Perché è importante salvare la diversità bioculturale

Le incalzanti pressioni causate dalle attività umane ci avvicinano sempre più al collasso degli ecosistemi e determinano, ogni giorno, l’estinzione di migliaia e migliaia di specie viventi. Ma in parallelo si sta verificando in ogni parte del mondo anche una massiccia perdita di lingue e culture, un patrimonio di linguaggi e di saperi che avrebbero ancora molto da insegnare su come vivere in modo sostenibile sulla Terra.

Sofia Maffi

(Articolo pubblicato originariamente il 9 dicembre 2020)

La diversità bioculturale

Cosa vi viene in mente quando sentite parlare della “rete della vita”? Probabilmente penserete alla biodiversità, ai milioni di specie animali e vegetali evolutisi sulla Terra fin dalla comparsa della vita, intimamente connessi l’uno all’altro e con gli ecosistemi in cui vivono.

Ma ora tornate a riflettere.

Per migliaia di anni, noi esseri umani siamo stati parte integrante della natura, e ci siamo coevoluti con essa. Nel corso del tempo, persone e popoli si sono adattati ai loro ambienti, traendo da essi il sostentamento materiale e spirituale. Attraverso questo reciproco adattamento, le comunità umane hanno sviluppato migliaia di culture e linguaggi differenti: modi di osservare, conoscere, agire e parlare unici e distintivi, plasmati dalle continue e molteplici interazioni tra gli esseri umani e il mondo naturale.

Questa, dunque, è la “vera” rete della vita: l’interdipendente diversità di natura e cultura, o “diversità bioculturale”, come la definiamo noi di Terralingua.

La diversità bioculturale è l’espressione del vastissimo potenziale della vita sulla Terra. È quel che infonde vitalità e resilienza a questo pianeta – la nostra casa – e che promuove i sistemi vitali che a loro volta ci sostentano. È un dono prezioso, che va custodito e coltivato per il futuro della vita in ogni sua forma – noi compresi.

Eppure, noi esseri umani sperperiamo con noncuranza questo dono di inestimabile valore. La vita negli ambienti urbani ha causato un profondo distacco dal mondo naturale, e ha condotto alla perdita del “legame bioculturale”. Forze globali di carattere economico, politico e sociale stanno rapidamente compromettendo la salute degli ecosistemi e delle culture di tutto il mondo, e stanno mettendo a tacere le voci delle tante lingue esistenti sul nostro pianeta.

La trama stessa della vita, nelle sue manifestazioni naturali e culturali, si sta sfaldando, lasciando il nostro mondo bioculturale sempre più fragile e le prospettive per l’uomo e per tutte le altre specie sempre più incerte.

Si tratta di una “estinzione convergente” della diversità della vita in ogni sua forma. Ma la vita non è qualcosa di sacrificabile: stiamo scioccamente erodendo il terreno sotto i nostri piedi.

Presi dai nostri impegni quotidiani, è forte la tentazione di scrollarsi di dosso il pensiero di tale preoccupante questione. Potremmo frettolosamente convincerci che sia una realtà lontana, qualcosa che avviene in qualche luogo remoto “là fuori”, privo di conseguenze “qui da noi”. Ma non è così. Nessuno è immune dall’impatto della perdita della diversità bioculturale. Tutti ne siamo coinvolti, a prescindere da chi siamo e da dove viviamo: tutti, perciò, abbiamo la responsabilità di agire.

Il legame inestricabile

Sin dagli albori della storia umana, ovunque sulla Terra gli uomini hanno vissuto a stretto contatto con il mondo naturale, interagendo con esso nella consapevolezza che fosse la loro unica fonte di sostentamento: da qui traevano l’aria, l’acqua, il cibo, le sostanze medicinali, il vestiario, il riparo, la soddisfazione di tutti i bisogni materiali e il benessere fisico, psicologico e spirituale. Grazie a questo legame vitale con l’ambiente, nel tempo ogni comunità umana ha acquisito un’approfondita conoscenza delle piante e degli animali che la circondavano e dei processi ecologici locali. Ogni comunità ha sviluppato, inoltre, valori e pratiche che sottolineavano il rispetto per la natura e la reciprocità con essa: in altri termini, attenzione e cura per l’ambiente naturale che ci sostenta.

Questo tesoro di saperi ambientali tradizionali (Traditional Environmental Knowledge, TEK), di valori e di pratiche è stato espresso e trasmesso attraverso il linguaggio. Ecco in che modo lingua, cultura e ambiente sono intimamente – secondo alcuni, inestricabilmente – interconnessi: ovunque, gli ecosistemi locali hanno dato da vivere alle persone; in cambio, i popoli hanno preservato il loro ambiente grazie alla saggezza tradizionale e mediante le attività e i comportamenti radicati in quelle culture e in quei linguaggi.

