Il benessere psicologico del personale sanitario in tempo di pandemia

Un anno di pandemia ha messo a dura prova i lavoratori della sanità, anche sul piano del benessere psicologico. È urgente un intervento strutturato di monitoraggio e sostegno.

Rita Cantalino

L’ultimo anno ha messo pesantemente in crisi il nostro sistema sanitario (e non solo il nostro), incluso il personale, costretto a gestire in condizioni straordinarie e in maniera protratta nel tempo problemi cui era sempre stato esposto in condizioni ordinarie e in maniera diluita. Non è soltanto aumentato il carico di lavoro e la stanchezza fisica, ma ci sono state importanti ripercussioni psicologiche.

Si parla di condizione traumatica del soccorritore quando chi soccorre è costretto a scegliere a chi dedicare le proprie cure. È una condizione documentata negli scenari di guerra o di grandi catastrofi, per cui occorre essere addestrati ad agire con risorse scarse, ad adattarsi e prendere rapidamente decisioni dolorose. Anche se la pandemia non è uno scenario di guerra, secondo il direttore del Dipartimento di Salute Mentale del Fatebenefratelli-Sacco di Milano, Claudio Mencacci, in questa situazione il rischio di burn out o di sindrome da stress post traumatico per i nostri operatori sanitari supera il 50%.

Anche chi era preparato ad affrontare questi scenari non ha retto. Secondo uno studio sulla salute mentale di personale medico e socio sanitario in Cina – incentrato dunque su persone che avevano già subito il trauma dell’epidemia di Sars, a seguito della quale il sistema sanitario cinese aveva elaborato protocolli specifici – si è registrato un aumento dei sintomi di depressione (+50%), ansia (+ 45%), insonnia (+34%) e disagio psicologico generalizzato (+71,5%) in 1.257 operatori di 34 ospedali, operanti in reparti Covid e in seconda e terza linea.

Se chi aveva già avuto a che fare con esperienze simili ha reagito così, cosa è accaduto a chi non aveva esperienze analoghe cui fare riferimento? Uno studio focalizzato sul nostro Paese conferma l’insorgenza di sintomi da stress post traumatico, depressione, ansia e insonnia dovuti principalmente alla paura di contagiare le proprie famiglie e all’esposizione costante all’ospedalizzazione e al decesso di colleghi.

Medical Facts, il sito di informazione e divulgazione fondato da Roberto Burioni, riporta un’indagine sugli effetti psicologici della pandemia su 2.049 medici di base del Piemonte. Ne emerge un aumento di irascibilità, irritabilità, insicurezza, nonché la diminuzione di appetito e sonno. Nel 32% dei casi si registra comparsa di sintomi da stress post traumatico, nel 75% di ansia, nel 37% di depressione. Più esposte le donne, soprattutto giovani. Le cause sono molteplici. Innanzitutto, il radicale cambio di metodo di lavoro e l’esposizione più elevata a rischi (il 48% degli intervistati ha dichiarato di non aver ricevuto indicazioni chiare su come proteggere i propri familiari): a inizio pandemia, essendo raccomandazione generalizzata, in caso di manifestazione di sintomi da Covid, quella di non recarsi in pronto soccorso ma di rivolgersi al proprio medico curante, questa categoria si è vista improvvisamente investita del ruolo di filtro d’accesso al sistema sanitario. Nessuno aveva però fornito informazioni e istruzioni precise (il 61% degli intervistati ha dichiarato di non aver ricevuto indicazioni diagnostiche chiare).

Un ulteriore elemento da considerare è il “danno morale” derivante dall’idea di non aver svolto in maniera ottimale il proprio lavoro a causa di condizioni di scarsità di risorse e personale e per le restrizioni sociali, a maggior ragione in determinate zone, come il Nord Italia, in cui si è stati costretti a operare una selezione sui pazienti da curare e un razionamento dei trattamenti da effettuare.

Condizioni di stress così elevato sono un campanello d’allarme molto inquietante. Per questo l’Istituto superiore di sanità ha pubblicato già lo scorso anno delle indicazioni (in linea con l’orientamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) che auspicano interventi non solo di prevenzione e trattamento dei sintomi ma anche di promozione della capacità di adattamento del personale.

Gli interventi riguardano le professioni sanitarie in tutti i loro aspetti: dall’organizzazione dei ruoli e delle attività alla chiarezza delle comunicazioni e dell’andamento della situazione interna, con particolare attenzione ai processi di condivisione e di lavoro in équipe per ridurre il senso di isolamento e stimolare quello di appartenenza a un gruppo. L’Istituto richiede inoltre che siano favorite modalità omogenee di lavoro tra le diverse unità operative in particolare nella gestione delle comunicazioni con i pazienti e con le loro famiglie, oltre che l’individuazione di meccanismi di valorizzazione degli operatori. Altro aspetto fondamentale è la formazione: non solo ovviamente sulle misure atte a ridurre il rischio di contagio ma sui campanelli d’allarme che possano segnalare l’eccessivo carico di stress e sugli interventi a tutela del proprio benessere psicologico. Fondamentale, inoltre, il monitoraggio dei sintomi, della stanchezza ma anche della tensione e della tendenza ad assumere sostanze come tabacco, alcolici e affini.

Ma tutto questo non basta. La strage dell’ultimo anno ha determinato condizioni psicologiche che in determinati casi hanno condotto al suicidio. Si impone l’attivazione di presidi e supporti psicologici e psichiatrici, anche online se necessario, con specifiche capacità di intervento a seconda del contesto, per le città epicentro di focolai, per chi opera in prima linea e ogni giorno è investito dall’angoscia e dalla depressione dei pazienti, per chi dopo un periodo di forte sovraccarico si trova ad affrontare fasi di dilatazione dei tempi e immobilità forzata.

[Foto Alberto Giuliani / Commons Wikimedia]



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