Scenari per l’Afghanistan: i talebani tra fanatismo e realpolitik

Il regime che si sta prospettando in Afghanistan è quello di un emirato islamico, sul modello iraniano. Ma le divisioni interne al paese potrebbero rappresentare un elemento di instabilità per i talebani, su cui la comunità internazionale potrebbe far leva.

Maurizio Delli Santi

Nonostante il tentativo dei talebani di convincere l’opinione pubblica mondiale del loro nuovo corso “moderato”, la prospettiva del nuovo “Emirato” Islamico non è affatto tranquillizzante in particolare per i diritti delle donne e dei non credenti, delle persone Lgbt, degli oppositori politici: quello afghano è un regime destinato ad assomigliare alla teocrazia iraniana, sebbene di impostazione sunnita, in cui domineranno la sharia e i leader religiosi, e che potrebbe rivelarsi anche un nuovo santuario per i gruppi terroristi che perseguono il jihad a oltranza contro l’Occidente.

Di fronte a questi scenari sono in molti a sostenere la necessità, se non di un nuovo dispiegamento di forze militari, almeno di una presenza di queste per la tutela della popolazione e per garantire i corridoi umanitari. In quest’ottica la scelta di presidiare ancora l’Afghanistan potrebbe favorire anche la resistenza del Panshir e di altri gruppi di opposizione ai talebani, nell’ottica di sostenere la configurazione di un nuovo assetto istituzionale afghano in cui gli studenti coranici non abbiano la predominanza. Una ipotesi però già intuita dai talebani, che non a caso dopo i primi messaggi di distensione hanno rivolto esplicite minacce di reazione in caso di mancata osservanza degli accordi di Doha sul ritiro americano entro il 31 agosto. Una minaccia che potrebbe significare, oltre che il rischio di attacchi ai contingenti e agli obiettivi occidentali, anche una svolta strategica dei talebani nel perseguire una più stretta alleanza con la galassia terrorista islamista che minaccia l’Occidente. In Afghanistan risultano censiti almeno 11 gruppi terroristici, che comprendono al-Qaeda, l’Isis del Khorasan e altri facenti riferimento a diversi gruppi etnici delle contigue ex Repubbliche sovietiche, nonché alcuni riconducibili agli afghani sciiti. Su questo scenario è opportuna una riflessione della comunità internazionale che si accinge a decidere sulla questione afghana, sia nell’ambito delle Nazioni Unite sia, più concretamente, nelle possibili configurazioni del G7 e meglio del G20 – quindi con Russia, Cina e India – allargati anche a paesi come il Pakistan e il Qatar che hanno consolidati rapporti con i talebani. La riflessione dovrebbe riguardare proprio l’attuale situazione dei rapporti che legano i talebani con i gruppi terroristi a cominciare da quelli con l’Isis ed Al Qaeda.

Bisogna innanzitutto tenere conto che, nonostante le comuni matrici sunnite, vi è una profonda frattura fra i talebani e l’Isis, che ora si sente minacciato da una possibile leadership dei talebani sulla “umma” (la comunità globale dei musulmani). Al Naba, organo ufficiale dell’Isis, è arrivato ad accusarli di essere “agenti degli Stati Uniti”, una sorta di quinta colonna del nemico occidentale, e che con gli accordi di Doha in realtà gli studenti coranici avrebbero concordato segretamente con gli americani la conquista del paese. Un argomento forte a favore di questa tesi è rappresentato dalla circostanza che uno dei principali capi politici dei talebani, il mullah Baradar, dopo aver trascorso otto anni di prigione in Pakistan, è stato liberato su diretta richiesta degli Stati Uniti affinché conducesse le trattative di Doha. C’è poi una differenza ideologica fra i due movimenti, che si coglie anche nella scelta del concetto di “Califfato” da parte dell’Isis, che prefigura una estensione ultranazionale, e di “Emirato” da parte invece dei talebani, che definisce un ambito nazionale più specifico. In questa ottica vanno dunque lette le recenti minacce dell`Isis di imminenti attacchi all’aeroporto di Kabul, rappresentazione simbolica dell’intesa raggiunta tra Stati Uniti e talebani per favorire il rimpatrio degli occidentali e un primo corridoio umanitario. Quanto ad al.Qaida è certamente vero che i legami con i talebani sono storici e risalgono ai tempi del sostegno e dei rifugi concessi  a Bin Laden. Ma è anche vero che questo legame è stato letto da analisti di assoluto rispetto come Gilles Kepel non già come piena adesione al jihad a oltranza contro l’Occidente, ma piuttosto nell’ottica di sfruttarne la minaccia per raggiungere il proprio fine “interno” di governare l’Afghanistan ottenendo l’allontanamento degli “invasori” occidentali.

È quindi necessario che la comunità internazionale, con un certo grado di realismo politico, valuti attentamente la situazione, specie nelle scelte che dovranno essere fatte sul nuovo assetto istituzionale dell’Afghanistan. Si tratterà di dare ampie possibilità di rappresentanza alle varie componenti etniche afghane e di tutelare il sistema dei diritti. Ma occorrerà anche perseguire l’obiettivo di un definitivo allontanamento dei talebani da ogni ulteriore intesa con al-Qaida o altri gruppi terroristi che minacciano l’Occidente. A tal fine può essere d’esempio quanto fatto dalla Cina, che ha di fatto già allacciato intese con i talebani, i quali in cambio della riconoscibilità internazionale ricevuta hanno accettato di non sostenere le frange terroriste e separatiste degli uiguri musulmani che sui comuni confini rappresentano una minaccia per la grande potenza asiatica.

L’analisi della complessa situazione afgana impone di cogliere sia gli innegabili segnali di continuità dei talebani di oggi con quelli di vent’anni fa, una continuità che si osserva soprattutto sul fronte dei diritti delle donne e degli oppositori, sia le differenze. I talebani oggi si presentano come un movimento di indipendenza, con portavoci ufficiali che usano modelli di comunicazione propriamente occidentali, aperti ai contatti con la stampa internazionale, adoperano YouTube e Twitter. Se diversi analisti sottolineano l’impostazione ancora integralista degli attuali capi talebani, Haibatullah Akundzada e Abdul Ghani Baradar, altri rilevano la formazione di altri più giovani leader in scuole e università occidentali, soggetti che sembrano aver promosso un dibattito interno in favore di una linea più moderata e realista. Bisogna infatti tenere conto che i talebani, che hanno già una certa frammentazione etnica al loro interno, potrebbero temere una condizione di incontrollabilità del Paese e per questo potrebbero aver maturato la consapevolezza che il nuovo assetto dell’Afghanistan avrà bisogno del sostegno della comunità internazionale e di dare spazio in qualche misura a buona parte delle diverse componenti etniche, per scongiurare uno scenario di alta instabilità interna, se non di vera e propria guerra civile. Su questo timore la comunità internazionale potrà quindi far leva, anche con le importanti leve del sostegno economico, pretendendo con fermezza che siano tutelati i diritti delle donne e degli oppositori e che il regime prenda le distanze da ogni intesa con i gruppi terroristi.

(credit foto EPA/AKHTER GULFAM)



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