“La sospensione di Schengen è un atto di propaganda”. Intervista a Marco Siragusa

L’Italia, con l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente e il crescente livello di allerta terroristica in tutta Europa, insieme ad altri dieci Paesi, ha deciso di ripristinare i controlli alla frontiera, notificando alla Commissione europea la sospensione della libera circolazione prevista da Schengen. Ne discutiamo con Marco Siragusa, dottore di ricerca in Studi Internazionali e giornalista, autore insieme a Martina Napolitano (curatrice), Luigi Tano e Lorenzo Tondo di “Capire la rotta balcanica” (Bottega Errante Edizioni, 2023, con prefazione di Roberto Saviano).

Roberto Rosano

Cosa ha pensato quando ha sentito parlare della sospensione di Schengen e del ripristino dei controlli con la Slovenia?
La prima cosa che ho pensato è che siamo di fronte all’ennesimo caso di propaganda. Nonostante manchino ancora diversi mesi alle elezioni europee, tutti i Paesi sono ormai in campagna elettorale. Ed è indubbio che il tema dei flussi migratori e della gestione delle frontiere saranno al centro di questa tornata. La sospensione di Schengen, adottata da ben undici paesi europei, viene giustificata con il tentativo di impedire a presunti terroristi di entrare in Europa e compiere stragi. La realtà però è ben diversa. Si tratta, infatti, dello strumento più facile per limitare i cosiddetti “movimenti secondari” …

Vale a dire spostamenti irregolari interni ai confini europei. Perché?
Il motivo è presto detto: visto il numero straordinario di arrivi, i Paesi europei vogliono evitare che queste persone giungano da loro proprio poco prima delle elezioni. Il ritorno dei controlli alla frontiera può essere agitato per dimostrare all’elettorato l’adozione di una politica rigorista. Come risulterà evidente, tutto questo non avrà nessuna conseguenza pratica sulla prevenzione di atti terroristici. L’unico effetto concreto sarà quello di creare ulteriori sacche di illegalità, anche dentro i confini europei.

A causa di questa nuova circostanza imprevista, la guerra in Medio Oriente, che ripercussioni prevede nei Balcani occidentali? Che cosa può ancora accadere in questo che Lei definisce “buco nero”, “limbo politico” nella geografia europea?
La più probabile ripercussione è un aumento dei flussi. Una cosa che sarà visibile nei prossimi 12-24 mesi, soprattutto in caso di allargamento del conflitto. A questo va aggiunto che la retorica anti-musulmana, che continuerà a montare in futuro, riguarderà anche molti cittadini dei Balcani. Nella regione ci sono gli unici paesi europei a maggioranza musulmana: Albania, Bosnia-Erzegovina e Kosovo. Non a caso il ministro Piantedosi, riferendosi proprio alla sospensione di Schengen, ha parlato della Bosnia come di un “noto hub di coltivazione di fenomeni di radicalizzazione”. A questi Paesi verrà chiesto di inasprire ulteriormente il controllo dei confini per evitare di far arrivare in Europa nuove ondate di migranti, in cambio di qualche promessa economica o dell’avanzamento del processo di adesione all’Unione.

Lei è ancora convinto che si possa inaugurare una fase riformatrice capace di cambiare in profondità il concetto di cittadinanza e i sistemi di accoglienza?
Più che una convinzione mi sembra sia una necessità. Guardando alla situazione europea, con i partiti di destra dati in crescita e con una socialdemocrazia in evidente crisi di identità, non vedo spiragli per una riforma in positivo del sistema europeo. Eppure le possibilità ci sarebbero, almeno dal punto di vista normativo. Lo dimostra quanto è stato fatto per l’accoglienza dei profughi ucraini.

Grazie al riconoscimento della “protezione temporanea”?
Esatto, prevista da una Direttiva del 2001 adottata per favorire l’accoglienza dei rifugiati delle guerre balcaniche, nell’ultimo anno e mezzo sono stati accolti milioni di ucraini/e e nessun Paese è crollato economicamente. Questo dimostra che accogliere è possibile. Il problema è la mancanza di volontà politica. Si preferisce continuare ad alimentare le paure, l’idea dello “scontro di civiltà”, la differenza tra un “noi”, portatori di valori democratici, e un “loro”, illiberali o terroristi di matrice islamica.

