Salviamo la memoria del grande teatro e il cinema in sala

Un appello al Ministro della Cultura per la ripresa e la conservazione degli spettacoli teatrali di più alto livello. E per impedire la progressiva estinzione delle sale cinematografiche.

Carlo Troilo

Sono nato a Roma ma ho vissuto a Milano dal 1946 al 1955 perché nel gennaio del ‘46 mio padre, comandante partigiano, fu nominato prefetto della città e rimase in quell’incarico per due anni, fino a quando Scelba lo destituì per porre fine alla stagione dei “prefetti politici” e tornare a quelli di carriera.

Lasciata la Prefettura, e in attesa di tornare a vivere a Roma, andammo ad abitare – come sistemazione provvisoria – in piazza San Babila, nel “Palazzo del Toro”. La galleria che passa da una parte all’altra del palazzo ospita il Teatro Nuovo, all’epoca il più importante di Milano. Mio padre era molto amico di Remigio Paone, il principale impresario teatrale di quel tempo, che era il soprintendente del “Nuovo” (Paone si spinse fino a partecipare all’occupazione della Prefettura organizzata da partigiani e sindacati dopo “la cacciata” di mio padre, dando alla vicenda – come scrisse Indro Montanelli, all’epoca cronista del Corriere della Sera – un tocco teatrale). Paone mise a nostra disposizione il suo palco di proscenio che si affaccia alla passerella su cui sfilano gli attori alla fine degli spettacoli.

Questo mi ha consentito di vedere, per diversi anni, tutti gli spettacoli del “Nuovo”: i “varietà” di Wanda Osiris, di Totò, di Billi e Riva e tante indimenticabili opere teatrali come “La morte di un commesso viaggiatore” (Stoppa e Morelli i genitori, De Lullo e Mastroianni i figli, Luchino Visconti il regista) e “Un tram che si chiama desiderio” con Morelli, Gassman e Mastroianni. Ineguagliabile, nel varietà di Totò “C’era una volta il mondo”, la scena del vagone letto, con una splendida Isa Barzizza in pagliaccetto nero.

Altrettanto indimenticabili, le commedie di Eduardo e di Peppino De Filippo, rappresentate per lo più al Teatro Manzoni, affidato anch’esso a Remigio Paone. E le opere più moderne rappresentate al “Piccolo Teatro”, fondato nel maggio del 1947 da Giorgio Strehler e Paolo Grassi, con l’aiuto di mio padre come prefetto di Milano.

Tornato a Roma nel 1955, vidi alcune splendide opere di prosa, da “Vita di Galileo”, con il grande Tino Buazzelli, al “Diario di Anna Frank”, con Anna Maria Guarnieri. Mentre nel genere “varietà”, resta indimenticabile “Rugantino”, con Nino Manfredi e Lea Massari.

La domanda che spesso mi faccio è perché di nessuna (o quasi nessuna) di queste opere teatrali è stata fatta una ripresa cinematografica completa, che oggi consentirebbe a noi anziani di rivedere (e ai più giovani di scoprire) i tanti tesori del teatro italiano, soprattutto negli anni del dopoguerra. E perché tuttora (almeno per quel che mi risulta) non vi sia questa prassi.

Mi sono posto lo stesso problema negli anni in cui frequentavo assiduamente il Festival di Spoleto. Essendo direttore delle Relazioni Esterne della RAI mi impegnai, nei limiti delle mie possibilità, perché si moltiplicassero le riprese integrali degli spettacoli di più alto livello, feci raccogliere in un cofanetto di 5 cassette le riprese di alcuni spettacoli di maggior valore e trovai perfino un piccolo locale che avrebbe dovuto diventare una cineteca permanente del Festival. Penso che nessuna di queste due iniziative abbia avuto seguito, anche per la rapida decadenza del livello della manifestazione.

La proposta che sottopongo alla attenzione del Ministro della Cultura è quella di creare un gruppo di operatori che curino proprio – sulla base di un programma di lavoro annuale (o forse semestrale) – la ripresa e la conservazione degli spettacoli teatrali di più alto livello, da offrire in visione (anche in collaborazione con la RAI) a un pubblico assai più vasto di quello che frequenta abitualmente i teatri.

