Saman, Hina e le altre: quelle ragazze sacrificate sull’altare del relativismo culturale

Hina Saleem è stata uccisa nel 2006 perché aveva disonorato la famiglia. Saman Abbas è sparita da un mese e gli inquirenti temono che abbia fatto la stessa fine. Storie di ragazze che vogliono essere libere, mentre noi ci giriamo dall’altra parte.

Cinzia Sciuto

Mentre scrivo queste righe controllo compulsivamente i siti e le agenzie di informazione nella speranza di leggere che Saman Abbas è viva, sta bene, ed è stato tutto un grande, grandissimo equivoco. Che a nessuno della sua famiglia è passato neanche per l’anticamera del cervello di farle del male perché lei ha rifiutato le nozze con un cugino. E, mentre continuo a sperare, il pensiero va immediatamente a Hina Saleem, la giovane di origini pachistane che fu sgozzata e sepolta nel giardino di casa a Gardone (in provincia di Brescia) nel 2006 dal padre e dagli zii.

“L’hanno uccisa”, aveva detto all’epoca il pm nella sua requisitoria, “per salvare l’onore della famiglia”. In questa intervista che il padre di Hina rilasciò in carcere dopo la condanna a 30 anni c’è un concentrato di cultura patriarcale, nella quale i figli in generale e le figlie femmine in particolare sono di proprietà della famiglia, e nello specifico del padre. Il che significa anche che le loro scelte devono essere funzionali innanzitutto al mantenimento dell’onore della famiglia. Non c’è spazio per autonomia e libertà che, quando vengono reclamate, si pagano con la vita.

In quell’intervista emerge anche un altro elemento cruciale in queste storie di delitti d’onore, che ritroviamo a ogni latitudine: la pressione della comunità. Il padre di Hina racconta che i suoi connazionali lo chiamavano in continuazione per dirle che la figlia beveva, fumava ecc. Segnalazioni che erano fatte affinché il padre intervenisse non per il bene della ragazza ma a tutela dell’onore della famiglia. Sono state quelle pressioni che hanno indotto il padre di Hina a ucciderla, per poi però seppellirla nel giardino di casa per tenerla vicina.

E se naturalmente le responsabilità penali sono sempre individuali, le responsabilità sociali ed etiche sono ben più ampie e ricadono sulle spalle di tutti noi, per esempio quando pensiamo che quello che accade nelle comunità di stranieri non ci riguarda, quando ignoriamo il fenomeno dei matrimoni forzati, che anche in Europa sta raggiungendo numeri enormi (Tiziana Dal Pra, attivista che da tempo si occupa del fenomeno, parla di almeno un migliaio di casi all’anno solo in Italia) nell’indifferenza generale, quando per timore di essere accusati di colonialismo culturale, di eurocentrismo, di islamofobia, di razzismo e chi più ne ha e più ne metta, ci rintaniamo comodi al calduccio dei nostri diritti acquisiti (per quanto poi?).

Certo che i delitti d’onore non riguardano solo le comunità di stranieri, lo sappiamo fin troppo bene perché è una realtà che abbiamo conosciuto da molto vicino. Ma mentre non ci facciamo problemi a individuare le radici del patriarcato nella nostra cultura, puntando il dito quando è necessario anche contro quella cattolica che del patriarcato è leale alleata, diventiamo timidi e prudenti quando si tratta di andare a indagare le radici del patriarcato in altre culture e religioni. E sull’altare del nostro relativismo culturale sacrifichiamo ragazze la cui unica colpa è di voler essere libere.



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