Oggi, questa connessione bioculturale è ancora forte presso i popoli che hanno mantenuto saldi legami materiali e spirituali con il proprio ambiente, come molte popolazioni indigene e comunità locali. Queste due realtà sono state, finora, le principali custodi del mondo naturale. Laddove hanno avuto la possibilità di salvaguardare gli idiomi dei propri avi e le antiche tradizioni culturali, e dove hanno potuto mantenere il controllo sulla propria terra, hanno agito come custodi capaci e rispettosi, proteggendo gli ecosistemi in cui vivono e dai quali dipendono. Il futuro della diversità bioculturale globale è, allora, strettamente collegato al futuro dei popoli indigeni e delle comunità locali, e al destino della diversità delle loro culture e dei loro linguaggi.

I linguisti stimano che oggi, nel mondo, gli idiomi correntemente parlati siano circa 7.000, suddivisi tra circa 5.000 o 6.000 differenti gruppi culturali. Tuttavia, la distribuzione di questi linguaggi tra la popolazione mondiale non è omogenea: circa metà dell’intera popolazione globale parla solo 25 lingue, ognuna delle quali animata da milioni – in alcuni casi miliardi – di parlanti. Il resto della popolazione mondiale è suddiviso tra le restanti 6.975 lingue, gran parte delle quali è parlata da gruppi piccoli, a volte minuscoli, costituiti soprattutto da popoli indigeni e comunità locali. Ciò significa che la quasi totalità della diversità linguistica e culturale è rappresentata dalle molteplici lingue e culture indigene e locali, tenute in vita da una vasta platea di piccole comunità umane.

Proviamo ora, alla luce di questi fatti, a confrontare su scala mondiale la distribuzione geografica della biodiversità con la distribuzione delle lingue nel mondo (e, di conseguenza, anche delle culture). Diverse mappe elaborate da Terralingua hanno mostrato per la prima volta come vi siano evidenti correlazioni nei modelli di distribuzione di questi due poli di diversità. Le zone con alta biodiversità presentano anche alti tassi di diversità linguistica, cioè un’alta concentrazione di linguaggi diversi su uno stesso territorio. All’opposto, in aree con livelli di biodiversità più bassi si è riscontrata la presenza di un numero minore di linguaggi, ma diffusi in modo più esteso. Tali modelli possono essere interpretati come un riflesso, su scala globale, dell’interconnessione – già evidente a livello locale – tra linguaggi, conoscenze tradizionali e ambiente, e del continuo adattamento delle comunità umane, con i loro linguaggi e le loro culture, alle proprie nicchie ecologiche.

Estinzioni convergenti

È noto che la perdita di biodiversità – la perdita dell’incredibile varietà di specie animali e vegetali attualmente esistenti, e la riduzione del benessere degli ecosistemi che li sostengono – costituisce un enorme problema. I biologi ritengono che siamo nel pieno della sesta estinzione di massa della vita sulla Terra: l’estinzione precedente fu un tragico evento che condusse alla completa scomparsa dei dinosauri non aviani, circa 65 milioni di anni fa. I ricercatori sottolineano, inoltre, che l’estinzione di massa attuale è la prima ad essere interamente imputabile all’attività di una sola specie, la nostra. Infatti, le incalzanti pressioni causate dalle attività umane ci avvicinano sempre più al collasso degli ecosistemi e determinano, ogni giorno, l’estinzione di migliaia e migliaia di specie viventi.

Ma quanti sanno che è in corso, parallelamente a questa, un’altra estinzione di massa? Così come accade per le specie, si sta verificando in ogni parte del mondo una massiccia perdita di lingue e culture. Ormai da diverse decine di anni antropologi e linguisti lanciano segnali di allarme circa la tragedia della scomparsa di culture e lingue già in pericolo, spazzate via dalla corrente di un’unica cultura globale e di lingue “universali” dominanti, come l’inglese, lo spagnolo, il cinese, l’hindi, il portoghese, il russo.

Fino a poco tempo fa, tuttavia, non vi erano informazioni precise e sistematiche sulla portata di questa crisi. Gli studiosi facevano affidamento su congetture, basate su sporadici resoconti apparsi in letteratura a proposito di qualche lingua ormai sull’orlo dell’oblio dopo la morte degli ultimi parlanti, o di qualche cultura indigena a rischio di assimilazione. Il nostro lavoro ha, per la prima volta, fornito dati quantitativi che offrono una prova di quanto sta realmente accadendo.

