Ci offendiamo se è volgare. Ti offendi perché è satirico.

Molti esponenti della Lega criticano il Torino Comics per aver esposto l'opera satirica di Luis Quiles, minacciando ritorsioni. È giusto mettere in discussione il patrocinio concesso a una manifestazione per il contenuto di una sola opera? Questo atteggiamento favorisce e promuove la censura preventiva.

Emanuela Marmo

Torino Comics riserva al fumetto erotico una «Zona rossa», un’area del Lingotto fiere che quest’anno ha ospitato un’opera politica, inserita nella sezione erotica per un aspetto formale: c’è un pene che eiacula. L’opera è di Luis Quiles.
Rispetto alla sacralità dell’arte, la profanità dell’arte volgare è rimarcata dal fatto che esistono ambienti separati per i contenuti scabrosi. Separarli dal resto ha una sua utilità pedagogica e naturalmente beneficia di qualche divertente ambivalenza. Ad esempio, allontanare l’opera dal resto, costruire un “filone” separato tiene conto delle diverse età dei visitatori, stabilisce una fascia di rispetto per gli animi più sensibili, ma al tempo stesso potenzia ciò che è separato appunto perché gli aspetti per i quali è separato sono dichiarati. Collocare un’opera in una sezione dedicata non è una catalogazione puramente formale. Nel caso che stiamo per esaminare, l’opera è politica e scabrosa intenzionalmente, e questo è il suo preciso valore comunicativo.
Nell’illustrazione satirica di Quiles, Matteo Salvini appare di profilo. Il braccio è teso in segno di saluto nazifascista. Sulla manica, non la svastica bensì le stelle dell’Unione Europea. Di fronte a lui, un possente pene nero gli eiacula in faccia: il pene è un pennello, lo sperma, infatti, disegna due baffetti hitleriani sul volto di Salvini. I deputati della Lega affermano: «Si va ben oltre il diritto alla satira». No. Anche solo stando a un’analisi delle figure retoriche utilizzate, siamo nel pieno ambito della satira.

Luis Quiles ha realizzato l’opera alcuni anni fa, quando Salvini ricopriva la carica di ministro e incarnava un soggetto in realtà collettivo: Salvini, cioè, non interessa e non è raffigurato in quanto tale, ma in quanto espressione di un fenomeno: come possono convivere la salita della destra xenofoba, gli estremismi, le strategie della politica europea in fatto di immigrazione con il disegno di tolleranza e di eguaglianza tra i popoli che l’Europa afferma di seguire? L’opera di Quiles ci parla di questa contraddizione. La destra xenofoba riporta nel dibattito politico l’odio etnico, lo attestano i provvedimenti proposti o presi contro comunità di rom e sinti e minoranze di colore. Ecco perché il pene nero che dipinge con uno “sputo” i baffi sul volto del potere è il momento liberatorio che la satira, da sempre, concede agli oppressi denigrando il potere. La figura del pene è del tutto coerente. La satira nasce sotto il segno del fallo, che era l’attributo con cui il celebrante metteva in fuga le divinità malevole. In molte occasioni ho avuto modo di ricordare che il turpiloquio e l’oscenità erano rituali magici di allontanamento del male e di simultanea affermazione di forze feconde e generatrici di vita. L’uso simbolico del fallo è benaugurante, esorcizzante, riequilibratore. È l’arma senza potere che rappresenta la “potenza”, forza non assoggettante ma vitale.

Ancora oggi dobbiamo discutere sulla legittimità della satira a essere volgare, forte o offensiva. Dobbiamo ancora rivendicare la natura “aggressiva” della satira, aggressiva, naturalmente, a livello figurale: la satira nasce per colpire un bersaglio, per castigarlo, per denigrarlo. È questa la sua natura di “genere”. Il processo è artistico e non è un atto di vilipendio, infatti i personaggi e i contesti sono simbolici e metaforici. L’opera denuncia ma non diffama, non contiene informazioni mendaci, non svolge servizio di propaganda, il personaggio è inserito in una dinamica di ribaltamento tipico del linguaggio satirico, ma non c’è istigazione all’odio o alla violenza: si mostra ciò che Salvini rappresenta, non Salvini. L’opera satirica di Quiles funziona proprio perché i potenti si sono offesi: ha colto nel segno. Ora dobbiamo vedere se funziona la tenuta democratica delle istituzioni che, nell’obiettivo di mantenersi equidistanti, non dovrebbero legittimare la reazione di offesa come parametro di valutazione dell’opera, e dovrebbero, al contrario, sostenere la dinamica di critica che essa stimola. Non solo è inevitabile che Salvini si offenda, ma è addirittura auspicabile. È da evitare, invece, che l’istituzione reagisca con la ritorsione.

«Un patrocinio è un atto di reciproca fiducia. Fiducia tradita nel momento in cui il vicepremier Matteo Salvini viene dileggiato in un’opera di assoluta volgarità», affermano l’assessore regionale alla Cultura Vittoria Poggio e il capogruppo della Lega in consiglio regionale Alberto Preioni. E ancora: «Vogliamo essere chiarissimi: se mai avessimo anche solo intuito che una simile tavola volgare e idiota fosse esposta, noi quel patrocinio mai lo avremmo accordato. E appunto valuteremo come ricorrere contro questo gesto vigliacco». È giusto mettere in discussione il patrocinio concesso a una manifestazione per il contenuto di una sola opera? Questo atteggiamento favorisce e promuove la censura preventiva. Io invito gli esponenti della Lega a seguire un corso di educazione all’immagine, di esegesi e critica artistica, di nozioni fondamentali di retorica raffigurativa. Forse, aumentando la loro competenza tecnica nell’interpretazione delle opere, potranno più facilmente rendersi conto che il lavoro di astrazione dell’artista, avvenendo nel preciso contesto dell’illustrazione che costituisce e isola l’ambito di significato del personaggio stesso, si esprime in una cornice comunicativa che non solo modula ma determina la relazione con il pubblico, secondo strumenti che non sono quelli dell’oltraggio. L’assoluta volgarità che Poggio e Preioni ravvisano è una volgarità relativa, strumentale e funzionale, tradizionale del genere satirico qui rappresentato.
La tavola di Quiles, ad ogni modo, non è erotica, ma comprendo la scelta curatoriale: è evidente che bisognava procurarsi una qualche protezione. È evidente proprio perché neanche è bastata.

 

 



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