In questa fase, è plausibile mettere insieme necessità di ordine pubblico e il rispetto dei diritti o è sempre più inevitabile la corsa agli incastellamenti, gli hotspot, il compimento della “Fortezza Europa”?
Questa è una delle domande che dovrebbero porsi in maniera seria tutte le forze che si dichiarano progressiste. La retorica dell’accoglienza senza regole ha dimostrato di essere fallimentare. Non per il suo portato umanitario, sia chiaro. Quanto per l’assenza di realismo. Le forze di sinistra non devono aver paura di porsi questa domanda. Gestire i flussi non significa attuare forme di repressione e controllo. Quella è l’impostazione delle destre. La sinistra dovrebbe essere in grado di offrire una visione più ampia, di superare un approccio ancora troppo spesso coloniale, così come di creare le basi per un sistema di accoglienza funzionante, ben lontano da quelle aree grigie in cui spesso agisce. E invece ci si nasconde dietro la nobilissima dimensione umanitaria, senza però sviluppare un piano veramente politico. In questo la destra ha gioco facile.

La retorica dei porti chiusi e del ritorno all’interno dei propri confini nazionali avrà sempre dei sostenitori?
Credo di sì. Non bisogna neppure avere paura di parlare di ordine pubblico ma bisogna farlo da una prospettiva veramente progressista. Avere migliaia di persone per strada, senza documenti, senza un tetto, alla mercé della criminalità organizzata, è un problema per tutti. La destra propone nuovi luoghi di reclusione, respingimenti, rimpatri. E i partiti di sinistra? Non si capisce quale sia la loro proposta per evitare che le uniche conseguenze delle migrazioni siano il razzismo diffuso, discriminazioni ed emarginazione.

Nasceranno come sempre nuove rotte? Verranno riscoperte le vecchie?
Le rotte migratorie esistono da sempre e continueranno ad esistere. Non ci sono muri o blocchi che tengano. Chi è costretto a spostarsi troverà sempre una strada da percorrere, che sia una nuova rotta o la riapertura di vecchie. Il punto è capire come rendere queste rotte sicure e legali.  Quelle illegali si spostano continuamente, lì dove riescono a trovare nuove possibilità: un valico poco controllato, una polizia di frontiera più corrompibile, un passaggio ancora più pericoloso o “creativo”. Basti pensare che con la chiusura di alcune rotte lungo i Balcani, negli ultimi anni si è cominciato ad attraversare l’Adriatico anche a bordo di barche a vela, meno sospette dei tradizionali “gommoni”.

Quale sarà l’impatto di questa guerra sul lavoro delle ONG?
Difficilmente la situazione per le ONG potrà essere ancora più complicata di quella degli ultimi anni. Ostruzionismo e inchieste giudiziarie hanno tentato in tutti i modi di bloccarne l’operato. Ma se da un lato i governi gli fanno la guerra, dall’altro sanno che senza di loro il sistema di accoglienza sarebbe in situazioni ancora più disastrose e che i morti in mare sarebbero ancora più numerosi. Le ONG vengono quindi doppiamente strumentalizzate dai governi.

Volevo leggere insieme a Lei, e sempre alla luce di ciò che sta accadendo, il rapporto dello Psychosocial Innovation Network del 2021, secondo il quale l’85% dei migranti sulla rotta balcanica si trova in situazione di vulnerabilità psicologica…
Sono dati terribili ma che non sorprendono. Parliamo di decine di migliaia di persone che sono costrette a lasciare la propria terra e i propri affetti, a camminare per mesi, a soffrire la fame e il freddo, che subiscono violenze. Si tratta anche di minori non accompagnati, di persone trans vittime di violenze sessuali, di donne sole. Non è quindi difficile capire la diffusione di sintomi di depressione, ansia, stress post-traumatico. Anche in questo campo, nonostante un’attenzione sempre maggiore delle ONG e dei gruppi informali a sostegno dei migranti in cammino, l’approccio è di natura “repressiva”. È ormai di dominio pubblico l’abuso di psicofarmaci nei centri di accoglienza, incapaci di garantire alcuna forma di sostegno psicologico.

Foto Instagram | kemalsoftic



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