I lavoratori della Scala di Milano rifiutano il tour in Egitto: “In nome di Giulio Regeni”

“La nostra è una scelta politica. È inopportuno suonare in quel Paese”. Annullate anche le date in Kuwait e a Dubai.

Valerio Nicolosi

Ci volevano i lavoratori della Scala di Milano per dire che l’Egitto è un Paese con il quale non dovremmo avere nessun tipo di rapporto, almeno fino a quando non sapremo la verità su Giulio Regeni, i suoi assassini non saranno in una prigione italiana e Patrick Zaky non sarà definitivamente scarcerato.

In questo momento storico nel quale la politica istituzionale è in crisi, c’è un’altra politica che cresce mese dopo mese ed è quella della società civile. In questo senso, il rifiuto dei lavoratori della Scala a partecipare a un tour con 16 date in Egitto, Kuwait e Dubai è un segno dei nostri tempi.

“È inopportuno suonare nel Paese che non dice la verità sulla morte di Giulio Regeni, è una questione politica. Cosa ne pensa il sindaco di Milano Beppe Sala che su Palazzo Marino ha fatto appendere uno striscione che chiede la verità per Regeni e presiede il Cda di fondazione Scala?” ha dichiarato Francesco Lattuada, delegato della Slc-Cgil nell’orchestra della Scala.

Proprio così: una questione politica che però non sembra interessare al governo italiano, che con l’Egitto ha firmato un accordo per la vendita armamenti talmente imponente da essere definita “la commessa del secolo”, con un investimento egiziano di 911 milioni di euro.

“Dopo l’omicidio di Regeni per un biennio gli affari tra Italia ed Egitto sono scesi da 30 milioni l’anno a 7. Nell’ultimo biennio invece sono schizzati, raggiungendo quasi un miliardo di euro” ha spiegato lo scorso aprile a MicroMega Maurizio Simoncelli, il vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

Da quel momento c’è stato anche un altro episodio non trascurabile: lo stop al processo contro gli agenti della Sicurezza nazionale egiziana perché “gli imputati non sono stati raggiunti da nessun atto”. Uno smacco alla Procura di Roma che si è battuta per la ricerca della verità sull’omicidio Regeni.

Dopo la decisione di non andare in Egitto, la famiglia Regeni ha ringraziato i lavoratori per la scelta: “Vorremmo che tutti i rappresentanti politici, italiani ed europei, gli artisti, gli imprenditori e i turisti seguissero il loro esempio lodevole”.

Proprio mentre arrivava questo “no”, Al-Sisi è volato verso Bruxelles dove, dopo aver incontrato il re Filippo di Belgio, prenderà parte al summit Europa-Africa, in programma oggi e domani (18-19 febbraio) insieme ad altri 49 delegati africani e ai 27 della UE. Al centro del summit ci sono investimenti europei che dovrebbero essere la risposta al progetto di “nuova via della Seta” che la Cina sta portando avanti, grazie alla quale è diventata il Paese economicamente più importante in termini di investimenti in quasi tutti gli Stati africani. Infrastrutture, esportazioni e importazioni: la Cina ha un mercato importante in Africa e da quest’ultima prende materie prime. Per contrastarla, Ursula Von der Leyen durante la sua visita in Marocco della scorsa settimana ha annunciato una cifra astronomica per i bilanci europei: 150 miliardi di euro di investimenti, cogliendo di sorpresa anche i capi di governo dei Paesi membri. Un summit economicamente importante, quindi, che non tiene minimamente conto dei diritti umani di un continente grande e complesso.

Amnesty International ha organizzato una manifestazione di protesta contro il presidente egiziano: “I leader europei che incontreranno il presidente Al-Sisi devono evitare di offrirgli l’opportunità di dare un colpo di vernice bianca sulle sue politiche profondamente repressive” ha dichiarato Eve Geddie, direttrice di Amnesty International presso le istituzioni europee. “Le persone che si trovano in carcere per aver esercitato pacificamente i loro diritti umani si aspettano che i leader europei parlino per loro e premano per un cambiamento”.

Credi foto: DANIEL DAL ZENNARO ANSA/RED



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