L’Indice della Diversità Linguistica (Index of Linguistic Diversity, ILD) elaborato da Terralingua mostra che dal 1970 la diversità linguistica globale ha subìto una riduzione del 20%, dato misurato monitorando i cambiamenti nel numero di parlanti madrelingua di tutte le lingue presenti nel mondo. Ciò significa che sempre più persone abbandonano gli idiomi nativi, meno diffusi, per passare ai linguaggi dominanti. Un numero sempre maggiore di linguaggi “minori” non viene trasmesso e insegnato alle giovani generazioni.

I nostri dati hanno evidenziato, inoltre, un impressionante parallelismo: la curva di riduzione della diversità linguistica rivelata dall’Indice di Diversità Linguistica è speculare alla curva che documenta, per lo stesso arco di tempo, la perdita della biodiversità, secondo i dati misurati dal Living Planet Index del WWF. È un’ulteriore testimonianza del fatto che i danni subìti dalla diversità naturale non possono essere scissi dai danni causati alla diversità culturale.

Infine, l’erosione della diversità linguistica porta con sé la perdita di quel patrimonio di conoscenze tradizionali ambientali (TEK) che proprio nel linguaggio viene codificato e trasmesso. Il nostro Indice della Vitalità delle Conoscenze Tradizionali Ambientali (Vitality Index of Traditional Environmental Knowledge, VITEK) tiene traccia delle modificazioni nella trasmissione di queste conoscenze, compresi fattori quali i mutamenti nel linguaggio, l’educazione formalizzata, la degradazione degli habitat e la migrazione.

Riduzione di biodiversità, deterioramento della salute degli ecosistemi, crisi climatica: stiamo velocemente perdendo ciò che costituisce il nostro sistema di supporto vitale. E, per di più, stiamo anche perdendo quel prezioso patrimonio di linguaggi e di saperi che avrebbero ancora molto da insegnare su come vivere in modo sostenibile sulla Terra – la sola casa che abbiamo.

Via via che continuano il declino di culture e linguaggi tradizionali e la degradazione degli ambienti naturali, il nostro “kit di sopravvivenza” collettivo si va esaurendo.

Perdere diversità

Ma non è forse vero che lingue e culture sono in continua evoluzione? Certamente, così come le specie biologiche, anche le lingue e le culture umane non sono statiche: si modificano e si evolvono nel tempo. Ogni cultura umana è in grado di adattarsi a circostanze nuove e di sviluppare soluzioni per nuovi problemi. E, allo stesso modo, tutti i linguaggi umani sono capaci di evolversi per rispondere a nuove esigenze di comunicazione e di espressione.

Così come le specie biologiche, però, lingue e culture umane necessitano di tempo per cambiare ed evolvere autonomamente. In condizioni normali, infatti, questo processo si realizza lentamente, attraverso le generazioni, via via che si individuano modi innovativi per far fronte a nuove sfide e opportunità, e modi alternativi per esprimerle.

Ma, sempre più spesso, tutto questo non si verifica. Il ritmo e la portata del mutamento sono cresciuti in modo esponenziale, e così l’intensità delle pressioni a cui forze economiche, politiche e sociali sottopongono l’intera rete bioculturale della vita. Tali forze, e i mutamenti che esse impongono, superano di gran lunga l’innata capacità dei sistemi naturali e culturali di reagire e di adattarsi. Promuovendo uno stile di vita insostenibile, queste forze dominanti stanno corrodendo la vitalità e la resilienza degli ecosistemi, delle culture e delle lingue del mondo. Questo impetuoso cambiamento globale colpisce soprattutto i popoli indigeni e le comunità locali: li priva della loro terra, delle risorse che da essa derivano e dei loro stili di vita; li costringe a sopravvivere in ambienti pesantemente degradati; calpesta le loro tradizioni culturali, o impedisce loro di mantenerle; li obbliga, infine, a piegarsi all’assimilazione linguistica e all’abbandono delle lingue dei loro avi.

La perdita della propria identità linguistica e culturale comporta spesso la scomparsa di quegli stili di vita tradizionali attraverso i quali venivano trasmessi la comprensione della natura e il rispetto per essa. Tale privazione ha conseguenze profonde sia sul benessere delle popolazioni, sia sulla salute dell’ambiente naturale. Imporre ai popoli indigeni e alle comunità locali l’assimilazione culturale e linguistica non solo costituisce una violazione dei diritti umani, ma, per di più, mina alla base la conservazione della natura.

