Se la salute è una questione di classe

I dati a nostra disposizione non lasciano dubbi circa la correlazione tra povertà, suscettibilità alle malattie, minore durata di vita sana e superiore mortalità. Se abbiamo a cuore la salute individuale e pubblica, dunque, è urgente e necessario contrastare la povertà socioeconomica sia all’interno dei singoli Paesi che fra le diverse zone del mondo. A partire da un’equa distribuzione dei vaccini anti-Covid.

Silvio Garattini

Vaccinare tutto il mondo
La pandemia indotta dal virus Sars-CoV-2 ha fatto emergere la necessità di riflettere ulteriormente sulle determinanti socioeconomiche che hanno prodotto nuove diseguaglianze. Molte ricerche che hanno utilizzato questionari o inchieste dirette hanno evidenziato come ad esempio il lockdown abbia generato un impatto psicopatologico maggiore nelle famiglie che vivevano in piccoli appartamenti. È chiaro infatti che la clausura è più sopportabile per chi ha a disposizione una villa con giardino…

Il problema delle diseguaglianze acquista poi un significato più ampio se guardiamo al mondo intero e alla disponibilità dei vaccini, l’unico modo per contrastare, almeno per ora, il diffondersi della pandemia. In tempi record ne sono stati messi a punto diversi. Quattro sono quelli attualmente giudicati efficaci con un rapporto benefici-rischi molto favorevole. Sono tutti basati sulla possibilità di veicolare il materiale genetico per produrre una parte della proteina S, quella che costituisce le punte, spikes, esterne al virus. La presenza della proteina S, estranea all’organismo umano, determina reazioni immunitarie, umorali e cellulari, che per il momento non sappiamo quanto tempo dureranno. Due di questi vaccini (Pfizer e Moderna) sono costituiti da nanoparticelle lipidiche, mentre altri due (AstraZeneca e Johnson & Johnson) sono caratterizzati da un vettore virale che non è in grado di riprodursi. Infine solo il vaccino Johnson si utilizza a una sola dose, mentre gli altri tre ne richiedono due da somministrarsi in tempi diversi. Allo stato attuale non è possibile stabilire una graduatoria fra i quattro vaccini perché non sono disponibili ricerche comparative. Ognuno di essi è stato infatti studiato su popolazioni non confrontabili in termini di età, fattori di rischio e grado di esposizione al virus.

Se l’incapacità comunicativa dei nostri governi e delle nostre autorità sanitarie ha generato ritardi, contraddizioni, dubbi e grande confusione, il problema è molto più grave a livello mondiale, perché ci sono continenti come Africa e Sud America in cui la vaccinazione copre ancora una percentuale bassissima della popolazione. Le multinazionali che producono i vaccini si sono attrezzate per mettere sul mercato le dosi necessarie per i Paesi ad alto reddito, dimenticando, si fa per dire, che bisogna vaccinare tutto il mondo. Se lasciamo che il virus continui a circolare permettiamo infatti che ci sia il tempo per esprimere varianti – cioè mutazioni – che non restano confinate ma che, data la globalizzazione, ritornano da noi con la possibilità che siano insensibili ai vaccini disponibili. La variante cosiddetta “delta”, di origine indiana, ha per esempio sconvolto i piani vaccinali del Regno Unito, perché non è contrastata da chi ha fatto una sola dose di vaccino e ha quindi richiesto un’accelerazione della seconda dose. Fortunatamente, ma sono dati iniziali, sembra che questa variante sia sì molto più contagiosa del virus originale, ma meno aggressiva, in parte perché molte persone sono già vaccinate.

Vaccinare tutto il mondo, dunque, non è un atto di beneficienza: oltre a essere un atto di giustizia in sé, è anche una forma di “sano” egoismo, perché vaccinando i cittadini dei Paesi a basso reddito proteggiamo anche i cittadini dei Paesi ad alto reddito.
Bisogna quindi passare il più presto possibile – ma avremmo già dovuto farlo – dalle parole ai fatti. Ci mancano 8 miliardi di dosi! Occorre produrle, respingendo le troppe voci certamente non disinteressate che hanno frenato accordi con le multinazionali per ottenere questa mega produzione.
Il presidente statunitense Joe Biden ha richiesto la temporanea sospensione del brevetto proponendo licenze obbligatorie, suscitando notevoli proteste basate sull’affermazione che senza brevetto non ci sarebbe più ricerca. Si dimentica che la morte di altri quattro milioni di persone non è accettabile. Le multinazionali hanno perso una buona occasione per mostrare solidarietà tanto più che esse stesse hanno potuto produrre vaccini attivi usufruendo dei risultati della ricerca di base non brevettata, della notevole quantità di miliardi di dollari ottenuti da governi e fondazioni non-profit, nonché della generosità di centinaia, migliaia di cittadini che gratuitamente si sono sottoposti ai rischi della sperimentazione.

L’idea dominante che ci vogliano molti anni prima di estendere le vaccinazioni ai Paesi con basso reddito è peraltro smentita da un documento della organizzazione Public Citizens. Per produrre 8 miliardi di dosi del vaccino Moderna l’organizzazione ritiene necessario un anno di tempo (se avessimo cominciato per tempo…) e un costo di 23 miliardi di dollari Usa. Tutto è stato calcolato nei dettagli. I primi sei mesi sono necessari per realizzare le strutture, mentre nei secondi sei mesi si potrebbe cominciare la produzione e quindi le vaccinazioni nei Paesi a basso reddito. Bisogna produrre 842,1 kg di mRNA e sono necessari 4.620 dipendenti che lavorino in 14 strutture e su ben 55 linee di produzione. Alcune strutture potrebbero essere realizzate in Africa e in Sud America per essere così disponibili anche per la produzione di vaccini per altre patologie.
La possibilità di vaccinare il mondo è quindi a portata di mano. Dipende solo dalla volontà dei governi dei Paesi ad alto reddito.
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