Ho ben presenti i problemi da affrontare e risolvere per dar corpo a questa iniziativa (a partire da quello dei diritti), ma mi sembrano tutti superabili da parte di un Ministro per la Cultura determinato e autorevole.

Salvare le sale cinematografiche

Sono da sempre un appassionato di cinema. Negli anni Sessanta, ai tempi della università, diedi vita, con un paio di amici socialisti come me, a un cineclub. Ci riuscimmo grazie all’aiuto determinante di alcuni esponenti del PSI impegnati in campo culturale, fra cui Matteo Matteotti, Enrico Manca e Pio De Berti, che ci misero a disposizione una bella sala cinematografica in una palazzina di via della Lungara che ospitava anche la scuola teatrale di Alessandro Fersen (una specie di Actor’s studio) e la rivista “Tempi moderni”, con il suo direttore Fabrizio Onofri. Intestammo il cineclub ad Aldo Vergano, l’unico regista dichiaratamente socialista che conoscevamo.

La novità del nostro cineclub era l’organizzazione di cicli di film a tema (il razzismo, la guerra, l’alienazione e altri ancora) che favorivano la riflessione e il confronto su grandi temi politici e sociali.

Anche per questo il nostro cineclub – destinato soprattutto agli studenti universitari – ebbe un grande successo e svolse la sua attività per una decina di anni. A fianco degli studenti, che erano i frequentatori più numerosi, sedevano spesso Sandro Pertini e Riccardo Lombardi, entrambi appassionati di cinema. E Pertini si fermava talvolta, dopo il film, a chiacchierare con noi, mettendoci in imbarazzo perché pretendeva che gli dessimo del “tu”, come consueto fra “compagni”.

Dunque, la mia passione per il cinema è antica e mi accompagna ancora malgrado i miei ottanta anni suonati.

Naturalmente – come tutti – anch’io vedo molti film in televisione. Ma trovo che per godere fino in fondo un film la sala cinematografica resta insostituibile. Nel buio e nel silenzio, le immagini e i dialoghi hanno una presa molto maggiore rispetto a uno schermo televisivo.

Per questo sono molto preoccupato dalla crisi profonda delle sale. Solo a Roma, dove vivo, ho visto chiudere numerosi cinema. Nel mio quartiere (Salario – Parioli) cito fra quelli chiusi negli ultimi anni l’Embassy in via Stoppani e l’Empire in viale della Regina (due locali molto grandi, che misteriosamente sono vuoti da anni e non sono stati occupati da un supermercato o da una palestra). Ha chiuso il Roxy, la sola multisala della zona, sempre moto frequentata. Molti anni prima aveva chiuso anche l’Holiday, un frequentatissimo “pidocchietto” oggi occupato da un piccolo supermercato, per cui nella vasta zona del Salario – Parioli è attiva solo la sala parrocchiale “Caravaggio”, che ha una buona programmazione ed è sempre frequentatissima, anche da spettatori non residenti nella zona.

Non mi risulta che il Ministero del Turismo e dello Spettacolo faccia granché per impedire la progressiva estinzione delle sale cinematografiche (figuriamoci le Regioni e i Comuni) e non vedo nemmeno campagne di sostegno al cinema nelle sale da parte dell’ANICA, che dovrebbe essere in primo piano nella battaglia per salvare le sale cinematografiche, senza le quali la produzione di film è destinata a ridursi sempre più.

Di fronte a questo abbandono delle sale cinematografiche, stupisce il fatto che si producano ancora buoni film (in questo inizio di autunno ne ho visti tre, tutti italiani: “Ariaferma”, “Qui rido io” e “Freaks Out”).

A parte il piacere individuale di vedere un film nel buio e nel silenzio di una sala cinematografica, va tenuto presente che “andare al cinema” è anche una occasione per uscire di casa e magari incontrarsi con qualche amico: uno dei sempre più rari momenti di socializzazione, soprattutto nelle grandi città.

Chiudendo queste riflessioni, mi auguro che da un lato produttori e autori, dall’altro intellettuali ed esponenti politici appassionati di cinema si vorranno impegnare per favorire la produzione e la fruizione di film, allontanando il pericolo che “il grande fratello” dei nostri giorni – la televisione – porti all’estinzione delle sale cinematografiche che dalla fine dalla guerra sono state per anni luoghi preziosi di divertimento e di cultura.



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