di dollari, con costi aggiuntivi del 20-30%, per il programma di distribuzione vaccinazione. Secondo l’Africa Centres for Disease Control and Prevention (Africa Cdc) al 28 aprile, le dosi di vaccino Covid-19 ricevute dal continente africano sono oltre 36 milioni, ma ne sono state somministrate solo 15 milioni. Il Paese che ha somministrato più dosi è attualmente il Marocco, con oltre 10 milioni di somministrazioni. A seguire, Nigeria (964.387), Ghana (599.128) e Kenya (340.121)».

L’Oms auspica di vaccinare il 20% della popolazione africana entro la fine del 2021 ma tra i 47 Paesi che afferiscono alla regione africana dell’Oms, solo un quarto ha piani adeguati a risorse e finanziamenti.



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