Passato coloniale, schiavitù e riparazioni: in Francia si riapre il dibattito

Un progetto francese unico nel suo genere getta un fascio di luce sulle indennità pagate dalla Francia (e alla Francia) al momento dell’abolizione della schiavitù nelle colonie.

Ingrid Colanicchia

Nel 1783 l’ex schiava Belinda Royall presentò una petizione alle autorità del Massachusetts. In essa raccontava la sua infanzia in Africa, il trauma per essere stata presa prigioniera e spedita in America, la sua totale disperazione nell’apprendere che il suo destino sarebbe stato la schiavitù, e chiedeva, dopo 50 anni di lavoro schiavistico al servizio di Isaac Royall e poi di suo figlio, il riconoscimento di una pensione. La richiesta fu accolta e a Belinda venne concessa una pensione di 15 sterline e 12 scellini, da pagare con i beni della famiglia Royall. Quella sua petizione è da molti considerata come la prima richiesta di riparazione per la schiavitù nella storia degli Stati Uniti e (assieme alle altre che dovette presentare in seguito per vedere effettivamente corrisposta la pensione) ci offre uno spaccato sulla vita di una donna schiava nel Nord America coloniale.

Dalla petizione di Belinda al progetto di legge in discussione al Congresso (che giusto nelle scorse settimane ha registrato un avanzamento), passando per i famosi “40 acri e un mulo” promessi come forma di risarcimento agli ex schiavi al termine della guerra di Secessione, negli Stati Uniti la questione delle “riparazioni” è costante argomento di dibattito da molto, moltissimo tempo.

Non si può dire lo stesso di altri Paesi che pure, nel loro passato coloniale, dal lavoro schiavistico hanno tratto profitto. È il caso per esempio della Francia, dove però di recente è stato lanciato un progetto di ricerca in materia unico nel suo genere che mira a fornire un quadro globale con un approccio multidisciplinare.

Si tratta di “Repairs”: un database (e non solo) creato dal Centro internazionale di ricerca sulla schiavitù e la post-schiavitù del CNRS, online dai primi di maggio. Frutto di due anni di lavoro su decine di migliaia di documenti d’archivio, il progetto mette in evidenza sin da subito una differenza fondamentale rispetto alle riparazioni dibattute negli Stati Uniti. Se lì i 40 acri e un mulo avrebbero dovuto risarcire gli ex schiavi, nel caso della Francia, al momento dell’abolizione definitiva della schiavitù nelle colonie, nel 1848[1], a essere risarciti non furono gli schiavi bensì gli ex proprietari, a titolo di indennizzo per la perdita: la legge del 30 aprile 1849 e il suo decreto attuativo del 24 novembre 1849 assegnavano loro 126 milioni di franchi, secondo modalità differenti per ciascuna delle colonie (parliamo di Guadalupa, Martinica, Guyana, Réunion, Senegal, Sainte Marie e Nosy Be).

Ad Haiti le cose andarono diversamente. L’ex colonia di Saint-Domingue mantenne la propria indipendenza, dichiarata nel 1804, solo ratificando (l’11 luglio 1825) l’ordinanza di Carlo X che stabiliva che l’isola avrebbe pagato alla Francia la somma di 150 milioni di franchi a titolo di risarcimento degli ex coloni.

L’archivio di “Repairs” presenta i dati relativi a entrambe queste indennità (quelle pagate dalla e alla Francia): nome e cognome degli ex proprietari, numero di titoli posseduti e cifra incassata a titolo di risarcimento. Di fatto, con una semplice ricerca sul motore interno sarà possibile scoprire se i propri antenati erano schiavisti… E rivela come tra le persone indennizzate ci fossero anche ex schiavi divenuti a loro volta proprietari schiavisti, evidenziando – sottolinea Myriam Cottias, tra le coordinatrici del progetto – come la schiavitù non possa essere letta solo attraverso il prisma dell’opposizione razziale ma vada vista anche come un sistema economico e sociale.

Da un giro sulla mappa interattiva che mette a confronto la situazione a livello globale si scopre che la Francia non fu certo l’unica a compensare gli ex proprietari anziché gli schiavi. Lo stesso fecero Regno Unito, Paesi Bassi, Spagna… Nella migliore delle ipotesi la schiavitù fu abolita senza il pagamento di indennità agli ex proprietari (come nel caso degli Stati Uniti).

Della questione (e della sua attualità sotto il profilo della giustizia) si è occupato anche l’economista francese Thomas Piketty, che alle società schiaviste e coloniali ha dedicato ampio spazio nel suo Capitale e ideologia. Ricostruendo la vicenda di Haiti, Piketty mostra l’impatto che la pretesa francese ebbe sullo sviluppo economico e politico dell’ex colonia (tra somma richiesta e interessi da pagare per il prestito alle banche private francesi) e sottolinea la grande debolezza degli argomenti addotti da coloro che rifiutano di riaprire il caso di Haiti e, nello stesso tempo, difendono altre forme di risarcimento. «Non regge l’argomento per cui l’intera vicenda sarebbe troppo antica», scrive Piketty. «Haiti ha pagato il debito ai suoi creditori francesi e statunitensi dal 1825 al 1950, cioè fino alla metà del XX secolo. Molti dei processi di risarcimento che si celebrano oggi riguardano espropri e ingiustizie avvenuti nella prima metà del XX secolo: si pensi ai sequestri dei patrimoni agli ebrei da parte delle autorità naziste e dei regimi collaborazionisti durante la seconda guerra mondiale (a cominciare dal regime di Vichy in Francia), per la restituzione dei quali sono ancora in corso procedure del tutto legittime, anche se tardive».

Sulla opportunità o meno di riparazioni ai discendenti degli schiavi non c’è invece unanimità di vedute tra le associazioni che li riuniscono. Se per esempio il Conseil représentatif des associations noires de France (Cran) è favorevole, il Comité Marche du 23 mai 1998 ritiene che le sofferenze dei propri antenati non siano in alcun modo monetizzabili.

“Repairs” è stato lanciato proprio nel 20° anniversario dell’approvazione della legge francese che riconosce la tratta e la schiavitù come crimini contro l’umanità. Il progetto di legge, promosso per iniziativa di Christiane Taubira, prevedeva anche il principio del risarcimento e istituiva una commissione incaricata di approfondire il tema. Il relativo articolo fu però cassato. Chissà che il progetto del CNRS non riapra la questione.

 

Per approfondire

Viviane Forson, “Esclavage : la question des réparations toujours d’actualité”, Le Point Afrique, 10 maggio 2021.

Ta-Nehisi Coates, “The Case for Reparations”, The Atlantic, giugno 2014.

Thomas Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, 2020.

[1] La schiavitù, abolita una prima volta nel 1794, era stata ripristinata nel 1802, sotto Napoleone.



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