La creazione di “monocolture della mente” ha il medesimo effetto delle monocolture agricole sugli ecosistemi: rende il nostro pianeta più fragile e più vulnerabile di fronte ai disastri naturali e alle crisi provocate dall’uomo. Nonostante ciò, l’ideologia oggi imperante trascura tale pericolo e aspira a un’uniformità facile da controllare piuttosto che all’unità nella diversità.

Perché è importante?

Le motivazioni per cui dovremmo preoccuparci della perdita della diversità bioculturale sono molteplici ed essenziali.

In primo luogo, stiamo perdendo stili di vita, lingue e identità appartenenti ai diversi popoli del mondo, beni che sono unici e insostituibili. È una questione di diritti umani: ogni popolo deve avere il diritto di scegliere il proprio percorso di sviluppo mantenendo una continuità con il proprio passato. Come sostengono i popoli indigeni, si tratta del loro diritto di “camminare verso il futuro seguendo le orme dei propri antenati”.

Secondariamente, la diminuzione di diversità culturale e linguistica incide su tutta l’umanità. Stiamo perdendo il nostro patrimonio comune, e questo riduce drasticamente la nostra comprensione di cosa significhi “essere umani” – delle migliaia di differenti modi in cui possiamo proclamare: “Io sono umano”.

In terzo luogo, stiamo perdendo sia l’abbondante diversità biologica che sostiene gli esseri umani e tutte le altre specie, sia il capitale di conoscenze tradizionali che contribuisce a mantenere la biodiversità: è una questione di sopravvivenza. In un momento di crisi, non è sufficiente tutelare il benessere degli ecosistemi naturali, dai quali dipendiamo; dobbiamo anche ascoltare le molte voci del pianeta e l’antica saggezza che esse ci consegnano sul vivere in modo sostenibile sulla Terra.

In quarto luogo, infine, siamo ormai profondamente disconnessi dal mondo naturale, e lontani da un equilibrio con esso. Non possiamo avere a cuore quel che non conosciamo, ciò per cui non proviamo alcun legame affettivo. Più di metà della popolazione umana vive oggi in ambienti urbani, molto spesso senza alcun contatto con la natura e nell’ignoranza della nostra continua ed inevitabile dipendenza da essa. Abbiamo bisogno di riscoprire la nostra appartenenza al mondo naturale; abbiamo bisogno di riscoprire che vi sono altri modi di essere umani, modi che sono in armonia con la natura. Abbiamo bisogno di ascoltare gli insegnamenti delle molte voci del genere umano.

Perdere la diversità bioculturale significa indebolire il tessuto stesso della vita – quella rete di interdipendenze che è vitale per il nostro futuro. Significa perdere le nostre opportunità per la vita sulla Terra. Sarebbe come perdere la propria assicurazione sulla vita proprio nel momento in cui se ne ha maggior bisogno.

Cosa possiamo fare?

Noi umani siamo certamente parte del problema; ma, al tempo stesso, siamo parte della soluzione.

Dipende tutto dal modo in cui pensiamo: a noi stessi, agli altri, al nostro rapporto con la natura. Possiamo pensarci come separati e superiori rispetto al mondo naturale, oppure come appartenenti ad esso, e interdipendenti. Possiamo pensare alla diversità umana come un elemento di divisione, oppure possiamo concentrarci sulla nostra sostanziale unità nella diversità. Possiamo pensare alla natura come a un deposito di risorse, oppure come a ciò che dona la vita.

A volte basta un momento – un “Eureka!” – per cambiare radicalmente prospettiva, e scoprire così un nuovo orizzonte di valori: i valori bioculturali.

È a questo che lavoriamo noi di Terralingua: vogliamo che cambi il nostro modo di pensare, per riuscire a riconoscere quel “legame inestricabile” che unisce uomo e natura, a vedere la nostra comune e condivisa umanità in ognuna delle sue forme e a comprendere l’importanza fondamentale della diversità bioculturale per la floridità della vita sulla terra.

Coordinando idee e azioni mediante la ricerca, l’educazione, la divulgazione e la sensibilizzazione, abbiamo contribuito a diffondere globalmente la consapevolezza della rilevanza vitale di preservare e sostenere la diversità nella natura e nella cultura. E lungo il nostro cammino, siamo stati testimoni di molti momenti “Eureka!”.

Testo tratto dalle pagine del sito dell’associazione Terralingua

Traduzione di Sofia Belardinelli



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